FREUD, LACAN E LA BELLA MACELLAIA 2




Questo post è la naturale continuazione di quest'altro: FREUD, LACAN E LA BELLA MACELLAIA 1.




“Effetto prismatico della seduzione. Altro spazio di rifrazione. Essa consiste non nell’apparenza semplice, non nell’assenza pura, ma nell’eclissi di una presenza. La sua unica strategia è: essere là/non essere là, e assicurare così una sorta di ammiccamento intermittente, dispositivo ipnotico che cristallizza l’attenzione al di là d’ogni effetto di senso. Qui l’assenza seduce la presenza”.
(Jean Baudrillard, 1979, Della seduzione, Cappelli Editore, Bologna, 1980, pp. 117-118). 




Il terzo tipo di identificazione è ciò che Lacan chiama “essere il fallo”, che non è tipicamente isterica, anche se nell’isteria questa identificazione raggiunge uno stallo, ma tipicamente femminile; Lacan ci fa notare che nella nostra cultura non esiste un significante strutturante e fondamentale per la femminilità, mentre ne possediamo uno unico per significare sia il maschile che il femminile: il fallo.
E’ intorno al fallo che ciascuno di noi, non importa se uomo o donna, struttura la propria sessualità, con una differenza fondamentale: mentre il maschio possiede il fallo, con tutto ciò che esso rappresenta in termini di superiorità, privilegio e di “bastone del comando”, la femmina si struttura nell’ “essere” il fallo, non nel possederlo, lei interamente, anima e corpo, è il fallo … nessun maschio dopo aver accettato la castrazione potrebbe raggiungere il godimento senza passare per la donna, riappropriandosi così del fallo che gli manca … insieme, l’uomo e la donna, fanno una coppia completa, virile, potente e possono accedere al godimento … alla jouissance.



La donna è ciò che manca all’uomo per essere felice, è il fallo restituito dopo la castrazione, è l’oggetto del desiderio maschile, è saper suscitare nell’uomo la mancanza e saperla riempire di sé; con la differenza che mentre la donna non isterica raggiunto lo scopo della sua seduzione riesce a godere del desiderio dell’Altro, del fatto che l’altro desideri lei, l’isterica rimane sospesa nel suo essere mancanza, perché il mancare all’altro, l’essere il tassello del puzzle che completerà e renderà perfetto il maschio prescelto, da un potere inebriante che si teme di perdere se ci si concede e ci si abbandona al maschio. 



Sarà capitato anche a voi di avere a che fare con un isterico/a, è estremamente difficile che non ne abbiate mai incontrato uno/a nel vostro cammino, e ciò nonostante il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e l’ICD (International Classification of Diseases) abbiano derubricato già da tempo la vecchia categoria nosologica dell’isteria disperdendola nei Disturbi Dissociativi, nel Disturbo da Conversione e nel Disturbo Istrionico di Personalità, l’incidenza dell’isteria nella nostra società è talmente elevata che la cancellazione di questo tipo di disturbo dai manuali di psicopatologia non gli impedisce d’esistere … come disse Jean Martin Charcot a proposito di un’altra questione: “La théorie, c'est bien, mais ça n'empêche pas d'exister”.



Un isterico è un tizio a cui non va mai bene niente, i suoi desideri hanno sempre i contorni indefiniti, non si sa mai cosa vuole esattamente, e quando riesce ad esprimere qualcosa che abbia la parvenza di un desiderio, guai a soddisfarlo (vorrei il caviale, ma guai se me lo regali), mentre è sicuro, di una sicurezza incrollabile, di essere (lui in persona, non in effige o tramite rappresentanti o significanti) ciò che va assolutamente bene per voi, ciò che vi ci vuole (lo sappiate o no), ciò che vi manca per essere perfetti.



Ma Lacan non poteva finirla così, anche se è andato molto oltre le intenzioni interpretative di Freud, che pure si era spinto molto avanti, perché avrebbe potuto fermarsi quando individua il desiderio della sua paziente, e invece non resiste a gettarsi a capofitto nell’interpretazione di quella fetta di salmone a cui si associa il caviale; proprio non poteva terminare senza i fuochi d’artificio, che prendono l’avvio anch’essi dal salmone.



È così che una fetta di salmone diventa un salmone intero e questo salmone, così configurato, diventa il fallo (è noto che in gergo col termine generico di pesce o con quelli specifici di alcuni pesci come il cefalo, il grongo, l’anguilla … si alluda al membro maschile), il fallo che è l’amica, un fallo invero un po’ sottile visto che è una fetta a rappresentarla, così come è magra l’amica, ma è pur sempre quel fallo che significa negli uomini la mancanza e che suscita il loro desiderio.



La bella macellaia ha compreso che per piacere al marito non basta essere formosa, pure una fetta di salmone affumicato secca secca come l’amica può piacergli, purché significhi quel fallo attraverso il quale egli potrà sentirsi virile e potente; ecco, allora, che si identifica all’amica attraverso un significante simile (salmone-caviale) e, soprattutto, attraverso quel gioco comune che indica la mancanza.



Entrambe desiderano piacere al maschio, al macellaio (anche l’amica desidera ingrassare), entrambe vorrebbero incarnare quel fallo che il maschio tanto desidera per essere completo, entrambe cercano di modellare il proprio corpo perché sia appetibile al maschio, e magari agitarlo in pose seducenti e allusive come facevano anticamente le naiadi e le baccanti per suscitare il desiderio maschile.



Non era raro che nelle feste in onore di Dioniso le donne che danzavano portassero un fallo posticcio, come testimoniano molte fonti, o che un uomo danzasse travestito da donna, con una sottana femminile, e che nel corso del rituale, nel pieno dell’ebbrezza bacchica, lo lasciassero intravedere nel gesto rituale dell’anásysma, o del sollevare la sottana, un gesto considerato estremamente erotico, come possiamo notare ancora oggi in alcune statue (come quella di afrodite Callipigia, del Museo Archeologico di Napoli), o nei rari affreschi che si sono conservati fino ai nostri giorni, come quelli di Pompei.



Per questo motivo, forse, Lacan volle sulla copertina del suo libro Télévision la donna atterrita della Villa pompeiana dei Misteri, quella che sta all’estrema destra dell’affresco e solleva in aria le braccia e il velo scuro, un gesto che lascia trasparire il biancore del suo corpo, il turgore della sua carne e dei suoi seni, ma il cui lembo scuro del mantello copre pudicamente e maliziosamente il plesso solare.
Sarebbe stata altrettanto indicata la danzatrice nuda sull’altra parete, il cui velo volteggia nell’aria e lascia completamente scoperto il corpo diafano, ma la vediamo solo di schiena, molto opportunamente, altrimenti non ci sarebbero più altri misteri da svelare, come il mistero della donna supposta fallica, che con una magica e sovrannaturale negazione della castrazione, diventa essa stessa il fallo.



Con le parole dello stesso Lacan:
“Si da però il caso che il desiderio non si faccia eludere così facilmente, perché è troppo visibile, piantato com’è nel bel mezzo della scienza sulla tavola delle agapi [è il banchetto rituale] come qui, con l’aspetto di un salmone; bel pesce per fortuna, che basta presentare, come si fa al ristorante, sotto una tela fine, perché l’alzata di questo velo s’eguagli a quella cui si procede al termine degli antichi misteri”.
(Jacques Lacan, La direzione della cura, in Scritti, p. 622).



Ora, sia Freud sia Lacan sono stati dei geni assoluti, senza il primo la psicoanalisi stessa non esisterebbe, al secondo si deve senza dubbio il rispetto e il dialogo che il pensiero filosofico e scientifico tributano ancora alla scoperta freudiana, oltre ad aver mutato radicalmente le fondamenta epistemologiche stesse di questa disciplina.



Non avrebbero potuto fare niente di tutto questo se non avessero posseduto un’intuizione fulminante, se non avessero compreso prima e meglio di altri alcuni enigmi della mente umana, se non avessero svelato il funzionamento della dinamiche inconsce; ma entrambi erano dei teorici, e una volta messa a punto la loro teoria, una volta strutturato l’apparato teorico e la modellistica della mente che li ha resi celebri, sono passati, purtroppo, dall’ascolto attento della realtà alla ricerca di conferme sulla realtà.



Questo vuol dire che sono numerosi gli esempi in entrambi in cui, più che interrogare la realtà, sovrapponevano le loro teorie alla realtà in cerca di conferma, magari forzando un po’ le cose, modificandole quanto basta per poter dire: “Vedete? Avevo ragione io!”. Il procedimento che entrambi seguono sul caso della nostra macellaia è emblematico: Freud procede con molto tatto, come è solito fare, di fronte alla paziente che non crede alla sua teoria che il sogno sia l’appagamento allucinatorio di un desiderio rimosso, egli ammette cautamente che il sogno che lei le riporta non sembra rientrare in questa categoria, ma la invita ad analizzarlo ugualmente.



Lei, rassicurata, lo segue fino al punto in cui anch’ella deve ammettere che pure un desiderio realizzato nel sogno esiste, solo che non era quello che appariva in un primo tempo: non si trattava del desiderio di dare un pranzo, ma di quello di evitarlo perché un pranzo farebbe ingrassare il marito, che invece vuole dimagrire e farebbe ingrassare l’amica, che vuole essere più formosa e piacente e potrebbe così essere ancora più gradita a suo marito.



Freud in sostanza si butta a pesce sul contenuto del sogno della sua paziente per verificare la sua teoria, perdendo a mio avviso di vista la paziente stessa per strada (la stessa cosa era accaduta con Dora, nel caso clinico famoso); mentre Lacan non perde per strada la paziente, perché non è una sua paziente, perde per strada invece Freud, che è il suo punto d’avvio, mentre i suoi interlocutori sono i colleghi e gli uditori dei suoi seminari e i lettori dei suoi scritti.



Quando Lacan bandisce il ritorno a Freud come una crociata, probabilmente sa perfettamente che il suo non è un autentico ritorno a Freud, ma un condurre Freud da Lacan, spesso fa dire a Freud cose che quest’ultimo non solo non ha mai detto, ma mai avrebbe mai pensato di dire, e in questo ritorno Lacan scaglia i suoi discepoli come segugi alla ricerca di ciò che lui indica Freud avrebbe detto … e che ovviamente si illudono di aver trovato.



Scandagliano e dragano i libri di Freud spremendo al maestro viennese il pensiero che Lacan formula nei suoi discorsi, ne viene fuori un Freud esistenzialista, strutturalista, linguista, matematico, surrealista e quant’altro, un Freud irriconoscibile ed estemporaneo che altri non è che lo stesso Lacan, il quale era arciconvinto di non poter basare un pensiero innovativo sul nulla, ogni verità, ogni novità deve necessariamente fondarsi sulle radici del passato, non può dirsi niente se non a partire dal “nome del padre” (come ha sentenziato lo stesso Lacan), persino il Cristo parla in nome del padre e assicura i suoi discepoli che non è venuto a cambiare la legge, ma a perfezionarla.



In alcuni casi l’atteggiamento di Lacan rispetto al pensiero altrui o ai suoi pazienti era molto libero, leggero, approssimativo, poco rigoroso o rispettoso della realtà, la sua prima paziente Aimée si lamentò per tutta la vita di essere stata completamente travisata e poco capita da Lacan, ma se volete un esempio di ciò più immediato possiamo averlo sotto gli occhi nell’analisi che fa del testo freudiano di questo sogno.



Egli afferma:
“Quel macellaio del marito se ne intende, quanto alle soddisfazioni di cui tutti abbiamo bisogno, a mettere i puntini sulle i, e non ha peli sulla lingua con un pittore che gli lecca il didietro, Dio solo sa con quale oscuro disegno, col suo faccione interessante: ‘Balle! Un bel tocco di sedere di una bella figliola, è di questo che lei ha bisogno, e se aspetta me ad offrirglielo, se lo può attaccare dove dico io’ – e subito dopo - Ecco qua un uomo di cui è impossibile che una donna abbia di che lamentarsi, un carattere genitale, e che certo bada debitamente a che la sua metà, quando lui se la fa, poi non abbia più bisogno di masturbarsi”.
(Jacques Lacan, La direzione della cura, in Scritti, p. 621).



Insomma, per Lacan il macellaio è un uomo di indubbia virilità, uno che sa bene come soddisfare una donna, e se la moglie non è soddisfatta è solo colpa sua che è isterica, cioè incontentabile e difficilmente soddisfacibile, perché incastrata in quella posizione per cui è costretta a rifiutare ciò che in realtà desidera.



Tutto questo Lacan lo deduce semplicemente dalla battuta salace che lui avrebbe rivolto al pittore che la moglie riporta a Freud, ma una moglie insoddisfatta (isterica o meno) non depone quasi mai a favore della capacità del marito di saperla soddisfare, né la sua incipiente pinguedine, segno probabile che quest’uomo cercasse a tavola quelle soddisfazioni che non trovava a letto.



Se analizziamo l’aneddoto del pittore sotto un altro punto di vista forse potremmo scorgervi il desiderio di quest’uomo che qualcuno si interessi alla sua bella faccia, come quel pittore, come egli certamente si interessa al sedere di qualche bella figliola (gli piacciono belle formose, ci dice la moglie). Il fatto che lo racconti alla moglie ci rivela quasi sicuramente che quella che il macellaio desidera che si interessi a lui è proprio lei, così come potremmo giurare che magari vorrebbe tentare di ingelosirla (riuscendoci) quando si mostra interessato all’amica, e potremmo altresì mettere la mano sul fuoco che il fatto che la macellaia racconti tutto questo a Freud vuol dire che, identificandosi col desiderio del marito, vorrebbe essere interessante per il suo analista.



Troppo complicato? Rileggetelo e rifletteteci, una volta colto questo che sembra un ricamo arabescato diventa di una immediatezza persino imbarazzante: è il corollario del fatto intuitivo che tutto ciò che viene detto, viene detto a qualcuno, e tutto ciò che viene fatto, viene fatto per qualcuno; l’essere solleciti, premurosi, gentili e disponibili spesso tradisce il desiderio inconscio di ricevere le stesse attenzioni proprio dalla persona a cui questo atteggiamento è rivolto.



Altro esempio della disinvoltura di Lacan? Da quando sono passato da Freud a lui, se vi siete accorti, la signora è diventata “bella”, così la chiama lui anche se non c’è alcun riscontro nel testo di Freud, che pure è l’unico che l’ha conosciuta davvero e che non possedeva la pruderie di omettere questo dato nella descrizione delle sue pazienti né, talvolta, il disagio che ciò poteva procurargli, proprio lo respiri in alcuni casi dalla sua lettura.



Forse questa donna diventa bella nel racconto di Lacan perché è più interessante parlare di una donna bella invece di una brutta o insignificante, introdurre il termine bello a proposito del racconto di una persona crea inoltre delle aspettative consone alla bellezza e condisce tutto questo caso, il caso cioè di una donna isterica alle prese con problemi sessuali e affettivi, di un po’ di peperoncino, così come accresce l’interesse l’insistere sulla battuta volgarotta del marito.



Ella diventa inoltre “macellaia”, cioè qualcuno che evoca coltelli affilati, tagli e lacerazioni alla carne, sangue, e questo la rende artificiosamente ancora più interessante per l’uditorio, nonostante il fatto che l’essere moglie di un macellaio, all’ingrosso per di più (cioè di uno che non ha una macelleria, non taglia, spezza, trita direttamente la carne, ma un magazzino dove conserva quarti di manzo e di maiale, polli e galline da rivendere in blocco), non ha mai reso nessuna donna macellaia (a meno che questa non vada a dare una mano al marito in bottega), così come essere la moglie del maresciallo non ti rende marescialla.  



Che un certo termine una volta inserito tende a mutare il significato di una frase e di tutto un evento lo scoprii all’inizio del secondo anno di liceo, quando credendomi stupidamente più bravo di quanto in realtà fossi, e credendo altrettanto stupidamente di poter affrontare una versione latina senza quasi toccare il vocabolario, tradussi “Forte pater familias …” con “Un forte padre di famiglia …”.



Dal momento poi che questo padre di famiglia va a discutere con Socrate riguardo al figlio, io interpretai “discutere” con “altercare”, altrimenti perché avrebbero specificato che il padre di famiglia era forte? Insomma, la versione venne stravolta, alterata, avevo trasformato una discussione in una lite; pensate quanto diversa sarebbe stata la stessa versione se avessi tradotto più correttamente con “Per caso un padre di famiglia …”, perché forte in latino non è un aggettivo (forte), ma un avverbio (per caso, accidentalmente).



Se volete sapere come la penso io su questa “bella” macellaia, vi dirò che io ritornerei proprio alle parole di Freud, che è l’unico che ha conosciuto davvero la nostra macellaia, perché nessuno di noi può interpretare il sogno di chi non conosce e un sogno non è interpretato dall’analista, ma dalla coppia analizzando-analista all’interno di una relazione terapeutica, unico ambito in cui ha senso la traumdeutung.



E questo lo dico anche ai colleghi che hanno un sito web o che tengono una rubrica in qualche rivista patinata, che si lanciano in sperticate ed improbabili interpretazioni oniriche a persone che non hanno mai visto; tutto ciò avviene in maniera meccanica, ad un determinato simbolo corrisponderebbe un preciso significato, i simboli diventano così universali (cosa che non è assolutamente vera perché il cane che sogna la signora Giuseppina non è lo stesso cane che sogna il signor Luigi), e il meccanismo dell’interpretazione diventa unidirezionale, l’analista interpreta e l’analizzando apprende la verità dalle limpide labbra del suo stregone.



In questo modo tutto ciò che possiamo fare è ragionare un po’ sopra l’interpretazione di Freud, ed anche su quelle di Lacan che vi si è sovrapposto, non certo l’interpretazione del sogno della signora; dunque, torniamo indietro … vediamo un po’ … “Voglio offrire una cena, ma non ho altre provviste tranne un po’ di salmone affumicato …” … no, ancora più su … «”Lei dice sempre che il sogno è un desiderio esaudito”, incomincia a dire una mia spiritosa paziente: “Ora le voglio raccontare un sogno il cui contenuto rivela invece un desiderio non esaudito. Come lo mette d’accordo con la sua teoria?”.



Tutto ciò che viene detto viene detto da qualcuno a qualcuno, dicevamo, è un principio talmente semplice, talmente evidente, talmente banale, che spesso lo dimentichiamo, buttandoci a capofitto nel comprendere il contenuto di ciò che viene detto e trascurando chi parla e anche chi ascolta, che sono indubbiamente i protagonisti principali di questo dire, senza i quali non ci sarebbe alcun detto … fra parentesi è l’errore che compiono sia Freud sia Lacan in questa circostanza.



Il fatto che qualsiasi cosa venga detta da qualcuno a qualcuno, non vuol dire solo che selezioniamo la persona a cui dire qualcosa e scartiamo quelle persone a cui non dirla, non vuol dire soltanto che una cosa cambia a seconda di chi è il nostro interlocutore perché cambiamo di volta in volta la versione adattandoci a lui, ma che noi creiamo ciò che raccontiamo in base di chi è il nostro interlocutore … provate ora a pensare come le cose possono complicarsi se applichiamo questo discorso anche a chi ascolta.



Non finirò mai di stupirmi del fatto che spesso vengo fatto oggetto di confessioni anche di fatti intimi da parte delle persone, e non mi succede solo con gli intimi, anche con estranei, non mi capita da qualche tempo, mi capita da sempre, da quando ero bambino, ho sempre creduto che fosse così per tutti, di non essere una sorta di confidente privilegiato, ma ho dovuto ricredermi perché la maggior parte delle persone non accede ad alcuna intimità con gli altri o lo fa solo con pochi altri e mai davvero in profondità.



Ciò che mi sento dire spesso è che metto le persone a proprio agio facilmente, si crea subito quel clima di intimità, loro si sentono sicure, comprese, sentono di affidare le parti più profonde ed inconfessabili della loro esistenza a qualcuno che non solo non le giudicherà, ma che è umanamente interessato a loro e che possiede quella sensibilità di maneggiare con cura i brandelli della loro esistenza.



Dire di sé, esprimersi, affermarsi per ciò che siamo non è soltanto una necessità, ma è anche un dono che facciamo all’altro, e un dono si fa a chi pensiamo possa meritarlo, a chi saprà apprezzarlo; poi, possiamo anche sbagliare completamente le nostre stime, la nostra valutazione dell’altro, ma ciò che abbiamo in mente e nel cuore nel momento in cui confidiamo qualcosa a qualcuno è che questa persona merita questo dono che facciamo a lei di noi.



C’è come una consapevolezza di cui non sapremmo dirci l’origine né le fondamenta, qualcosa che proviene dal profondo di noi, che ci dice che la nostra confidenza potrà essere accolta e che sarà in buone mani, ancor prima che decidiamo di dirla; la confidenza diventa dono di noi stessi all’altro, diventa legame, e questo legame è in sé molto più importante del materiale di cui si serve per legarci.



Il sogno ad esempio, non esiste cosa più intima che potremmo confessare di noi stessi, non esiste regalo più prezioso che potremmo fare a un altro, ci sono pazienti che ci mettono molto tempo prima di portarmi un loro sogno, altri che me ne raccontano uno alla loro prima seduta di terapia (il che è a mio parere beneaugurante per il procedere della terapia stessa), ci sono pazienti per cui ogni cambiamento profondo è scandito da un sogno emblematico, di quelli che poi ricordi per sempre, come se fossero rivelazioni divine o incantesimi sciamanici, per altri il sogno è come una lastra, una radiografia in cui ti fanno vedere il loro mondo interno oltre quello esterno.



Ci sono, poi, quelli che non sognano affatto, in tal caso ti chiedi per prima cosa se tu sei disposto ad accogliere i loro sogni, oppure sono loro che si aggirano circospetti studiandoti per decidere se di te si possono fidare e se tu sei in grado di accogliere e di comprendere la loro verità.



Ma, visto che il sogno è diretto a te, visto che sognano per te, non è difficile pensare che il sogno parla si di loro, ma parla anche di te; confrontandomi con alcuni miei colleghi mi sono accorto che i pazienti dei lacaniani e degli junghiani fanno sogni densi di simbologia (rispettivamente lacaniana o junghiana), i pazienti dei bioniani fanno sogni rigorosamente bioniani, quelli dei kernberghiani o dei kohutiani sogni assimilabili all’ortodossia di queste due teorie psicoanalitiche, i miei pazienti hanno seguito l’evoluzione delle mie idee sul sogno: da momento culminante ed esplicativo che accompagna e conferma un avvenuto cambiamento profondo al suggerimento di soluzioni possibili per i problemi reali.



Poi c’è anche chi ha pazienti che non sognano e, caso strano, questo analista non è molto propenso non dico ad interpretare il sogno, come facevano gli analisti freudiani ortodossi, ma anche solo a prenderlo in considerazione; sembra quasi che i pazienti fiutino nell’aria con chi hanno a che fare, facciano timidi tentativi di proporsi in un certo modo o capiscono senza esporsi che non è il caso di proporsi in un certo modo, e che prendono per esprimersi il linguaggio teorico del loro analista, così come riescono a coglierlo nelle sedute e senza avere alcun bisogno di studiarlo nei libri.



La paziente di Freud gli sta dicendo soprattutto che il suo sogno è incompatibile con la sua teoria, che si sente cucito addosso un abito che non è il suo, che non si sente affatto compresa da Freud per ciò che veramente è: egli, come quel pittore che voleva fare il ritratto al marito, forse crede realmente che lei sia interessante, ma in realtà vorrebbe dipingere il sedere di qualche bella ragazza molto più interessante di lei. L’amica ostenta attestati di stima e affetto, in realtà vorrebbe essere invitata a pranzo e magari rubarle il marito, c’è da dubitare che sia veramente interessata a lei; e il marito, sembra desiderarla moltissimo … la mangerebbe a morsi la mangerebbe … ma è un peccato che si metta a dieta, dice poi che gli piacciono le donne formose, ma poi non fa altro che interessarsi a quella sua amica secca secca come una fettina di salmone affumicato.



Lei stessa dice di desiderare tanto un panino al caviale, ma di non prenderla troppo alla lettera, perché se le dai il caviale lei non lo vuole, ma cosa vuole allora una donna che ti ha appena regalato un sogno, Sigmund? È possibile che voglia essere ascoltata davvero e più attentamente, al di fuori degli schemi delle tue teorie e al di fuori dei paludamenti con cui lei stessa ammanta il suo desiderio, un desiderio che non è il caviale, che non è qualcosa di simboleggiato dal caviale, ma è qualcosa che ha a che fare col fatto che vorrebbe essere presa davvero in considerazione per ciò che è, amata così com’è … vorrebbe un uomo che le regalasse un sogno.  








"Eppure io credo che se ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire". (Federico Fellini, dal film La voce della luna, 1990).



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