... D'INTENDERE & VOLARE 2 (L'INFINI)









«Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v'à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l'altre per udita, acciò che 'l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna.  Ma io voglio che voi sappiate che poi che Iddio fece Adam nostro primo padre insino al dí d'oggi, né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno uomo di niuna generazione non vide né cercò tante maravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo. E però disse infra se medesimo che troppo sarebbe grande male s'egli non mettesse in iscritto tutte le maraviglie ch'egli à vedute, perché chi non le sa l'appari per questo libro.  E sí vi dico ched egli dimorò in que' paesi bene trentasei anni; lo quale poi, stando nella prigione di Genova, fece mettere in iscritto tutte queste cose a messere Rustico da Pisa, lo quale era preso in quelle medesime carcere ne gli anni di Cristo 1298».

(Marco Polo, Il Milione, 1).









Mi entusiasmava anche Alessandro, allievo di Aristotele, mi sono chiesto per lungo tempo perché egli si avventuri verso l’Asia, cosa spera di trovare? Conquista? Possesso? Dominio? Delirio di onnipotenza? Mi sono convinto che l’Alessandro che parte dalla Macedonia non è lo stesso che giunge in India, impazzisce strada facendo, qualunque cosa lo guidi si fa sempre più delirante man mano che penetra l’Asia come si penetra una bagascia usurata, col la stessa facilità con cui un coltello affonda nel burro.
Non brama conquiste Alessandro, anzi, non si cura molto di ciò che conquista, non fa nulla per consolidare i suoi nuovi possessi, spesso conferma al potere i satrapi che gli si sono arresi e che gli hanno aperto le porte della città, in altri casi pone a capo di città e province i suoi generali e i suoi uomini di fiducia, non conquista (come i romani) per assoggettare nuove terre e nuove genti all’impero, non vuole fondare un impero, vuole soltanto andare al di la, vedere cosa c’è oltre, stupirsi di nuove città, nuove genti, nuovi costumi.
Non vuole il dominio o il possesso, rimanda indietro le mogli di Dario e dei suoi satrapi che gli si arrendono, offerte com’era d’uso fra quelle genti, perché le sodomizzasse in quanto vincitore, rispetta la figlia di Dario ormai alla sua mercé; il suo scopo è andare oltre, vedere cosa c’è dopo, anche contro il parere dei suoi amici e dei suoi generali, che cominciano a sospettare che sia pazzo, solo davanti all’Oceano Indiano è costretto ad arrendersi, non è attrezzato per continuare il suo viaggio.
Allora gli sorge un’idea, un pensiero improvviso, una follia pura, si ricorda dell’Egitto e torna indietro attraversando la Bactriana, la Scizia, la Persia, la Media, l’Armenia, l’Asia Minore, fino a Menfi, fino a ridiscendere il fiume Nilo fino a Marsa Matruh, dove i sacerdoti lo acclameranno come figlio di Ammon, la principale divinità egizia.
Ma non si ferma li, perché morirà a Babilonia, sempre alla ricerca di nuove sensazioni, di cose inedite da vedere e di cui saziarsi fino a quando la curiosità non si riaccenda e gli imponga di riprendere il viaggio.
Sognavo di essere Marco Polo, in un’età che in età variamente indicata da dodici a diciannove anni, perché le varie fonti non concordano, parti da Venezia col padre Niccolò e lo zio Matteo percorrendo la via della seta fino in Cina (che lui chiama Catai), attraversando il Medio Oriente, il Kurdistan, l’Armenia, la Persia, il Turkestan, l’Afghanistan, l’India, il Tibet e il Tangut.
Toccando città come Costantinopoli, Trebisonda, Acri, Gerusalemme, Damasco, Bagdad, Herat, Bombai, Samarcanda, Karakorum, Hormuz, Pechino, Hangzhou, Xanadu; descrivendo popoli, usi, costumi, stranezze e meraviglie e tutto ciò che lo colpiva.










Marco vive un’esperienza straordinaria per un giovane del suo tempo, ma nessuna delle novità che lui coglie durante il suo viaggio viene compresa in patria, persino il “governo dei savi” della Serenissima Repubblica di Venezia sembra comprendere il valore di ciò che i Polo avevano scoperto, nemmeno l’uso dell’assegno al portatore, che sarebbe stato utilissimo per una repubblica marinara, per non costringere i propri mercanti a portare con sé cifre elevate per i loro commerci, col rischio altissimo di essere derubati, fu colta e utilizzata, lo faranno solo qualche anno dopo i Cavalieri Templari, che stavano diventando i banchieri di Dio.
Oppure, mi sarebbe piaciuto essere Cristoforo Colombo, e andare per mare e vedere molti posti sconosciuti, ammirare le meraviglie che solo il candore e la fantasia di un bambino, o il candore e la fantasia di un popolo che esce dal medioevo e si affaccia alla modernità, possono ideare.
Mi sarebbe piaciuto discutere con i matematici, i geografi, i cartografi, i dottori di tutta Europa, perorare la mia causa il sogno di una vita dinnanzi a João II de Portugal o a Isabel I de Castilla, su come buscar el Levante por el Poniente.
Chiedevo solo due o tre caravelle e un pugno di uomini arditi con cui affrontare l’ignoto, tutti i pericoli e il mondo straordinario e terrificante che avevano narrato poeti come Omero e Dante, filosofi come Platone e storici come Erodoto.
Mi piace la figura di Colombo, visionario ardente, che riprende i calcoli di Eratostene o di Posidonio di Ipamea sulla circonferenza terrestre, le stime di Tolomeo, le “correzioni” di Paolo dal Pozzo Toscanelli, le letture di Plinio, Pausania, Zacuto, Pietro d’Ailly, Ezra, Marco Polo, le infiammate discussioni con alcuni amici, con la “juntas dos mathematicos” a Lisbona e con i dottori di Salamanca in Spagna, le udienze presso la regina Isabella, i frenetici preparativi per la partenza, il viaggio e le sue difficoltà nel controllare marinai spagnoli che diffidavano di lui e della bontà della sua idea.
Avrei voluto provare il brivido di essere il primo ad avventurarmi nell’Oceano Pacifico, il primo a vedere tutte quelle meraviglie, gli orribili mostri che la tradizione narrava si trovassero in quel mare (a dir la verità qualche sospetto che fossero tutte fole si era già fatto strada, in fondo gli antichi aedi, i primi storici, persino i filosofi avevano popolato anche il Mediterraneo di esseri mitologici di cui già i romani avevano fugato ogni possibilità di esistenza chiamando quel mare Mare Nostrum, un mare che conoscevano come le loro tasche, con tutto ciò che vi esisteva).










Anche l’ipotesi che ivi si trovasse la sede del Purgatorio, un’idea cara a Dante e ai dotti medioevali, circondata da gorghi paurosi che trascinavano ogni imbarcazione e perdevano ogni uomo, cominciava a non essere più considerata una certezza assoluta, ma nessuno ancora era uscito a verificarla ed era tornato a raccontare la sua impresa.
Dovette mancare il coraggio a ciascuno di quei 90 uomini circa che si imbarcarono su quelle navi, quando partiti dalle Canarie si trovarono in mare aperto verso l’ignoto, senza alcuna terra in vista e senza sapere se e quando ne avrebbero vista un’altra.
Avrei voluto vivere la gioia immensa di quella notte del 12 ottobre del 1492 quando il marinaio di vedetta sulla Pinta, Rodrigo de Triana, avvistò la terra e avvisò i suoi compagni con tutta la voce che poté dispiegare; mi sarebbe piaciuto immergermi in quello che fu definito da quei primi europei come un nuovo Paradiso terrestre, osservare quegli uomini con caratteristiche somatiche, con vestiti, costumanze e modi di vivere molto diversi da quelli che vigevano nell’Europa fra il XV° e il XVI° secolo.
Mi avrebbe appassionato cercare di comunicare con gli inquilini di quelle terre, comprendere il loro pensiero, il suono delle loro parole, esplorare quelle terre incognite, scoprire la flora e la fauna del tutto sconosciute e dotate di forme e di colori molto più strani e sgargianti rispetto a ciò a cui erano abituati.
Mi deprimono però il Colombo e gli spagnoli che, riavutisi dalla sorpresa e dallo stupore, fanno emergere il vero motivo per cui hanno allestito tutta quella spedizione e investito 2.000.000 di maravedí, pari a circa 18 kg d’oro; l’idea era quella di aprire una via per l’Oriente passando per l’Occidente, eludendo così il controllo turco che nel frattempo avevano invaso la città di Costantinopoli, punto d’arrivo sia della via delle spezie sia della via della seta.
Colombo cercava l’oro del Catai e del Cipango, di cui Marco Polo scrive fossero laminati persino i tetti delle case, il tesoro del Prete Gianni, e brillanti e smeraldi e rubini e perle opalescenti di cui si diceva fossero così abbondanti che quei selvaggi li ritenessero pietre vili e ne regalassero a profusioni ai visitatori di passaggio; ma, soprattutto, cercava le spezie, pepe, coriandolo, curcuma, cardamomo, zenzero, galanga, cannella, chiodi di garofano, cumino, dragoncello, macis, noce moscata, …, che nei mercati europei venivano battuti a prezzi superiori a quelli dell’oro, essendo molto richieste dalle cucine delle corti di tutta Europa, che gareggiavano nel consumarne a profusione che simbolo di potere e di ricchezza.
Il marinaio genovese non verrà mai sfiorato dall’idea che ciò in cui si era imbattuto non era l’Oriente, non il Catai e nemmeno il Cipango, e che queste terre non erano nemmeno tanto vicine, ma erano anzi tanto distanti che avrebbe dovuto attraversare un altro oceano, il Pacifico, per giungervi; è una pena vedere come passa da un’isola all’altra del centro America credendo che la successiva sarà quella giusta, che finalmente troverà le terre che stava cercando e con esse le immense ricchezze che non dubitava punto esistessero in quei luoghi.








I viaggi successivi, il tentativo di fondare una colonia e di sfoggiare come una veste sgargiante il titolo acquisito di almirante don Cristóbal Colón, Grande Ammiraglio del mare Oceano, Viceré e Governatore delle isole da lui scoperte nelle Indie, il suo barcamenarsi fra le richieste di tesori dalla corona, che erano impellenti per la dispendiosa vita di corte, per risollevare la Spagna dal deficit economico in cui si trovava per aver sostenuto ingenti spese per la sua riunificazione e per la “cacciata dei Mori”, e le difficoltà che incontrava nel Nuovo Mondo, la diffidenza e l’invidia da cui era circondato, il trovarsi a gestire frotte di raccomandati, di arrivisti, di nobili boriosi che mal tolleravano che un plebeo, marinaio nemmeno di sangue spagnolo, avesse potere su di loro e la sua manifesta incapacità organizzativa, perché spesso i sognatori e gli ardimentosi non sono le persone più indicate per consolidare le loro conquiste.
Ho sempre invidiato gli esploratori, i viaggiatori, gli scienziati, i pensatori, gli scrittori e i poeti che si sono trovati davanti ad una cosa inedita, mai vista, qualcosa che nemmeno sospettavano o che pur sospettandolo non erano certi di incontrarlo, non proprio loro, non in quell’istante in cui non se l’aspettavano.
Esplorato del tutto il pianeta terra (quale grande illusione), scoperti tutti i continenti, le terre, le isole, gli isolotti, mappato qualsiasi scoglio esistente, svelato il mistero del punto fijo o del calcolo corretto della latitudine e della longitudine in assenza di punti di riferimento visibili, conosciuti tutti i popoli che vivono nel nostro pianeta, catalogate la stragrande maggioranza di piante e di animali, messo il primo piede persino sulla Luna e mandate sonde sia su Venere che su Marte, che sono diventati soltanto degli enormi globi di arida materia e l’universo intero è soltanto massa ed energia in movimento, senza più alcuna poesia, scandagliati gli arcani principi che reggono la materia, il microcosmo come il macrocosmo, le leggi matematiche che permettono il funzionamento dell’intero sistema, cosa rimane ancora da sapere? Quali sono le nuove frontiere del sapere e della conoscenza?
Certo, per chi volesse indagare c’è sempre un al di la da scoprire, la scienza moderna è passata dalla progressiva accumulazione del sapere, come approssimazione infinita alla verità, ad una sempre più complessa articolazione delle domande e delle tecniche di indagine e di trasformazione del mondo, senza più alcun collegamento con la verità, o conseguendo soltanto verità temporanee che ci permettono di fare cose e di relazionarci al mondo cosi come ce lo rappresentiamo di volta in volta con una certa efficacia.
Non esiste, né esisterà mai la fine dell’esplorazione del globo terrestre, né l’ultima parola dell’antropologia, della sociologia, della fisica, dell’astronomia, della medicina, della biologia, non cesseremo mai di sviluppare la tecnica e la tecnologia, nonostante si sia profetizzata la fine della filosofia, per fortuna molti filosofi moderni non ne sono stati informati, e anche se crediamo che sia stato detto e scritto tutto, che ogni emozione e ogni sentimento siano stati scandagliati e sezionati dai romanzieri e dai poeti, si continuano a scrivere romanzi e poesie che ci mostrano un punto di vista inedito e angolazioni emotive che non avevamo mai provato.








Seppure i confini del potere della mente umana nel produrre sapere e conoscenza mi avessero entusiasmato negli anni, se ho provato uno stupore immenso per ogni primigenia e vergine scoperta, per l’inaspettato e per l’inviolato, per tutto ciò che si cela agli occhi e alla mente e si rivela solo a chi sa osservare, alla fine mi sono sentito sempre più attratto dalla stessa mente umana e non da ciò che conosce, dal suo funzionamento intrinseco e non soltanto dai suoi prodotti nei vari ambiti dello scibile umano.
Ma non mi bastava comprendere come opera la mente umana studiando semplicemente le sue funzioni, come fa uno psicologo generale che seziona le funzioni della mente (memoria, apprendimento, sensazione, percezione, motivazione, coscienza, condizionamento, linguaggio, pensiero, intelligenza, emozioni, …), mi interessava comprendere la mente quando non sa di essere operante, quando funziona in modo inconscio e procedurale, quando letteralmente non sappiamo cosa stiamo facendo né perché lo stiamo facendo, quando nel nostro agire, nel nostro pensare e nel nostro essere predominano gli automatismi, le sensazioni e le emozioni più profonde.
Inoltre, mi piaceva e mi piace ancora capire come la mente si pensa pensante, come ci cogliamo mentre siamo, come avviene l’autocoscienza, cosa fa si che noi siamo in alcuni momenti presenti a noi stessi e abbiamo perfettamente chiaro chi siamo noi, chi sia l’altro e che tipo di relazione sta intercorrendo fra di noi.










“Frontiere? Non le ho mai viste, ma ho sentito dire che esistono nella mente di alcune persone”, così disse Thor Heyerdahl, antropologo, esploratore e regista di pellicole sui viaggi e, certamente, pensando a tutti i muri, i confini, le separazioni fisiche e mentali che ci creiamo, non riusciamo a dargli torto.
Ma è anche vero che non esisterebbe esplorazione senza confini, non esisterebbero Stati senza frontiere, non esisterebbero persone senza i contorni fisici e psicologici di un Io, non esisterebbero oggetti che non emergano differenziandosi da uno sfondo; le frontiere sono sempre state linea di individuazione fra l’Io e il Tu, fra il Noi e il Voi, colonne d’Ercole fra il mondo conosciuto e l’ignoto, fra familiarità e spaesamento, fra il lecito e l’illecito, fra il possibile e l’impossibile, fra ciò che può essere detto e l’indicibile.
Ercole in una delle sue dodici fatiche giunse agli estremi confini occidentali dell’Africa e dell’Europa, separò in due un monte ivi presente (il Calpe e l’Abila) creando così due grandi colonne che si stagliavano sull’oceano e vi incise la scritta: “Nec plus ultra”; gli antichi greci, che pure si distinsero per la loro curiosità e per il loro girovagare in Egitto, in Babilonia, in Persia, in India e dovunque vedevano ardere la fiaccola del sapere, istituirono una netta linea di demarcazione fra la loro civiltà e tutte le altre, definite complessivamente barbare, cioè incapaci di articolare un discorso denso di significato, che blaterano cose senza senso.
Alessandro il macedone, che brama la conquista di tutto ciò che esiste, solo perché esiste, è la degenerazione del pensiero greco: con Alessandro entrano nella cultura occidentale l’anelito verso l’assoluto e il concetto di storia; i romani saranno l’espressione di un delicato equilibrio fra la saggezza greca e la follia barbara di Alessandro, conquisteranno molto, ma tralasceranno tutto ciò che è talmente barbaro da non giustificare lo sforzo di una conquista (in Britannia tracciano il “vallo di Adriano” per tagliare fuori i Caledoni, considerati troppo “zotici” per far parte dell’Impero e per avere il privilegio di essere conquistati).









Mentre nella Bibbia è scritto: “Perciò il Signore Iddio cacciò Adamo dal giardino di Eden, perché coltivasse la terra dalla quale era stato tratto; e dopo averlo cacciato, pose davanti al giardino di Eden i Cherubini e la fiamma della spada guizzante, per impedire l’accesso all’albero della vita” (Genesi, 3, 23-24); il nutrirsi dei frutti dell’albero proibito del bene e del male crea divisioni in tutto ciò che in precedenza era integro: fra candore e pudore (per la prima volta si accorgono di essere “nudi” e ne provano vergogna), fra l’uomo e la donna (Adamo accusa subito Eva, mentre Dio sembra accusare Eva direttamente della trasgressione, accusa Adamo solo di aver dato ascolto alla donna, e traccia netti confini con tanto di Cherubini con la spada guizzante di guardia, fra l’eden che dovrà essere riconquistato e le tribolazioni di una vita di dolore, di sofferenza e di stenti e, infine, non è proprio chiarissimo questo punto, ma sembra togliere all’uomo l’immortalità perché egli ritorni ad essere quella polvere che era.
I confini, dovunque esistano ... ed esistono ovunque, anche dove non si vedono e quelli che non si vedono sono i più insidiosi ..., servono ad identificare, a delineare, a delimitare, a dare senso all’esperienza; appartengono indissolubilmente a quel doppio movimento umano, che è anche il paso-doble con cui danza la natura, che dagli antichi filosofi greci venne denominato essere, contrapposto al divenire, che Goethe denominò la sistole e la diastole, che Hegel descrisse nella dialettica fra il servo e il padrone e più in generale nel percorso che compie lo “Spirito” (o l’Assoluto) a riappropriarsi di sé attraverso l’autocoscienza, che Freud reinterpretò come contrapposizione fra inconscio e coscienza nella sua “prima topica”, che Lacan tratteggia nella sua dialettica fra il Soggetto e l’Altro, l’alternarsi di assimilazione e di accomodamento nell’epistemologia genetica di Jean Piaget, il concetto di espansione diadica della conoscenza dei ricercatori dell’Infant Research adottato dagli psicoanalisi relazionali e dai moderni psicologi viene chiamato talvolta assimilazione-accomodamento, auto-eco organizzazione, espansione diadica della coscienza.
Meritano una citazione le parole di Goethe:                                                              
«Gli osservatori fedeli della natura, per quanto diverso sia il loro modo di pensare in altri campi, saranno tuttavia concordi nell' ammettere che tutto ciò che appare, tutto ciò che si presenta come fenomeno alla sensibilità umana deve rinviarci o a una scissione originaria, capace però di ricomporsi, o a un' unità originaria, capace di sdoppiarsi. La rappresentazione che può esserne data può anche essere questa. Dividere l' unito e unire il diviso, è la vita stessa della natura, è l' eterna sistole e diastole, l' ispirazione ed espirazione del mondo in cui viviamo, ci muoviamo e siamo». (Wolfgang, J. Goethe, 1910, tit. or. Zur Farbenlehre, La teoria dei colori, Il Saggiatore, 2008).
Tutta quanta la scienza occidentale deriva da una scissione originaria, nell’etimologia stessa del termine rintracciamo che scièntia deriva da scièns, il participio presente di scire (sapere), che a sua volta deriva dal greco σχίσις (schisi) e dal verbo σχίζω (spaccare, rompere, spezzare, fendere, tagliare, lacerare, separare, dividere); non si da alcuna scienza senza separazione di un oggetto dal resto del mondo, si fa sempre scienza di qualcosa e questo qualcosa deve essere estratto dal magma indifferenziato del tutto, a forza, così come si produce la mozzarella di bufala spezzandola con le mani dalla cagliata e separandone piccole palline o componendola in trecce.
Persino la poesia, con la produzione di metafore e di poesie che suscitino sensazioni, sentimenti, nuove visioni delle cose e di noi stessi, necessita di dividere ciò che è indifferenziato e di unire, accostare, paragonare ciò che è diviso.








 “E tu, lieta e pensosa, il limitare/Di gioventù salivi?” esclama Giacomo Leopardi a Silvia, avrebbe potuto semplicemente scrivere “iniziavi la gioventù”, o usare una similitudine giocando con l’ambiguità del significato del termine “limitare” (inteso in senso figurativo sia come uscio, ingresso, entrata, sia come verbo transitivo di circoscrivere o porre un determinato limite, restringere o diminuire), per cui Silvia sarebbe stata sull’uscio della sua giovinezza, sull’orlo del suo fiorire come donna, al limite fra i confini che circoscrivono la fanciullezza dall’età adulta come le mura di una casa.
“Salivi”, poi, è molto interessante, perché non ha soltanto il significato di varcare e di oltrepassare un confine, ma esprime il nucleo paradossale di tutta la poesia dedicata a questa sfortunata ragazza e quello di tutto il suo pensiero: la Natura ci inganna con false promesse e vane speranze, ci colma di dono caduchi come la giovinezza e la bellezza, siamo lieti e colmi di auspici nell’attesa della nostra felicità, e quando ci troviamo sul “limitare”, sulla soglia stessa dell’attesa, sull’orlo del senso della nostra vita (“all’apparire del vero”), invece di “salire” a Silvia succede di cadere (“cadesti: e con la mano/la fredda morte ed una tomba ignuda/mostravi di lontano”), mentre allo stesso Giacomo una mano rapace lo privò all’improvviso della sua giovinezza e delle gioie della vita.
Ma Leopardi è magistrale, forse, più da giovane che quando è in la con gli anni, sul tema dei confini, di frontiere non sono mai stati scritti versi più belli del suo Canto XII, L’Infinito:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Chi è mai stato a Recanati e ha voluto visitare l’ “ermo colle” sarà rimasto stupito e forse deluso dalla collina che ha ispirato una delle più belle poesie di tutti i tempi, non c’è niente di poetico, di titanico, di abissale sia nel punto di osservazione da cui Giacomo guardava, sia nel paesaggio che vi si può osservare (anche eliminando gli orrendi capannoni agricoli che sono stati costruiti in tempi più recenti).
Come possano essere stati distillati dei versi tanto freschi e cristallini da un panorama cosi prosaico e anonimo? Ma sta proprio qui la forza poetica, nel trasfigurare il reale, nel trasformare una insignificante collinetta in un punto visuale da cui poter scorgere in lontananza il proprio futuro, collocare le proprie aspettative di felicità, porvi la sede dell’infinito e il dominio dell’eterno.




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