“Vai cercando qua, vai cercando là,
ma quando la morte ti coglierà
che ti resterà delle tue voglie?
Vanità di vanità.
[…]
Vai cercando qua, vai cercando là,
seguendo sempre felicità,
sano, allegro e senza affanni...
Vanità di vanità”.
(Angelo Branduardi, Vanità di vanità, dall’album Camminando camminando, 1992).
“No, non voglio baciarti
in una giornata di sole.
Non voglio che sia estate.
Non voglio che sia in mezzo alla folla.
Vorrei baciarti in una di queste sere d'inverno,
quando il sole scolora nel grigio e nel freddo;
quando sarà più facile
trovare, insieme,
l'alba dentro l’imbrunire”.
(Pablo Neruda, E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo, in Venti poesie d’amore e una canzone disperata, Passigli Editore, 2024).
“E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare
L'alba dentro l'imbrunire
E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare
L'alba dentro l’imbrunire”.
(Franco Battiato, Prospettiva Nevski, da Patriots, EMI, 1980).
Avevo dimenticato da molto tempo cosa vuol dire immergersi totalmente in qualcosa, che non è solo un evento musicale, o culturale, o una di quelle cose rare che capitano molto raramente, ma è vivere dentro qualcosa che non hai creato tu, ma che senti tua fin dentro le fibre più interne del tuo essere.
Erano passati ormai molti anni dall’ultimo concerto di Angelo Branduardi, lui aveva ancora quel cespo di capelli che lo caratterizza color sale e pepe, e io avevo ancora i capelli tout court; poi le vicende del mondo ci portano lontano, altrove, ma ciò non significa che io lo avessi perso di vista: ho seguito le sue orme musicali e le rare vicende di vita che trapelavano dalla sua vita, sottratta fin dove è possibile al clamore mediatico.
Per me Branduardi, insieme a Franco Battiato, rappresenta il vertice assoluto della mia concezione musicale italiana, le arie della sua musica e le parole delle sue canzoni mi vengono in mente nelle situazioni più disparate della mia quotidianità, e talvolta le condivido con pochissime persone a me care, che sono certo le apprezzeranno.
Così, quando ho visto la locandina che sarebbe stato in concerto a Bassano del Grappa, non ho perso tempo a rifletterci e ho prenotato il primo posto disponibile, perché credo che l sue musiche celestiali sembrano attinte dai cerchi angelici; sia lui che Battiato sono per me qualcosa in più rispetto a dei bravi compositori, musicisti, interpreti, parolieri, artisti e uomini di spettacolo.
Sia lui che Battiato hanno avuto ed hanno una carriera straordinaria, di solito un grande musicista compone uno, due, massimo tre album di successo, e poi continua a calcare le scene giostrandosi con maestria e mestiere, mentre comincia ad essere consapevole che la sua vena artistica autentica si è esaurita e riesce a produrre solo brani eccellenti certamente, ma privi dell’anima e del fuoco sacro che percorreva i nervi, i tendini e le vene delle sue opere precedenti.
Battiato ad esempio ha attraversato diversi cicli artistici, è passato dalla musica melodica all’elettronica, poi al pop commerciale di altissimo livello, dall’orchestra sinfonica e dal violino di Giusto Pio a brani intrisi della filosofia di Manlio Sgalambro; ha prodotto molti album tutti di livello eccelso, tanto che è veramente difficile scegliere quello che preferisco in assoluto.
Forse Battiato ha incontrato nel suo cammino alcune persone che hanno ravvivato la sua vena artistica, ma per incontrare qualcuno devi essere disposto all’incontro, all’ascolto, a lasciarti condizionare profondamente dal mondo che la persona che incontri rappresenta, devi non soltanto immedesimarti nell’altro, ma viverlo, lasciare che parli attraverso te e parlare attraverso lui, creare un connubio artistico che non è soltanto ciascuno fa ciò che safari, ma produrre qualcosa che non sai più di chi è, mia, tua, dove l’appartenenza e la competenza non è più importante.
Per navigare in mare aperto devi avere le competenze marittime, devi avere molta fede che ciò che non sai e ciò che ti manca li apprenderai dall’esperienza, e devi avere altresì una sete inestinguibile di conoscenza, devi essere come l’Ulisse di Dante, che sfida l’ignoto.
Dante è ambiguo, ammira e punisce questa sete di conoscenza, come ammira e punisce il trasporto d’amore di Paolo e Francesca, però poi lui non esita ad entrare sia nella selva oscura, sebbene poi parli di smarrimento della “verace via” e del timore che gli incutono le tre belve che incontra una dietro l’altra, ma di fronte alla porta dell’Inferno poi non ha alcuna esitazione “qui si convien lasciare ogni sospetto; ogne viltà convien che sia morta”.
Non è vero che veniamo al mondo come “tabula rasa” da costruire a piacimento, contenitore da riempire, tutti quanti noi viviamo immersi fin dalla nascita in un reticolo di significanti che ci determinano, che dicono chi siamo e cosa dobbiamo fare, talmente numerosi che il neonato sopravvive a stento a tutte queste imposizioni che gli cadono addosso.
Inizialmente possiamo soltanto ingerirle o sputarle, e queste sono le primissime reazioni del bambino al mondo: accettarlo così com’è o rifiutarlo; poi, col tempo, quando il mondo che lo circonda smette di essere soltanto un mondo fisico, fatto di oggetti e persone, e diventa un mondo simbolico, dove tutto è mediato dalla parola, le tecniche di assimilazione o di rifiuto si fanno più raffinate.
Accettare ciò che il mondo ti propone ti da una certa serenità, ti tranquillizza, e ti da anche un’identità, perché in ogni momento sai chi sei, da chi discendi, a quale gruppo appartieni, da quale vertice simbolico inizi a parlare e ad agire nel mondo.
Sembra una sciocchezza ciò che sto dicendo, ma non lo è, pensare che persino Cristo, che per i cattolici è insieme Dio e il Figlio di Dio, per iniziare a parlare prende come riferimento il Padre, nessuno dei suoi discorsi è privo di questa certezza di parlare nel Nome del Padre; ed anche ciascuno di noi parla nel nome del proprio padre, perché per sapere chi siamo dobbiamo partire dal nostro cognome, quello che ci ha dato nostro padre e che è il simbolo di una appartenenza che un tempo era esiziale, perché fino a qualche decennio fa per sapere chi fossi le persone si informavano sulla famiglia da cui provenivi, mentre oggi il “cadere o non cadere distante dall’albero” è diventato meno privo di significato, perché ciascuno di noi pare spuntato fuori dal nulla, come un fungo o un asparago in stagione.
Succede a volte, piuttosto raramente, che il “padre” o la figura che ti è assegnata o che scegli come riferimento si sottragga a questo ruolo di deposito di un sapere millenario di una stirpe che continua e di un senso assegnato, e ti lascia senza un responso, senza un oracolo.
È la nascita del desiderio, perché de-siderium significa avvertire la mancanza delle stelle, è solo ciò che resta quando le stelle non hanno niente da’ dirti, quando non c’è responso e vaticinio che ti riguardi, quando invochi di essere riconosciuto e di sapere chi sei e cosa dovrai fare, e nessuno in alto loco ti risponde.
Difficile sostenere l’angoscia che apre una tale prospettiva, di solito la maggior parte di noi si aggrappa a risposte e sensi della vita precostituiti, prêt-à-porter, che accomunano molti individui e creano appartenenza e comunità; chiunque abbia visto un branco o un gregge, sa benissimo che il numero e la vicinanza creano sicurezza, e il continuo rispecchiarsi, controllarsi reciprocamente, fuga ogni dubbio e ogni perplessità: se tanta gente crede in qualcosa, quel qualcosa avrà pure un granello di verità, e nei casi estremi c’è l’ostracismo, la coercizione, le minacce e infine anche la morte dell’eretico che mette col suo esempio in pericolo di sbrancarsi tutto il gregge.
Ma c’è un’altra possibilità contemplata nel rapporto possibile fra l’uomo e il senso della sua vita: la follia; essere folle è vivere un senso di vita paradossale, strano, inquietante, da funambolo o da saltimbanco, eppure riconosciuto in vari modi da ogni cultura e da ogni società: che il folle sia recluso o che viva liberamente in mezzo agli altri, in ogni caso ha un suo posto nella società e nella mente degli altri individui.
Un altro modo di fare i conti con il senso della propria vita è la spiritualità, che è la semplice constatazione che non esiste un senso nella vita se non quello che ciascuno di noi può darsi autonomamente, e non si tratta di qualcosa di insito, di innato, come sembra indicare la ripetizione mantica dell’essere te stesso che tutti sembrano rimandarti: non esiste alcun te stesso, al fondo di chissà quale penetrale della nostra mente da scoprire e da trovare, il Sé è un progetto in continua costruzione e la strada per trovarlo è la continua ricerca.
È persino possibile, ad un certo punto del percorso (stavo per dire alla fine della strada, ma questa è una strada che non ha mai fine, e trovare la fine significa solo arrendersi) noi non sentiamo più l’esigenza di riconoscerci in un Io o in un Sé, nemmeno in uno provvisorio e situazionale.
Questa è la caratteristica fondamentale che unisce Battiato, Branduardi e molti altri geni, come ad esempio Leonardo, questa continua ricerca di senso, questo mettere ordine (cosmos) nel caos della vita, il suonare le Arpe Eoliche affinché ogni astro ruoti entro i suoi cardini.
Leonardo si trascinava dietro alcune sue opere, come la Gioconda, e fino a quando è stato in grado di tenere un pennello in mano, non ha smesso di dare alcuni ritocchi, di ripensare su alcune soluzioni e correggerle, modificarle, come se la sua opera fosse infinita e l’idea di bellezza che voleva raggiungere, sempre sfuggente.
Battiato e Branduardi non hanno smesso un istante di lavorare su se stessi, sulla loro espressività simbolica e musicale, sul modulare gli strumenti e la voce per esprimere al meglio ciò che sentivano; entrambi quando si esibivano/scono entrano in una sorta di trance sciamanica e non interpretano semplicemente un brano, lo vivono.
Entrano in una sorta di raccoglimento finché non sono in sintonia col vissuto che vogliono esprimere e condividere, e in sintonia anche con ciò che il loro pubblico apprezza e coglie del loro canto; le interrelazioni sono molteplici e bastano poche note e poche parole per ri-portarti nei campi del Tennessee, nelle paludi di Venezia, o in oltremare a Babilonia in presenza del Gran Sultano, in una spiaggia solitaria con l’eco di un cinema all’aperto e il Grand Hotel Sea-Gull Magique.
Le religioni costituite hanno tutte un percorso spirituale, anche se ogni credo, i dogmi, i precetti, le regole, i comandamenti, le strutture catecumeni, sono l’opposto di ogni ricerca, ma ogni punto d’arrivo è frutto di una ricerca personale, nella Bibbia abbiamo molti esempi di ricercatori spirituali: Noè, Abramo, Mosè …, il problema sorge quando si struttura il risultato di ciascuna ricerca di ciascuno dei patriarchi e dei dottori della fede e si fa di ciò la fine di ogni ricerca e di ogni spiritualità.
Per quanto questi uomini fossero grandi, per quanto possiamo oggi apprezzarne le opere e le gesta, nessuna di queste cose può essere estesa a tutti e nessun precursore può esimerti dalla tua personale ricerca mettendoti a disposizione i suoi risultati.
Strutturare un insegnamento religioso sul pensiero e sul modello di questi grandi uomini è improprio ed errato, perché impedisce la ricerca personale, impedisce lo sviluppa della propria spiritualità, placa la sete di ricerca con materiale improprio ed altrui, è come indossare un abito o delle scarpe che non ti appartengono e che non sono della tua taglia e della tua misura.
La rete internet è piena di guru, di coach, di influencer, di illuminati, che hanno visto la luce, che hanno capito il senso del mondo, che le cose stiano realmente così come dicono puoi dirimerlo dal fatto che un vero illuminato al massimo tende a condividere la sua esperienza, ma non vuole fare proseliti.
I grandi mistici cristiani, Teresa d’Avila e Juan de la Cruz non avevano questa smania di indicare la via trovata per entrare in contatto con Dio, non cercavano discepoli, era come se avere un contatto diretto con la divinità svilisse ogni contatto diretto con altri esseri umani, come se avvertissero l’inutilità e l’impossibilità di poter trasmettere quell’esperienza.
La strada che possiamo percorrere sulle orme della spiritualità non è univoca, non esiste una strada, bensì le strade, come ricordava il senatore Simmaco al vescovo Ambrogio nel 384 d.C.: “Che cosa importa attraverso quale sapienza ciascuno di noi arriva alla verità? Non è possibile pervenire per un unico cammino a un mistero così sublime”.
Branduardi si è costruito la sua strada spirituale all’interno del cristianesimo, districandosi fra le figure più emblematiche che hanno avvertito prima di lui questa sete di sapere: Francesco d’Assisi e Filippo Neri, mentre ad esempio Ignazio di Loyola tendeva a creare militi obbedienti a Cristo e a trasmettere ai suoi discepoli una ferrea moralità, dei ferrei principi attraverso dei ferrei esercizi spirituali.
Battiato si è rivolto ad ogni musicista che usciva dai canoni musicali classici del suo tempo Stockhausen, Dalla, De Gregori, Venditti …, si è sentito attratto dalla filosofia mistica orientale, ha imparato l’arabo e i dialetti berberi per capire meglio, si è immerso nella musica classica, in quella elettronica, nella melodica e nel pop, fino a perdere ogni differenza e comporre soltanto musica, ha approfondito le filosofie, orientali e occidentali, ha letto René Guenon, Ivanovič Gurdjeff, ed è rimasto affascinato dalla poesia di Fleur Jaeggy.
Di se stesso ha detto:
“Il vero cambiamento nella mia vita, il più grande, lo debbo alla scoperta di Gurdjeff. Da solo con un’esperienza da autodidatta avevo scoperto quella che in Occidente, si chiama meditazione trascendentale, ma nel pensiero di Gurdjeff vidi disegnato perfettamente un sistema che già avevo intuito e frequentato. Esistono tante vie, esiste Santa Teresa e San Francesco; quella di Gurdjeff mi era molto più congeniale. Una specie di sufismo applicato all’Occidente, all’interno di una società consumistica”.
(Annino La Posta, Franco Battiato. Soprattutto il silenzio, Firenze-Milano, Giunti Editore, 2010).
Branduardi attinge alla spiritualità cristiana, ma anche alla saggezza laica, perché egli stesso ricorda che quando alcuni frati francescani lo contattarono proponendogli di musicare alcuni brani della storia di Francesco d’Assisi, egli disse loro che era certamente cattolico, ma anche un gran peccatore, ma i frati non si scomposero, gli replicarono che lui era l’unico che poteva farlo e poi, piuttosto beffardamente, gli dissero che Dio si serve spesso degli uomini peggiori per i suoi scopi.
In precedenza Branduardi aveva composto l’album State buoni se potete, ispirato ad un altro santo cattolico, Filippo Neri e alla sua dottrina, che fu colonna sonora dell’omonimo film, in cui egli stesso interpretava il ruolo di Spiridione, una sorta di collaboratore tuttofare del santo rinascimentale, un po’ maestro musico e un po’ sagrestano.
Ma molti dei suoi brani musicali sono di ispirazione laica, il suo brano cogli la prima mela ne è un esempio emblematico, ma non solo anche questo è frutto del suo percorso spirituale, ma appartiene a pieno titolo anche alla mistica cristiana, e religiosità e laicità sono in lui la stessa cosa, due facce della stessa medaglia, così come lo furono per Lorenzo de’ Medici e per la sua cerchia la tendenza a godere delle gioie immediate e il senso oscuro di colpa per la vita dissoluta, alimentato dalle prediche di Girolamo Savonarola.
E il mondo realistico (come povere sollevata e dispersa dal vento, che al cessare di questi torna a posarsi su tutto e su tutti) e impietoso con cui Giovanni Boccaccio descrive il mondo in cui vive, oscillando fra la sensazione nuova dell’uomo al centro dell’universo e quel senso di colpevolezza, di peccato e di irrilevanza che lo perseguita, soprattutto negli anni della sua maturità e dopo il suo incontro con l’eremita Gioachino Ciani, che lo esorta a convertirsi e ad emendare i suoi peccarti e per cui Boccaccio stesso è in procinto di farsi frate o addirittura di dare alle fiamme il Decameron.
È molto difficile distinguere la vera spiritualità dal sonno della ragione o dello spirito, quando cioè lo spirito si adagia su qualcosa e la considera il tutto, l’assoluto, ma che spesso è soltanto uno scoglio nell’oceano.
A questo equivoco contribuiscono la stanchezza che procura la ricerca, l’ambizione di trovare verità assolute, eternamente e autorevolmente garantite da entità superiori esterne, la paura del nulla, della dispersione, dell’inanità, del vuoto, il tremore che coglie quando sfiori l’idea che quel poco di organizzazione al caos del reale siamo noi stessi a darlo e non si tratta di ciò che è.
Il tremore quando capisci che in questa ricerca sei da solo e niente è condivisibile con chiunque, che non esistono anime affini, fratelli nel cammino e nella comune ricerca, persone con cui trovare conforto, e il terrore che coglie quando ti sfiora il pensiero che non troverai mai nulla che non sia provvisorio e idiosincratico o che le tue forze, la tua potenza fisica, mentale e spirituale non sono sufficienti a cogliere il tutto, ad addivenire a qualcosa che è più grande di te, quando ti assale la paura della fine del percorso e di perderti nel nulla avendo vissuto una vita in cui non sei riuscito a trovare il senso, una vita senza senso.
Quando nessuna via percorribile della triade amore, potere e sapere sembra condurti da alcuna parte, quando ne abbandoni una e ti butti a capofitto sull’altra con la stessa tenacia, con la stessa ostinazione, per poi scoprire che né il potere, né il sapere, né l’amore ti condurranno in terre di beatitudine, di pienezza, di estasi.
Non esiste una verità e non esiste una realtà comune, condivisibile, palese od occulta che sia, e non esiste verità e realtà personale stabile, che non muta al mutare del tempo e alla tua maturazione psichica.
Che non esiste una strada migliore delle altre, che forse non esiste alcuna strada, o che tutte le strade sono intercambiabili, purché siano tue.
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“Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia..” Qoelet 1,17
RispondiEliminaSuperbo post Garbo, invita alla rilettura e a perdersi nel vortice del pensiero assoluto.
Coincidenza vuole che qualche giorno fa abbia iniziato a leggere il libro di Qoelet.
Hevel viene storicamente tradotto con vanità ma nei vecchi testi si riferisce a qualcosa come fumo, vapore, qualcosa che è fugace, intangibile e impossibile da afferrare. Proprio come molti aspetti, momenti, situazioni, della nostra vita perché impermanenti, o fuori dal nostro controllo o impossibili da comprendere appieno.
Conosco Battiato (non come te!), lo apprezzo, ho letto Gurdjeff ma pochissimo Branduardi. Le tue parole invitano ad approfondire…
Ciao
Ti ringrazio per l’apprezzamento, ma io trovo invece questo post molto “fumoso”, non sono riuscito ad esprimere quello che sento dentro.
EliminaJacques Lacan mi ha chiarito che in fondo tutti i nostri desideri appartengono alle categorie del potere, dell‘amore e del sapere, tutte e tre intese in senso assoluto.
Il potere è la prima categoria di desiderio che mi è caduta in disgrazia, molto precocemente, perché mi sono semplicemente accorto che abbiamo tanti padroni quante sono le nostre ambizioni.
Inoltre, il potere interferisce con le altre due categorie, inquinandole: non saprai se ciò che ti accade è vero amore o ciò che hai scoperto è vero sapere, fintanto che tutto questo è inficiato da una posizione potere.
Per questo io credo che il sapiente debba tenersi distante dalle istituzioni in cui ricopre un potere, come ad esempio le fondazioni e le università, perché ricoprendo un ruolo diventa suo malgrado il funzionario dell’istituzione e il conservatore della sua posizione di potere; mentre l’amante che detiene un potere, ama più il potere che l’altra persona, ed è amato in quanto potente.
Per ciò che riguarda le altre due categorie, amore e sapere, ho cercato e cerco di barcamenarmici al meglio, spesso confondendole o fondendole l’una con l’altra come se fossero una cosa sola: ami ciò che riesci a conoscere, e conosci ciò che riesci ad amare.
Per quanto riguarda la ricerca del sapere, fino al primo anno di università io non conoscevo cosa vuol dire la parola “professore”, ciò che avevo incontrato prima e che corrispondeva a questo termine erano soltanto persone che cercavano di guadagnarsi la vita, più o meno degnamente, senza alcuna passione, senza alcuna scintilla, per ciò che insegnavano, e che consegnavano ai loro studenti una fiaccola già spenta.
Questo non vuol dire che io non cercassi la “sapienza”, la cercavo più che mai, ma i miei interlocutori non erano persone vive, ma libri e persone molte da tempo, con cui dialogavo a senso unico, perché loro non potevano replicare.
Di compagni di viaggio ne ho avuto sempre molto pochi, anche i più accesi nel tempo hanno trovato modalità più interessanti per impiegare il loro tempo, o sono stati sedotti dal potere, che ha risucchiato come un vortice ogni altra ricerca. E questi sono quelli “veri”, perché mi sono imbattuto ancora più spesso in ricercatori “finti”, persone che scambiavano l’erudizione per il sapere, o che erano innamorati dall’ammirazione che potevano suscitare le loro parole o i loro scritti.
Io, dall’età di sei anni ho frequentato le scuole, e non ho mai smesso, perché mi sottopongo ad un aggiornamento continuo in cui mi informo su tutto ciò che di nuovo accade nel mio ambito disciplinare, mi confronto con chi fa cose diverse dalle mie, e formo le nuove generazioni di colleghi.
Tutto questo mi da ancora molte soddisfazioni e mi fa sentire parte di un dibattito mondiale per ciò che riguarda l’attività che esercito; però, già da tempo credo che tutto questo sia certamente efficace, ma effimero: Freud pensava e faceva cose che io oggi non condividerei, lo stesso vale per i suoi discepoli della prima generazione, per i primi innovatori, per Lacan, per Stephen Mitchell e per molti altri che hanno lasciato il segno nella Psicoanalisi.
Se concepissi la mia materia come un’evoluzione, direi che tutte queste persone siano state “primitive”, dal nulla o quasi hanno fondato qualcosa che prima non c’era, ed io sono fortunato ad essere qui adesso, quando l’esperienza e la ricerca hanno messo a fuoco meglio alcune cose.
Ma nessuno si è mai trovato a partire da nulla, nemmeno Freud, anche ai suoi tempi il dibattito ferveva, e molte cose lui le ha semplicemente colte ed assemblate all’interno della sua Teoria; credo piuttosto che ciò che loro credevano, pensavano e facevano era consono ai loro tempi, con i quali dialogavano, e con loro stessi, con la loro personalità, così come le nostre teorie oggi sono più consone ai nostri tempi e ciascun teorico esprime più se stesso, magari credendo davvero di forgiare teorie rigorose e affidabili.
(Segue)
Più passa il tempo più ritorno alle origini, agli insegnamenti di mio padre per cui il sapere vero non è mai puro, ma è sempre un saper fare; nella mia famiglia si racconta che mio nonno paterno mise fine ad una disputa con un marchese ed altri gentiluomini sostenendo, contrariamente al nobiluomo che asseriva che: “L’uomo più sa, più vale”, che invece che l’uomo che vale davvero di più è quello che sa fare, non quello che sa.
EliminaE prendendo ad esempio i contadini e gli allevatori che ascoltavano la disputa, disse che ciascuno di loro valeva molto di più di qualunque professore, perché nelle loro mani c’è una sapienza che produce sopravvivenza, che produce ciò che serve per vivere, e che il sapere è utile solo se ti fa vivere meglio, se ti insegna a vivere e a morire.
Mio padre è solo uno dei tanti che era capace di fare, stimare e di prevedere la natura, ha coltivato per tutta la sua vita limoni e mandorle di primissima qualità e non ha avuto la fortuna che almeno uno dei suoi tre figli maschi prendesse in mano la sua eredità lavorativa.
Io ero affascinato dalla sicurezza con cui esprimeva certe stime, riguardo alla produzione di un agrumeto o di un frutteto in base alla fioritura e alla gemmata; di come difficilmente si sbagliasse nel cogliere il cambiamento climatico, le gelate, i soffi del vento estivo di ponente che asciugavano le piante fin nelle radici, ecc., nelle sue previsioni includeva anche la presenza di animali che potevano favorire il raccolto, come le api, o danneggiarlo, come i merli e le cavallette.
Mi faceva notare come i frutti raccolti al centro di un campo, avevano un sapore diverso rispetto a quelli raccolti in periferia, in vicinanza del muro o della strada, era convinto che gli alberi e le piante si proteggessero a vicenda e in qualche modo dialogassero fra di loro.
Diceva che l’uomo può forzare la natura solo fino ad un certo punto, attraverso gli innesti puoi migliorare la qualità del prodotto o puoi sbizzarrirti a creare delle cose straordinarie e inconsuete, come un pompelmo che abbia il sapore di fragola o di banana, ma la creazione di ibridi e l’applicazione della genetica alle coltivazioni è scriteriata e senza cervello, così come l’uso di pesticidi e di fertilizzanti e le coltivazioni intensive ed estensive.
Con la terra come con le persone bisogna mantenere un rapporto di amore e di rispetto.
Il Qoelet (o Ecclesiste) è uno dei libri sapienziali delle Sacre Scritture, in sintesi due sono secondo me i livelli di lettura: il primo che è la summa della sapienza ebraica fino al momento in cui è stato scritti, la seconda è che la sapienza non è un’impresa individuale, ma collettiva (qoelet è il termine che indica la convocazione dell’assemblea).
La musica, quando è ispirata, ti comunica immediatamente sensazioni, stati d’animo, sentimenti e pensieri che attraverso le note e gli accordi prendono forma dentro di te facendo risuonare come un diapason le corde interiori del nostro animo.
Ciao
La penso come tuo padre…
EliminaCerco e trovo la solita affascinante origine della parola sapienza, il verbo latino sapio, “avere sapore”, che si evolve indicando la capacità di “distinguere i sapori”. Da qui infine associa la parola al buon senso, alla capacità di giudizio. Sapiente non è semplicemente colui che accumula nozioni (il sapere), ma è colui che è in grado di "assaporare" la vita, la natura, cogliendone il senso, le sfumature e il valore più profondo.
Grazie
Ciao