“Vai cercando qua, vai cercando là,
ma quando la morte ti coglierà
che ti resterà delle tue voglie?
Vanità di vanità.
[…]
Vai cercando qua, vai cercando là,
seguendo sempre felicità,
sano, allegro e senza affanni...
Vanità di vanità”.
(Angelo Branduardi, Vanità di vanità, dall’album Camminando camminando, 1992).
“No, non voglio baciarti
in una giornata di sole.
Non voglio che sia estate.
Non voglio che sia in mezzo alla folla.
Vorrei baciarti in una di queste sere d'inverno,
quando il sole scolora nel grigio e nel freddo;
quando sarà più facile
trovare, insieme,
l'alba dentro l’imbrunire”.
(Pablo Neruda, E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo, in Venti poesie d’amore e una canzone disperata, Passigli Editore, 2024).
“E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare
L'alba dentro l'imbrunire
E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare
L'alba dentro l’imbrunire”.
(Franco Battiato, Prospettiva Nevski, da Patriots, EMI, 1980).
Avevo dimenticato da molto tempo cosa vuol dire immergersi totalmente in qualcosa, che non è solo un evento musicale, o culturale, o una di quelle cose rare che capitano molto raramente, ma è vivere dentro qualcosa che non hai creato tu, ma che senti tua fin dentro le fibre più interne del tuo essere.
Erano passati ormai molti anni dall’ultimo concerto di Angelo Branduardi, lui aveva ancora quel cespo di capelli che lo caratterizza color sale e pepe, e io avevo ancora i capelli tout court; poi le vicende del mondo ci portano lontano, altrove, ma ciò non significa che io lo avessi perso di vista: ho seguito le sue orme musicali e le rare vicende di vita che trapelavano dalla sua vita, sottratta fin dove è possibile al clamore mediatico.
Per me Branduardi, insieme a Franco Battiato, rappresenta il vertice assoluto della mia concezione musicale italiana, le arie della sua musica e le parole delle sue canzoni mi vengono in mente nelle situazioni più disparate della mia quotidianità, e talvolta le condivido con pochissime persone a me care, che sono certo le apprezzeranno.
Così, quando ho visto la locandina che sarebbe stato in concerto a Bassano del Grappa, non ho perso tempo a rifletterci e ho prenotato il primo posto disponibile, perché credo che l sue musiche celestiali sembrano attinte dai cerchi angelici; sia lui che Battiato sono per me qualcosa in più rispetto a dei bravi compositori, musicisti, interpreti, parolieri, artisti e uomini di spettacolo.
Sia lui che Battiato hanno avuto ed hanno una carriera straordinaria, di solito un grande musicista compone uno, due, massimo tre album di successo, e poi continua a calcare le scene giostrandosi con maestria e mestiere, mentre comincia ad essere consapevole che la sua vena artistica autentica si è esaurita e riesce a produrre solo brani eccellenti certamente, ma privi dell’anima e del fuoco sacro che percorreva i nervi, i tendini e le vene delle sue opere precedenti.
Battiato ad esempio ha attraversato diversi cicli artistici, è passato dalla musica melodica all’elettronica, poi al pop commerciale di altissimo livello, dall’orchestra sinfonica e dal violino di Giusto Pio a brani intrisi della filosofia di Manlio Sgalambro; ha prodotto molti album tutti di livello eccelso, tanto che è veramente difficile scegliere quello che preferisco in assoluto.
Forse Battiato ha incontrato nel suo cammino alcune persone che hanno ravvivato la sua vena artistica, ma per incontrare qualcuno devi essere disposto all’incontro, all’ascolto, a lasciarti condizionare profondamente dal mondo che la persona che incontri rappresenta, devi non soltanto immedesimarti nell’altro, ma viverlo, lasciare che parli attraverso te e parlare attraverso lui, creare un connubio artistico che non è soltanto ciascuno fa ciò che safari, ma produrre qualcosa che non sai più di chi è, mia, tua, dove l’appartenenza e la competenza non è più importante.
Per navigare in mare aperto devi avere le competenze marittime, devi avere molta fede che ciò che non sai e ciò che ti manca li apprenderai dall’esperienza, e devi avere altresì una sete inestinguibile di conoscenza, devi essere come l’Ulisse di Dante, che sfida l’ignoto.
Dante è ambiguo, ammira e punisce questa sete di conoscenza, come ammira e punisce il trasporto d’amore di Paolo e Francesca, però poi lui non esita ad entrare sia nella selva oscura, sebbene poi parli di smarrimento della “verace via” e del timore che gli incutono le tre belve che incontra una dietro l’altra, ma di fronte alla porta dell’Inferno poi non ha alcuna esitazione “qui si convien lasciare ogni sospetto; ogne viltà convien che sia morta”.
Non è vero che veniamo al mondo come “tabula rasa” da costruire a piacimento, contenitore da riempire, tutti quanti noi viviamo immersi fin dalla nascita in un reticolo di significanti che ci determinano, che dicono chi siamo e cosa dobbiamo fare, talmente numerosi che il neonato sopravvive a stento a tutte queste imposizioni che gli cadono addosso.
Inizialmente possiamo soltanto ingerirle o sputarle, e queste sono le primissime reazioni del bambino al mondo: accettarlo così com’è o rifiutarlo; poi, col tempo, quando il mondo che lo circonda smette di essere soltanto un mondo fisico, fatto di oggetti e persone, e diventa un mondo simbolico, dove tutto è mediato dalla parola, le tecniche di assimilazione o di rifiuto si fanno più raffinate.
Accettare ciò che il mondo ti propone ti da una certa serenità, ti tranquillizza, e ti da anche un’identità, perché in ogni momento sai chi sei, da chi discendi, a quale gruppo appartieni, da quale vertice simbolico inizi a parlare e ad agire nel mondo.
Sembra una sciocchezza ciò che sto dicendo, ma non lo è, pensare che persino Cristo, che per i cattolici è insieme Dio e il Figlio di Dio, per iniziare a parlare prende come riferimento il Padre, nessuno dei suoi discorsi è privo di questa certezza di parlare nel Nome del Padre; ed anche ciascuno di noi parla nel nome del proprio padre, perché per sapere chi siamo dobbiamo partire dal nostro cognome, quello che ci ha dato nostro padre e che è il simbolo di una appartenenza che un tempo era esiziale, perché fino a qualche decennio fa per sapere chi fossi le persone si informavano sulla famiglia da cui provenivi, mentre oggi il “cadere o non cadere distante dall’albero” è diventato meno privo di significato, perché ciascuno di noi pare spuntato fuori dal nulla, come un fungo o un asparago in stagione.
Succede a volte, piuttosto raramente, che il “padre” o la figura che ti è assegnata o che scegli come riferimento si sottragga a questo ruolo di deposito di un sapere millenario di una stirpe che continua e di un senso assegnato, e ti lascia senza un responso, senza un oracolo.
È la nascita del desiderio, perché de-siderium significa avvertire la mancanza delle stelle, è solo ciò che resta quando le stelle non hanno niente da’ dirti, quando non c’è responso e vaticinio che ti riguardi, quando invochi di essere riconosciuto e di sapere chi sei e cosa dovrai fare, e nessuno in alto loco ti risponde.
Difficile sostenere l’angoscia che apre una tale prospettiva, di solito la maggior parte di noi si aggrappa a risposte e sensi della vita precostituiti, prêt-à-porter, che accomunano molti individui e creano appartenenza e comunità; chiunque abbia visto un branco o un gregge, sa benissimo che il numero e la vicinanza creano sicurezza, e il continuo rispecchiarsi, controllarsi reciprocamente, fuga ogni dubbio e ogni perplessità: se tanta gente crede in qualcosa, quel qualcosa avrà pure un granello di verità, e nei casi estremi c’è l’ostracismo, la coercizione, le minacce e infine anche la morte dell’eretico che mette col suo esempio in pericolo di sbrancarsi tutto il gregge.
Ma c’è un’altra possibilità contemplata nel rapporto possibile fra l’uomo e il senso della sua vita: la follia; essere folle è vivere un senso di vita paradossale, strano, inquietante, da funambolo o da saltimbanco, eppure riconosciuto in vari modi da ogni cultura e da ogni società: che il folle sia recluso o che viva liberamente in mezzo agli altri, in ogni caso ha un suo posto nella società e nella mente degli altri individui.
Un altro modo di fare i conti con il senso della propria vita è la spiritualità, che è la semplice constatazione che non esiste un senso nella vita se non quello che ciascuno di noi può darsi autonomamente, e non si tratta di qualcosa di insito, di innato, come sembra indicare la ripetizione mantica dell’essere te stesso che tutti sembrano rimandarti: non esiste alcun te stesso, al fondo di chissà quale penetrale della nostra mente da scoprire e da trovare, il Sé è un progetto in continua costruzione e la strada per trovarlo è la continua ricerca.
È persino possibile, ad un certo punto del percorso (stavo per dire alla fine della strada, ma questa è una strada che non ha mai fine, e trovare la fine significa solo arrendersi) noi non sentiamo più l’esigenza di riconoscerci in un Io o in un Sé, nemmeno in uno provvisorio e situazionale.
Questa è la caratteristica fondamentale che unisce Battiato, Branduardi e molti altri geni, come ad esempio Leonardo, questa continua ricerca di senso, questo mettere ordine (cosmos) nel caos della vita, il suonare le Arpe Eoliche affinché ogni astro ruoti entro i suoi cardini.
Leonardo si trascinava dietro alcune sue opere, come la Gioconda, e fino a quando è stato in grado di tenere un pennello in mano, non ha smesso di dare alcuni ritocchi, di ripensare su alcune soluzioni e correggerle, modificarle, come se la sua opera fosse infinita e l’idea di bellezza che voleva raggiungere, sempre sfuggente.
Battiato e Branduardi non hanno smesso un istante di lavorare su se stessi, sulla loro espressività simbolica e musicale, sul modulare gli strumenti e la voce per esprimere al meglio ciò che sentivano; entrambi quando si esibivano/scono entrano in una sorta di trance sciamanica e non interpretano semplicemente un brano, lo vivono.
Entrano in una sorta di raccoglimento finché non sono in sintonia col vissuto che vogliono esprimere e condividere, e in sintonia anche con ciò che il loro pubblico apprezza e coglie del loro canto; le interrelazioni sono molteplici e bastano poche note e poche parole per ri-portarti nei campi del Tennessee, nelle paludi di Venezia, o in oltremare a Babilonia in presenza del Gran Sultano, in una spiaggia solitaria con l’eco di un cinema all’aperto e il Grand Hotel Sea-Gull Magique.
Le religioni costituite hanno tutte un percorso spirituale, anche se ogni credo, i dogmi, i precetti, le regole, i comandamenti, le strutture catecumeni, sono l’opposto di ogni ricerca, ma ogni punto d’arrivo è frutto di una ricerca personale, nella Bibbia abbiamo molti esempi di ricercatori spirituali: Noè, Abramo, Mosè …, il problema sorge quando si struttura il risultato di ciascuna ricerca di ciascuno dei patriarchi e dei dottori della fede e si fa di ciò la fine di ogni ricerca e di ogni spiritualità.
Per quanto questi uomini fossero grandi, per quanto possiamo oggi apprezzarne le opere e le gesta, nessuna di queste cose può essere estesa a tutti e nessun precursore può esimerti dalla tua personale ricerca mettendoti a disposizione i suoi risultati.
Strutturare un insegnamento religioso sul pensiero e sul modello di questi grandi uomini è improprio ed errato, perché impedisce la ricerca personale, impedisce lo sviluppa della propria spiritualità, placa la sete di ricerca con materiale improprio ed altrui, è come indossare un abito o delle scarpe che non ti appartengono e che non sono della tua taglia e della tua misura.
La rete internet è piena di guru, di coach, di influencer, di illuminati, che hanno visto la luce, che hanno capito il senso del mondo, che le cose stiano realmente così come dicono puoi dirimerlo dal fatto che un vero illuminato al massimo tende a condividere la sua esperienza, ma non vuole fare proseliti.
I grandi mistici cristiani, Teresa d’Avila e Juan de la Cruz non avevano questa smania di indicare la via trovata per entrare in contatto con Dio, non cercavano discepoli, era come se avere un contatto diretto con la divinità svilisse ogni contatto diretto con altri esseri umani, come se avvertissero l’inutilità e l’impossibilità di poter trasmettere quell’esperienza.
La strada che possiamo percorrere sulle orme della spiritualità non è univoca, non esiste una strada, bensì le strade, come ricordava il senatore Simmaco al vescovo Ambrogio nel 384 d.C.: “Che cosa importa attraverso quale sapienza ciascuno di noi arriva alla verità? Non è possibile pervenire per un unico cammino a un mistero così sublime”.
Branduardi si è costruito la sua strada spirituale all’interno del cristianesimo, districandosi fra le figure più emblematiche che hanno avvertito prima di lui questa sete di sapere: Francesco d’Assisi e Filippo Neri, mentre ad esempio Ignazio di Loyola tendeva a creare militi obbedienti a Cristo e a trasmettere ai suoi discepoli una ferrea moralità, dei ferrei principi attraverso dei ferrei esercizi spirituali.
Battiato si è rivolto ad ogni musicista che usciva dai canoni musicali classici del suo tempo Stockhausen, Dalla, De Gregori, Venditti …, si è sentito attratto dalla filosofia mistica orientale, ha imparato l’arabo e i dialetti berberi per capire meglio, si è immerso nella musica classica, in quella elettronica, nella melodica e nel pop, fino a perdere ogni differenza e comporre soltanto musica, ha approfondito le filosofie, orientali e occidentali, ha letto René Guenon, Ivanovič Gurdjeff, ed è rimasto affascinato dalla poesia di Fleur Jaeggy.
Di se stesso ha detto:
“Il vero cambiamento nella mia vita, il più grande, lo debbo alla scoperta di Gurdjeff. Da solo con un’esperienza da autodidatta avevo scoperto quella che in Occidente, si chiama meditazione trascendentale, ma nel pensiero di Gurdjeff vidi disegnato perfettamente un sistema che già avevo intuito e frequentato. Esistono tante vie, esiste Santa Teresa e San Francesco; quella di Gurdjeff mi era molto più congeniale. Una specie di sufismo applicato all’Occidente, all’interno di una società consumistica”.
(Annino La Posta, Franco Battiato. Soprattutto il silenzio, Firenze-Milano, Giunti Editore, 2010).
Branduardi attinge alla spiritualità cristiana, ma anche alla saggezza laica, perché egli stesso ricorda che quando alcuni frati francescani lo contattarono proponendogli di musicare alcuni brani della storia di Francesco d’Assisi, egli disse loro che era certamente cattolico, ma anche un gran peccatore, ma i frati non si scomposero, gli replicarono che lui era l’unico che poteva farlo e poi, piuttosto beffardamente, gli dissero che Dio si serve spesso degli uomini peggiori per i suoi scopi.
In precedenza Branduardi aveva composto l’album State buoni se potete, ispirato ad un altro santo cattolico, Filippo Neri e alla sua dottrina, che fu colonna sonora dell’omonimo film, in cui egli stesso interpretava il ruolo di Spiridione, una sorta di collaboratore tuttofare del santo rinascimentale, un po’ maestro musico e un po’ sagrestano.
Ma molti dei suoi brani musicali sono di ispirazione laica, il suo brano cogli la prima mela ne è un esempio emblematico, ma non solo anche questo è frutto del suo percorso spirituale, ma appartiene a pieno titolo anche alla mistica cristiana, e religiosità e laicità sono in lui la stessa cosa, due facce della stessa medaglia, così come lo furono per Lorenzo de’ Medici e per la sua cerchia la tendenza a godere delle gioie immediate e il senso oscuro di colpa per la vita dissoluta, alimentato dalle prediche di Girolamo Savonarola.
E il mondo realistico (come povere sollevata e dispersa dal vento, che al cessare di questi torna a posarsi su tutto e su tutti) e impietoso con cui Giovanni Boccaccio descrive il mondo in cui vive, oscillando fra la sensazione nuova dell’uomo al centro dell’universo e quel senso di colpevolezza, di peccato e di irrilevanza che lo perseguita, soprattutto negli anni della sua maturità e dopo il suo incontro con l’eremita Gioachino Ciani, che lo esorta a convertirsi e ad emendare i suoi peccarti e per cui Boccaccio stesso è in procinto di farsi frate o addirittura di dare alle fiamme il Decameron.
È molto difficile distinguere la vera spiritualità dal sonno della ragione o dello spirito, quando cioè lo spirito si adagia su qualcosa e la considera il tutto, l’assoluto, ma che spesso è soltanto uno scoglio nell’oceano.
A questo equivoco contribuiscono la stanchezza che procura la ricerca, l’ambizione di trovare verità assolute, eternamente e autorevolmente garantite da entità superiori esterne, la paura del nulla, della dispersione, dell’inanità, del vuoto, il tremore che coglie quando sfiori l’idea che quel poco di organizzazione al caos del reale siamo noi stessi a darlo e non si tratta di ciò che è.
Il tremore quando capisci che in questa ricerca sei da solo e niente è condivisibile con chiunque, che non esistono anime affini, fratelli nel cammino e nella comune ricerca, persone con cui trovare conforto, e il terrore che coglie quando ti sfiora il pensiero che non troverai mai nulla che non sia provvisorio e idiosincratico o che le tue forze, la tua potenza fisica, mentale e spirituale non sono sufficienti a cogliere il tutto, ad addivenire a qualcosa che è più grande di te, quando ti assale la paura della fine del percorso e di perderti nel nulla avendo vissuto una vita in cui non sei riuscito a trovare il senso, una vita senza senso.
Quando nessuna via percorribile della triade amore, potere e sapere sembra condurti da alcuna parte, quando ne abbandoni una e ti butti a capofitto sull’altra con la stessa tenacia, con la stessa ostinazione, per poi scoprire che né il potere, né il sapere, né l’amore ti condurranno in terre di beatitudine, di pienezza, di estasi.
Non esiste una verità e non esiste una realtà comune, condivisibile, palese od occulta che sia, e non esiste verità e realtà personale stabile, che non muta al mutare del tempo e alla tua maturazione psichica.
Che non esiste una strada migliore delle altre, che forse non esiste alcuna strada, o che tutte le strade sono intercambiabili, purché siano tue.
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