La cantante Delia cambia la parola “partigiano” con “essere umano” in Bella Ciao al concertone del 1° maggio, ed è polemica. Questi sono giovani nati e cresciuti all’interno di una cultura che è sessualmente permissiva, ma è severamente repressiva per ciò che riguarda l’aggressività.
Così, cresciuti con la sensibilità di evitare ogni conflitto, non si rendono conto che se non ci fosse stata una contrapposizione al nazi-fascismo, ce lo ritroveremmo fra i piedi ancora oggi.
Sento dire da più voci che qualcosa (qualunque cosa) è inaccettabile perché “divisiva”, ma in questo modo si toglie ogni stimolo al pensiero e al progresso.
Nella logica aristotelica e nella dialettica hegeliana, senza l’antitesi non ci sarebbe progressione, non ci sarebbe alcuno stimolo ad approfondire una questione, tutto rimarrebbe sempre e comunque uguale a se stesso, perché niente verrebbe a mettere il dubbio la tesi iniziale, e il pensiero stesso non sarebbe più un processo, qualcosa in fase di costruzione, ma un’idea fissa immodificabile.
È il trionfo del dogma e la morte di tutto ciò che l’uomo ha liberamente costruito di meraviglioso e di stupefacente; è l’eliminazione arbitraria delle differenze per far posto ad una illusoria e pericolosa uniformità.
Hegel non si pone neppure il problema di giustificare il conflitto come motore primo della dialettica, lo da per scontato; ogni coscienza è desiderio, ma non desiderio di dominio, bensì desiderio di riconoscimento, per cui ogni coscienza aspira a sottomettere ogni altra coscienza, per essere da questa riconosciuta, ingaggiando così una lotta per la vita e per la morte.
Perché piegare una coscienza a sé vuol dire ucciderla in quanto tale e bloccare la sua aspirazione ad autocoscienza. Affinché ciascuno di noi sia riconosciuto e possa accedere all’autocoscienza, bisogna sottomettere ed uccidere almeno un’altra coscienza, bisogna eliminare l’altro in quanto tale e assoggettarlo a servire al nostro auto-riconoscimento; per questo motivo Jean Paul Sartre nella sua commedia teatrale A porte chiuse (1944) fa esclamare ad uno dei protagonisti la celebre frase: “L’enfer, c’est les autres” (l’inferno sono gli altri).
Gli antichi greci lo sapevano benissimo che il mondo si basa sullo sviluppo e sul conflitto, Eraclito era convinto che il Pòlemos (guerra, conflitto, folgore) fosse il principio primo del mondo, e che la realtà si generasse dalla tensione degli opposti, egli afferma che: “Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è il re” (DK 22 B 53).
Oggi non riusciamo più a tollerare alcun conflitto, nemmeno il più piccolo screzio, e questo non rende il mondo migliore di quello antico, al contrario, l’aggressività, non più ritualizzata, non più simbolizzata, diventa endemica e divampa senza senza confini.
Le guerre sono più estese, più feroci, non esistono più limiti nel combatterle, è vero che esiste una carta dei diritti umani e delle armi o modalità belliche proibite dalla Convenzione di Ginevra, ma ovunque sono disattese, mentre in un passato remoto i civili erano vittime incidentali, oggi sono colpiti consapevolmente per piegare le ginocchia di una nazione, per infierire su di loro, per sfogare chissà quali frustrazioni interne del popolo nemico, per placare chissà quale sete di sangue ancestrale, insita, innata.
Mentre molte guerre nell’antichità si chiudevano quando era chiaro che un esercito stesse prevalendo sull’altro, oggi vengono costruite mine antiuomo che all’apparenza sembrano dei giocattoli: sono destinate a mutilare o ad uccidere appositamente dei bambini.
Reprimere sistematicamente l’aggressività nel bambino, non elimina la violenza, fa si solo che il bambino accumula frustrazioni su frustrazione per non poterla esprimere in maniera accettabile, fa in modo che egli non la riconosca in sé, non impari ad accettarla e a gestirla.
In un certo senso, colpevole di questa follia insita nel pensiero occidentale è il cristianesimo, che predica di amare il prossimo come noi stessi e di porgere l’altra guancia; già Nietzsche scorgeva molta perfidia nel perdono cristiano, che era frutto di un profondo disprezzo dell’altro, ritenuto indegno della nostra sacrosanta reazione quando questo mostra aggressività nei nostri confronti.
Il perdono contraddice ciò che Cristo stesso disse a proposito della moneta e del dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio; se dobbiamo ripagare ciascuno con la sua propria moneta, dovremmo reagire alla violenza con la violenza, non col perdono, che è strumento utile nel rapporto fra uomo e Dio e che non è spendibile nel rapporto fra gli uomini.
Quanto sia difficile perdonare chi ci fa del male del resto lo sanno anche i cristiani, che già nel IV° secolo dopo Cristo, quando il Cristianesimo divenne religione dell’impero, passarono da perseguitati a persecutori, e dovunque combatterono, anche con le armi i loro nemici religiosi: in primis l’ebraismo da cui provenivano, poi le cosiddette religioni pagane, ancora molto seguite e dunque temibili e, infine, le cosiddette eresie in seno al cattolicesimo, tutte stroncate duramente.
Gettare il conflitto fuori dalla porta non serve a nulla se non ad inasprirlo, a farlo crescere fino a che non diventi esplosivo e incontrollabile in ogni ambito: rapporti umani, rapporti fra i sessi, dirimere questioni locali, nazionali o internazionali.
Il conflitto (come l’aggressività e la violenza) vanno riconosciuti, accettati come esistenti (evitando la trappola dell’innato o dell’acquisito, inesplicabile e infruttuosa), e vanno canalizzati per quanto è possibile nell’ambito dell’universo simbolico e all’interno di un’agone che non può prescindere da regole normative imprescindibili per decretare modalità e finalità in cui possano esplicarsi.
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