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| Anna Proclemer, Vitaliano Brancati e la loro figlia Antonia |
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| Vitaliano Brancati in bicicletta |
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| Vitaliano Brancati nel suo studio di Roma |
« ... ci sono sofferenze che
scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne
esce melodiosa, altre invece, come le mie, assorbono tutta l’attenzione e
incantano l’intelligenza ... Un uomo rimane chiuso nel cerchio del suo corpo, e
non produce che sbadigli o silenzio ...». (Vitaliano Brancati, 1955, Paolo
il caldo, Bompiani, Milano, 1990, p.90).
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| Leonardo da Vinci, Testa di Leda particolare, Windsor Raccolte Reali |
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| Leonardo da Vinci, testa femminile detta "scapigliata", Galleria Nazionale, Parma |
«Le bastonate di quella notte
avevano prodotto un qualche danno grave dentro il petto di Giovanna ove nessun
medico avrebbe spinto il suo udito. La ragazza deperiva sotto gli occhi di
Paolo che passavano dai veli del desiderio a quelli della stanchezza senza mai
guardarla attentamente. Un giorno però quei disturbi leggeri, quegl’impedimenti
incomprensibili, ch’egli andava avvertendo nei contatti furiosi con lei, e ai
quali mai aveva voluto dare importanza, sommandosi d’un tratto formarono
un’impressione agghiacciante, qualcosa come l’apparizione di uno spettro in
pieno giorno. Bruttezza. Sulla paglia, accanto a lui, c’era stata una ragazza
brutta. E forse anche fredda e svogliata. Giovanna si accorse subito che, per
la prima volta dopo la notte delle bastonate, Paolo la vedeva, e, comprimendosi
internamente in uno sforzo violento, richiamando in fretta alla memoria tutti i
casi della vita in cui aveva avuto vergogna, cercò di arrossire per dare un
colorito alla sua faccia spenta su cui egli posava uno sguardo sempre più
triste. In questo sguardo, tramontava rapidamente per lei il sole della vita.
Con la scusa di fargli una carezza, ella alzò una mano e gliela premette sugli
occhi. Ma fu lei questa volta che, al riparo dallo sguardo di Paolo, si osservò
freddamente la mano; e convenne che quei cinque ossi, ricoperti di pelle
fibrosa, non potevano suscitare il desiderio di nessuno. Tanto meno di un
signore fine come Paolo. Al pensiero di quanto fine, delicato, forte, istruito,
bello era stato il suo amante, ella si commosse. Che fortuna era toccata ad un
povero essere pagato tre lire al mese! Si mise a piangere, e, togliendo la mano
dagli occhi di Paolo, si riposò finalmente dallo sforzo che compiva da tanti
giorni per simulare la salute e la bellezza. Che la guardasse pure mentre
piangeva, e la vedesse bene com’era diventata.
“Perché piangi?” fece Paolo,
tenendosi involontariamente un po’ alla larga come da una persona che potesse
contagiarlo, “Perché stai piangendo?”. Ma mentre le rivolgeva quella domanda,
fu assalito da una strana e indeterminata speranza. Piano piano egli sperò
ch’ella potesse dirgli, ed ella infatti, contemporaneamente al chiarirsi della
speranza di lui, gli stava realmente dicendo: Noi non possiamo vederci più”.
Come un fragore produce in chi dorme un sogno che, nella sua fulmineità, è una
lunga storia terminante proprio con quel fragore. “Non possiamo vederci più”.
“Perché?” azzardò egli,
raschiando con la gola per liberare l’ultima sillaba dalla raucedine che aveva
soffocato la prima. E con voce troppo forte per essere naturale, ripeté:
“Dimmelo almeno, perché?”.
Giovanna abbassò la testa.
Immergeva continuamente una mano nella paglia sollevandone alcuni fili che
ricadevano attraverso le dita divaricate. In quella ragazza analfabeta, la
percezione della verità, invece di prendere la via delle parole, aggravava
subito quel silenzio stupito, quel sentimento d’inferiorità e di vergogna che i
manifesti, i libri, le insegne dei negozi, i titoli dei giornali, le lettere
lasciate aperte sui tavoli, le infondevano continuamente. Era proprio quando
capiva qualcosa che si ricordava del rimprovero: “Non capisci nulla,” che anche
i bambini di sei anni le rivolgevano con un sorriso, dopo averle messo sotto
gli occhi un foglio stampato. “Non capisci nulla!” Tutta la sua mente
s’intirizziva e contraeva. Adesso per esempio: essa aveva sentito che bisognava
dire quella frase: “Non possiamo vederci più,” e l’aveva detta due volte, ma la
domanda di Paolo che, essendo un’esortazione a spiegarsi, portava con sé la
terribile frase: “Non capisci nulla,” invece di convincerla a rispondere e a
chiarire a se stessa il motivo di una tale risoluzione, le serrava di più il
cervello, in una morsa dolorosa. “Non possiamo vederci più,” ripeté per la
terza volta.
Egli finse di arrabbiarsi: “Che
modo di ragionare! ... Mi dici: non possiamo vederci più, e non mi spieghi
nemmeno perché ... mi licenzi come una serva ...”. A questa parola, in cui si
era racchiusa l’essenza della sua vita, ella fece un moto impercettibile con le
sopracciglia. “Mi licenzi su due piedi, senza darmi nemmeno il pre-avviso!”
Vedendo che non correva il pericolo di convincerla, egli finì coll’arrabbiarsi
veramente: “Sei una mula, ecco cosa sei, una mula.” Le fece il verso con una
mossa sguaiata, in cui ella, fissando gli occhi per un attimo, si vide con
vergogna come in uno specchio: “Non possiamo vederci più, non possiamo vederci
più ... E va bene, non vediamoci più ... Se lo vuoi, non ci vedremo più!” Si
alzò pieno di sdegno : “Non vediamoci più ... Tu ancora non mi conosci ... Io
ti prendo sulla parola ... Non mi vedrai più nemmeno da lontano! ... E
ricordati che, dopo, sarà troppo tardi. Anche se mi manderai a chiamare col
prete che ti porta i Sacramenti, io non verrò più!” Attese, volgendole le
spalle, che ella dicesse qualcosa. Ma non sentiva che il fruscio della paglia
in cui la ragazza continuava a immergere la mano.
“Addio.” Nessuno rispose. Egli si
voltò e vide, al di là di una fronte curva e protesa, gli occhi di lei che,
alzati in quel momento, davano la vertigine come squarci da cui si mostri
l’interno sanguinoso del corpo con le sue pulsazioni. Paolo tornò a voltarsi
verso la porta: “Addio ... Non vuoi nemmeno rispondermi? Ti sto salutando:
addio ...” Abbassò la voce, sfiduciato: “E va bene, fa’ come vuoi ... Io ti ho
salutato.” E uscì.
Dopo di lui, lenta, senza
lacrime, incurante di essere sorpresa o semplicemente veduta, uscì Giovanna.
Uscì un essere penosamente oscuro, come se, a vent’anni, ella avesse speso
tutti i diritti a rivedere la luce del giorno che le spettavano in una lunga
esistenza, e ora le rimanesse davanti una serie interminabile di notti,
saldamente attaccate l’una all’altra, senza un filo d’alba. Come una pietra che
rotola per un declivio, ella si avvicinò al pozzo, lo guardò senza paura né
desiderio, e vi si buttò. Fu subito ripescata, e dopo due giorni di incoscienza,
una vita priva di sapore rifluì nel suo corpo. Con la stessa inerte semplicità
con cui s’era buttata nel pozzo, continuò a vivere». (Vitaliano Brancati,
1955, Paolo il caldo, Bompiani, Milano, 1990, pp. 54-57).
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| Leonardo da Vinci, donna con gli occhi chiusi, Galleria degli Uffizi, Firenze |
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| Leonardo da Vinci, ritratto di donna, Galleria degli Uffizi, Firenze |
Mi sono sempre chiesto cos’è che
trasforma il cibo che ingeriamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e
tutto ciò che colgono i nostri sensi in opere così sublimi come questa? Quale
strana metamorfosi permise a Michelangelo di trasformare quel pezzo di
pane duro che suggeva, non masticava, lo metteva in bocca e aspettava che si
sciogliesse perché non abbandonava mai la sua mazza e il suo scalpello nemmeno
per tenere con una mano il pane, e finiva per mangiare pane e
polvere di marmo, nel suo David, nel Mosè, nella Pietà, nel
blocco marmoreo delle tombe medicee in Firenze, e nelle sue opere non
finite, altrimenti dette Prigioni?
E, per converso, quali infauste
coincidenze devono darsi convegno perché prenda piede l’idea catastrofica che
sarebbe bene eliminare qualunque essere umano (e non importa se uomo, donna o
bambino) per qualche sua disabilità, imperfezione o semplicemente per una sua
diversità (di fede, di cultura, di colore della pelle, di lingua o perché
troppo giovane o troppo vecchio) possa essere considerato un “peso” per il
resto della società, quella dei cosiddetti “puri” e dei “sani”?
Quale sensibilità, quali corde dell’anima bisogna
arpeggiare perché suonino la musica di queste pagine del pachinese Brancati,
che riesce in poche pagine a commuoverci, a farci riflettere e ad illuminarci
su una verità profonda, come se ci avesse svelato uno degli ingredienti
fondamentali di cui siamo fatti?
In questo brano che ho riportato
Brancati mette a confronto da un lato l’amore puro, totale, incondizionato,
quello che toglie l’amato persino dal disagio di mettere fine al rapporto, di
trovare il modo e le parole, quello che crede di non essere abbastanza e lascia
vivere l’essere amato in piena libertà, anche se questo è per lei la fine di
tutto, anche della propria stessa vita o, comunque, di qualsiasi gioia o
piacere nel vivere.
Dall’altro c’è la viltà e il
cinismo spietato di chi cerca disperatamente l’altro per il suo piacere, per
quella sorta di “vitalità animale” (come la chiama lo scrittore) e di
sensualità che brama soddisfazione e che non si ferma davanti a nulla; una vita
fatta di luci, ma basta soltanto un’ombra, quell’ombra che riporta
all’apprensione, all’angoscia e a quel senso di tragedia che secondo Brancati
accompagna il siciliano fin dalla culla, perché quell’oggetto del desiderio
perda ogni sua attrattiva, come un paio di calze smagliate, una camicia
macchiata o un paio di pantaloni sgualciti.
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| Leonardo da Vinci, testa di donna, Museo Bonnat, Bayonne |
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| Leonardo da Vinci, testa di giovane donna, Accademia, Venezia |
Una viltà che non ha età, non
viene sfiorata dalla maturità o dall’esperienza e non ha sesso (una donna può
essere vigliacca tanto quanto un uomo ... e forse anche di più ... in amore),
perché talvolta può capitare a qualche individuo del mio stesso sesso di
fermarsi a pensare e magari di scusarsi di fronte a certi avvenimenti, di
quanto vile può essere un uomo quando lascia una donna o, ancora di più, di
quanto abietto può essere quando non vuole essere lasciato da una donna, quando
usa tutta la sua forza, il suo potere, il controllo, la sua violenza e le
infligga umiliazioni di ogni tipo.
È questo, naturalmente, uno
spostamento: scusarsi per il proprio sesso e non per se stessi ... a ben
guardare troviamo certamente delle viltà nostre personali per cui scusarsi
delle viltà del maschio in generale, invece che delle proprie, rischia di
essere un’altra viltà.
Sono sicuro che anche voi, come
me, se guardate bene nelle pieghe della memoria, incontrerete le vostre viltà:
verso un partner, un figlio, i vostri genitori o i vostri fratelli, un amico o
un parente ... le viltà peggiori sono quelle che manifestiamo con le persone
che più ci hanno amato, quelle che credevano in noi, che si fidavano e
confidavano in noi.
Sono sicuro che anche voi avrete
notato, nella vostra furia e nella vostra cecità, quella mano, quei “cinque
ossi, ricoperti di pelle fibrosa, [che] non potevano suscitare il desiderio di
nessuno” e che poco prima vi avevano fatto l’ultima carezza, un tenero gesto di
pudore per risparmiarvi di vedere qualcosa di esteticamente non bello, qualcosa
che non sia luce, come se voi doveste nutrirvi di luce soltanto, che tentava
ritmicamente e stancamente di afferrare e stringere invano la paglia
che era stata il vostro giaciglio d’amore e che adesso è tutto ciò che le
rimane.
Non si ripara niente col pensiero
e a posteriori ... ma avrei voluto lasciarti con una carezza e un bacio (o
almeno facendo in modo che tu potessi odiarmi) invece che con l’alibi di
un’arrabbiatura (che eri molto brava a suscitarmi), con un sorriso che fosse
l’ultima immagine che avessi di me, invece che col cipiglio di lesae
maiestatis e con la furia di chi sta per avverare una tragedia senza
ritorno.







