“Su di esse [ principi primi ] non c’è, né vi sarà, alcun mio scritto. Perché non è, questa mia, una scienza come le altre: essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussione sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di sé medesima”.
(Platone, Settima lettera).
“La parola era un giocattolo, un fuoco d’artifizio, un telescopio con trappole. La parola poteva venir rigirata, rivoltata come un guanto, annodata come uno spago e ne venivano fuori sempre nuvolette nuove, altri sorprendenti gingilli. Quelle d’una lingua scivolavano in quelle di un’altra. Piano piano imparai ad amare le parole col gusto che il musicista ha per i suoni ed i timbri, il pittore per i colori e gli impasti, lo scultore per le forme e la pelle della materia; ma in più c’era tutta l’infinita ricchezza semantica, il mondo sconfinato dei pensieri e dei sentimenti che le parole risvegliano e mettono in moto, che sono capaci d’evocare con precisione terribile o vaghezza dolcissima. La parola era infine un tesoro e una bomba. Ma soprattutto era una caramella, qualcosa da rigirare tra lingua e palato con voluttà, a lungo, estraendone fiumi di sapori e delizie”.
(Fosco Maraini, prefazione del suo libro-raccolta Gnòsi delle Fànfole, La nave di Teseo, 2019).
“È la triste verità, ma abbiamo perduto la capacità di dare bei nomi alle cose. I nomi sono tutto. Io non litigo mai con le azioni. Litigo solo con le parole. Per questo odio il realismo volgare nella letteratura. Chi chiama vanga una vanga dovrebbe essere costretto ad usarla. È l’unica cosa per cui è adatto”.
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Garzanti, Milano, 1981, p. 264).
Se il genio di Leonardo è chiaro a tutti osservando le sue opere, così come fu chiaro quello di Michelangelo dopo che il suo David fu esposto in piazza della Signoria dove chiunque lo poteva ammirare, e sia il letterato umanista neo-platonico, sia il contadino che veniva in città dalle contrade non poteva non constatarne la sublime bellezza e l’idea semplice (verrebbe da dire “chiara e distinta”) che rappresentava, oscura è invece la sua affettività.
Non mi riferisco alla curiosità pruriginosa di scoprire se Leonardo fosse omosessuale, che è un’ipotesi mal posta, perché i termini come omosessuale o eterosessuale, nel senso di un’identità di genere esclusiva e di una predilezione sessuale verso individui appartenenti al proprio sesso genetico, sono una concezione moderna.
Gli uomini del rinascimento erano più vicini agli antichi greco-romani per ciò che riguarda la sessualità, loro differenziavano le persone in “attive” e “passive” in base al ruolo assunto durante il rapporto, e per far questo partivano da una concezione predatoria della sessualità, intesa come sopraffazione e stupro (basi vedere l’elenco mitologico degli amori di Zeus per farsene un’idea).
Solo chi pensa di avere di fronte a sé una preda di cui approfittare può credere che chi penetra sia attivo e chi è penetrato sia passivo (purtroppo questa cosa è giunta fino a Freud ed è penetrata nella psicoanalisi, da cui fa fatica ad essere emendata per il rispetto che noi “psico” abbiamo del nostro venerabile maestro); per il resto chi ha fatto l’amore con una donna innamorata sa perfettamente che spesso questa è più attiva del suo uomo.
Gli antichi ripartivano il ruolo sessuale in attivo (uomini adulti, cittadini, liberi), che erano coloro che desideravano e che tendevano a sottomettere e ad approfittare del partner come fosse una preda e in passivo (donne, fanciulli, stranieri, prigionieri di guerra, schiavi), che erano puri oggetti del desiderio altrui (solo i fanciulli in Atene avevano un beneficio pedagogico di questo rapporto fra erastes ed eromenos, tutti gli altri vi erano costretti).
Il cristianesimo non apportò quasi nulla all’antica e terribile concezione biblica, secondo la quale l’omosessualità (soprattutto fra maschi) era considerata un abominio e punita con la morte, al pari dell’adulterio, ma probabilmente era eticamente più riprovevole, perché considerata contro natura (anche se loro, più vicini di noi alla natura stessa, potevano osservare ogni giorno come l’omosessualità fosse diffusa fra gli animali).
I padri della cristianità però fecero slittare progressivamente la vicenda di Sodoma e di Gomorra da una punizione giusta benché terribile (le due città furono interamente cancellate con tutti i suoi abitanti) causata dalla trasgressione imperterrita di uno dei pilastri della civiltà antica e moderna: il senso dell’ospitalità dello straniero.
Se Dio avesse voluto punire una città perché vi si praticavano rapporti omosessuali, non avrebbe saputo quale scegliere, perché essi avvenivano dappertutto, con lievi reprimende dovute soprattutto alla preoccupazione che questi ostacolassero la procreazione, perché un popolo è tanto più forte e potente, tanto più è numeroso.
Per il resto i rapporti omosessuali erano persino codificati dalla religione cananea, presso cui esisteva l’omosessualità sacra e i rispettivi culti, solo l’ebraismo bandiva del tutto ogni rapporto fra persone dello stesso sesso, perché Dio aveva sancito una volta per tutte che "per questo l'uomo abbandona suo padre e sua madre e si attacca alla sua donna e i due diventano una sola carne”. (Genesi 2;24).
Se leggiamo attentamente i passi della Genesi relativi a Sodoma, non può non colpirci che Dio è soddisfatto di come Abramo abbia accolto lui e i suoi angeli, sotto forma di tre uomini, presso il querceto di Mamrè.
In quell’occasione è chiaro che Dio ha già deciso di punire Sodoma, e lo comunica ad Abramo, il quale tenta di intercedere con Dio come un mercante levantino per salvare i sodomiti, senza tuttavia riuscirci (ovviamente Dio possiede l’onniscienza, e sa già prima di mercanteggiare che Abramo non avrebbe trovato alcun giusto per cui valesse la pena placare la sua collera).
Il tentativo di stupro dei due angeli inviati da Dio a Sodoma avviene dunque a decisione già presa, e lo stupro in sé non è il motivo principale della collera del Signore, ma fa parte delle infrazioni commesse dai sodomiti alle sacre leggi dell’ospitalità, non a caso un altro che si salva è Lot, il nipote di Abramo, l’unico in città che aveva tentato di accogliere e di difendere i suoi ospiti.
Il cristianesimo mette in secondo piano la trasgressione della legge sull’ospitalità e trasforma la distruzione di Sodoma in una punizione contro l’omosessualità a cui indulgevano i suoi cittadini.
Il peccato va ben oltre lo spargimento sterile di seme, come fa Onan, perché una chiesa che intraprende la strada della misoginia, del misticismo, della sessuofobia e dell’omofobia, è meno propensa a perdonare e spingerà sempre di più verso la repressione cruenta, anche perché, soprattutto nei monasteri e nelle congregazioni, era tutto un pullulare di rapporti omoerotici.
Vuoi perché le donne ne erano escluse e vuoi perché il matrimonio era obbligatorio per tutti, una donna lesbica avrebbe potuto fingere di non esserlo, tanto il rapporto coniugale era un dovere, ma un omosessuale a cui piacevano gli altri maschi, avrebbe avuto più difficoltà in un rapporto etero: dunque gli si aprivano le porte della chiesa o del convento, dove le opportunità di rapporti fra uomini erano più elevate.
La Firenze del Rinascimento era molto tollerante con gli omosessuali, e l’omosessualità in genere era intesa come “vizio fiorentino”; molti artisti e molti letterati lo erano, questi ultimi avevano riscoperto il Simposio di Platone e ciò che questo grande filosofo sosteneva sull’amore fra uomini aveva incoraggiato le naturali tendenze omofiliche e omoerotiche che questi umanisti provavano.
I notabili avevano codificato delle leggi molto severe contro l’omosessualità (l’evirazione per gli adulti e la mutilazione di un piede o di una mano per i più giovani), ma venivano applicate molto di rado e solo in casi di recidiva e di pubblico dominio, lo stesso Leonardo viene colpito da un’accusa specifica, insieme ad altri tre giovani, di praticare rapporti omoerotici con un garzone di oreficeria che praticava la prostituzione maschile.
La denuncia era anonima, depositata in una buca e indirizzata agli Ufficiali di notte e de’ monasteri, non sappiamo se Leonardo e gli altri giovani accusati fossero stati arrestati, ma tale denuncia anonima, benché circostanziata e specifica, necessitava di prove certe, che non giunsero, la denuncia fu solo reiterata nella stessa modalità, ma non si fece avanti alcun accusatore.
Per questo motivo e, forse, perché uno degli accusati era Leonardo Tornabuoni, la cui famiglia era imparentata con i medici fin dai tempi di Cosimo il Vecchio, ai giudici non rimase altro che considerare gli imputati: absoluti cum conditione ut retumburentur” (assolti momentaneamente salvo ulteriori denunce inserite in un “tamburo” o buca presso una chiesa o in un luogo pubblico).
Anche se Leonardo fosse stato davvero un cliente di Jacopo Saltarelli, questo non proverebbe alcunché, era la prassi che fra maestri ed allievi avvenenti, o fra i giovani ragazzi di bottega e quelli più anziani che vivevano sotto lo stesso tetto, potesse intercorrere qualche rapporto sessuale; questo avveniva perché l’educazione e il controllo delle giovani fanciulle in età da marito era piuttosto ferreo, e le prostitute costavano cifre superiori a quelle che un garzone poteva permettersi.
Ad incorrere in un’analoga accusa di sodomia fu anche Niccolò Machiavelli, accusato il 27 maggio 1510 di avere rapporti a tergo con una prostituta (“Notifichasi a voi, signori Otto, chome Nicholò di messer Bernardo Machiavelli fotte la Lucretia vochata la Riccia nel culo”).
Se l’ignoto accusatore di Leonardo aveva scritto trattarsi di “cose spregevoli” e di “perversioni”, nel caso di Machiavelli non c’è alcun ricorso all’eufemismo, però era molto più grave allora a Firenze essere accusato di praticare la sodomia con un uomo e non con una donna, se poi questa era pure prostituta, nessuno si scomponeva, e i giudici che ricevettero l’accusa per Machiavelli non credo si siano dati ulteriore briga se non quella di appallottolare il foglio e centrare il cestino.
Dopo anni di oscurantismo e di intemerate savonaroliane, che fecero tremare la città, Firenze si apre al XVI° secolo come se andasse in festa in tutta letizia, durerà poco, fino al Concilio di Trento del 1563, ma in questo frangente accade di tutto, pure la cosiddetta “rivolta dei Compagnacci il 13 agosto del 1512, in cui trenta giovani aristocratici, noti appunto come i “compagnacci”, chiesero al Maggior Consiglio l’abrogazione delle norme che prevedevano l’esilio e la perdita di tutti i beni per i sodomiti, queste richieste vennero accolte tutte nel settembre dello stesso anno, col ritorni dei Medici.
I rapporti fra uomini, che non significavano necessariamente omosessualità, non si verificavano solo a Firenze e non erano appannaggio di artisti e letterati, presso la corte di Ludovico Sforza a Milano molte voci giravano attorno alla figura di Galeazzo Sanseverino, figlio illegittimo del condottiero Roberto Sanseverino, di cui si diceva che fosse: “Beau, jeune, élégant, la langue dorée et le bras invincible, l'époux de Bianca Sforza semblait, plus que tout autre, propre à cet emploi transcendant” (Bello, giovane, elegante, dalla lingua d'oro e dal braccio invincibile, il marito di Bianca Sforza sembrava, più di ogni altro, adatto a questo lavoro trascendente”). (Robert de la Sizeranne, Béatrice d'Este et sa cour, 1920, p. 132).
Il “Moro” gli diede in moglie la propria figlia illegittima Bianca, legittimata per l’occasione e lo trattava molto affettuosamente, tanto che era l’unica persona al mondo a poter entrare a qualsiasi ora e senza permesso nei suoi appartamenti privati e nel camerino della moglie Beatrice d’Este, anche quando lei e le sue ancelle erano semi-svestite e intente a fare la toilette.
Si è vociferato che potesse essere l’amante di Beatrice, visto che la accompagnava nelle cacce, nelle passeggiate a cavallo, nelle danze e nei tornei si dichiarava suo cavalier servente, ma gli storici più seri tendono ad escludere che fossero amanti, benché un affetto sincero legasse i due.
Altri pensano che esistesse un rapporto filiale fra Ludovico e il genero, oppure che intercorresse fra di loro un rapporto di tipo sodomitico, del resto per Ludovico andava bene tutto, intratteneva rapporti con amanti sia donne che uomini.
Entra anche come quarto uomo nell’intricato triangolo fra l’erede naturale al ducato il giovane Gian Galeazzo Maria Sforza, la moglie di questi Isabella d’Aragona e un tale Rozone, amante di Gian Galeazzo che Isabella disperata aveva tentato di avvelenare come, forse, tento di avvelenare anche il Sanseverino, o perché anch’egli amante del marito o, più probabilmente, come complice nei tradimenti sia di Gian Galeazzo, sia di Ludovico.
Nel 1503 Galeazzo sfidò a duello il marchese Francesco Gonzaga, a causa degli insulti che questi gli lanciava, delle puerili, infami e volgari accuse di aver portato alla rovina il suo signore Ludovico, che in lui confidava, di essere stato elevato ad altissimo rango senza alcun merito, e lo accusava anche di essersi venduto al duca di Milano, di aver cioè barattato i suoi favori sessuali, in cambio di premi e di privilegi, di essere stato in sostanza un sodomita passivo, contrariamente a lui, Francesco, che era ben orgoglioso di aver goduto, ma attivamente, del favore di altri maschi.
Francesco non raccolse questa sfida perché se avesse perso il duello ne avrebbe avuto discredito, se lo avesse vinto non ne avrebbe avuto alcun merito, a causa della loro disparità sociale.
Molto probabilmente Galeazzo Sanseverino era un bisessuale, condizione molto più diffusa sia dell’omosessualità, sia anche dell’eterosessualità, e questa condizione non andava ad intaccare minimamente il matrimonio, la procreazione e la virilità della persona; mentre, se unita ad una straordinaria avvenenza e alla destrezza di mano o di parola, come sembrava il caso del Sanseverino, poteva essere un potente motore di benevolenza da parte dei potenti e di ascesa sociale.
Naturalmente noi non sapremo mai come stavano le cose, sia riguardo a Sanseverino, sia per Machiavelli, sia anche per Leonardo e tutti gli altri, menzionati o meno, di certo c’è che la loro sessualità è molto diversa dalla nostra, è sostanzialmente una sessualità che si ispira ancora molto ai greci e ai romani, da cui li separano dai due ad un millennio e mezzo, mentre la distanza con noi è di soli cinque secoli, gravata dalla concezione del peccato: la loro vita era scandita dalla tentazione di indulgere ai piaceri e ai desideri, e dal timore che questo fosse sgradito addirittura a Dio, ma ciò non li tratteneva comunque dal peccare, perché il rapporto con Dio e il suo perdono potevano essere comunque recuperati.
Noi stiamo passando da una sessualità fortemente caratterizzata da una parte o dall’altra (si è etero od omo-sessuali in maniera esclusiva, e non esistono alternative), ad una sessualità più fluida, che niente ha a che vedere con la bisessualità degli antichi e dei rinascimentali, perché quella bisessualità era inserita all’interno di una identità forte, solida, mentre la nostra fluidità è frutto di una più dilagante fluidità identitaria: loro erano bisessuali perché sapevano troppo bene chi fossero, noi siamo fluidi perché la nostra identità è fluida e situazionale.
Comunque tutto questo preambolo non serve per stabilire se Leonardo fosse gay o meno, ma per conoscere un po’ meglio la sua affettività, perché molti artisti, specie scrittori, concepiscono la creatività e la produzione di un’opera come un atto d’amore, un rapporto sessuale.
Jean Cocteau in Opium scrive che: “L’arte nasce dal coito tra l’elemento maschile e l’elemento femminile di cui tutti siamo impastati, elementi più equilibrati negli artisti che nel resto degli esseri umani. Ne risulta una specie di incesto, di amore di sé con se stesso, di partenogenesi”.
Lo stesso Leonardo la pensa in maniera simile e scrive:“Muovesi l’amante per la cos’amata come il senso e la sensibile e con seco s’unisce e fassi una cosa medesima. L’opera è la prima cosa che nasce dell’unione. Se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, li seguita dilettazione e piacere e sadisfazione. Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa. Quando il peso è posato, lì si riposa. La cosa cognusciuta col nostro intelletto”.
(Leonardo da Vinci, Pensieri, 28, Scritti letterari, BUR, 2002, p. 67).
Al di la del fatto che io non credo si tratti di un atto di autoerotismo, come dice Cocteau, perché ritengo che l’artista necessiti sempre dell’altro per creare, è necessario cioè che l’artista sia giunto ad uno stadio di differenziazione in cui gli sia chiaro che oltre se stesso esiste qualcun altro, l’arte è semplicemente impossibile nei soggetti autistici, tormentata fra gli schizofrenici, difficile fra i narcisisti, mentre sembra prediligere spontaneamente chi soffre di sbalzi umorali e attraversa periodi di malinconia, magari alternati con frenesia e mania.
La creazione artistica inoltre sorge sempre da qualcun altro che sembra suggerirci l’opera, ce la ispira (come la Musa, il dio Apollo, ecc.), o addirittura ce la detta servendosi di noi come tramite o come dono per qualcun altro, ci immaginiamo un lettore, un fruitore dell’opera, reale o immaginario, che se la godrà e ci sarà riconoscente per avergli offerto quel dono, qualcuno che ci amerà per ciò che abbiamo fatto per lui.
Però è vero che la creazione artistica può essere paragonata all’amore e al sesso, che il momento in cui l’opera viene creata è un momento in cui l’eccitazione giunge al suo acme, che la fine è come un orgasmo e che l’opera finita lascia l’artista in quel coacervo di emozioni e sensazioni di appagamento, di godimento, ma anche di angoscia più o meno intensa e di lieve stato malinconico che segue il post coitum.
Inoltre: “Creare è sempre uccidere, immaginariamente o simbolicamente, qualcuno. Il processo è facilitato se qualcuno è morto da poco, dato che in quel caso lo si può uccidere con minori sensi di colpa”.
(Didier Anzieu, (a cura di), Psychanalyse du génie créateur, Paris, 1974; Vers une métapsychologie de la création, in Psychanalyse du génie créateur, Paris, 1974; Le Corps de l’oeuvre. Essai psychanalytique sur le travail créateur, Paris, 1981).
Per creare devi necessariamente uccidere qualcosa o qualcuno, che odi o che ami, o abbandonare una parte di te, ciò crea talvolta sollievo, ma non avviene mai senza dolore e senza che tu debba elaborare un lutto.
Quindi, conoscere un po’ meglio la sessualità di Leonardo, ci avrebbe svelato qualcosa in più sul suo genio creativo, ma abbiamo poche informazioni sulla sua vita affettiva e molte definizioni che gli vengono date sono frutto di mere supposizioni.
C’è chi dice che non possediamo molte informazioni sulla sua vita privata, semplicemente perché Leonardo aveva sublimato tutti i suoi sentimenti riversandoli nelle sue molteplici attività: si appagava delle sue opere e godeva nel soddisfare le sue curiosità.
Sigmund Freud scrisse un breve saggio su Leonardo nel 1910 definendolo: “l’unica cosa bella che io abbia mai scritto” (Lettera del 9 febbraio 1919 a Lou Andreas-Salomé).
In questo saggio Freud inciampa nell’infortunio di prendere per buone le traduzioni in tedesco di un ricordo d’infanzia di Leonardo: “Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, perché ne la mia prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra”.(Leonardo da Vinci, Codice Atlantico 66 v. b).
Freud utilizza il brano di Leonardo tradotto da Marie Herzfeld in Leonardo da Vinci, der Denker, Forscher und Poet: nach den veröffentlichen Handscriften, 2 ed., Jena, 1906 che tradusse la parola nibbio con Geier (avvoltoio) anziché con Milan.
Questo errore di traduzione portò Freud lungo una linea di significati simbolici che riguardavano l’avvoltoio, e non il nibbio, andando a scomodare anche le divinità egizie e i loro rituali.
Più che un saggio che ci fa capire qualcosa di Leonardo, sembra un saggio che ci mette in guardia sul rischio di travisare completamente qualcosa o qualcuno, utilizzandolo soltanto per dimostrare tramite lui le nostre teorie, ed è forse il libro peggiore che Freud abbia scritto.
Perché è tautologico, cose che dovrebbero essere dimostrate, come il narcisismo, l’omosessualità, ecc., servono per far luce sull’esistenza e sull’opera artistica di Leonardo, che a sua volta da ragione del narcisismo e dell’omosessualità.
In altre parole, l’opera e la vita di Leonardo si spiegano con la sua “devianza” e la devianza si desume dalle sue opere e da ciò che conosciamo della sua vita … se poi vai a farfalle seguendo un indizio sbagliato, allora tutto il ragionamento esplode in una bolla di sapone.
Freud inizia la sua carriera scientifica occupandosi in primo luogo dell’afasia, cioè dell’assenza di parola o, meglio, dell’incapacità di articolare parola; e la psicoanalisi che egli fondò in seguito non è altro che un dispositivo affinché un paziente ritrovi le parole per descrivere il suo malessere, per dargli un senso, per legare fra loro gli affetti (dolore, malinconia, ansia, angoscia, amore ecc. ) con le parole che li rappresentano.
Lo scacco di Freud è che non tutto il vissuto può essere trasformato in parole, non tutto l’irrazionale e l’incosciente può diventare razionale, dunque non basta sollevare il velo del rimosso e recuperare le parole (rappresentazioni di parole) rimosse, bisogna entrare in sintonia con l’indicibile, non per trasformarlo in parole, ma per riviverlo nel qui e ora, per riappropriarcene.
Viviamo esperienze che infrangono la ragione abituale, la temporalità omogenea e lineare, che sono incomunicabili, eppure possono spezzarci, infrangerci, immergerci nel terrore più puro, oppure possono essere le spinte per costruire un edificio esistenziale più solido e un rapporto col mondo e con noi stessi più armonico.
Purtroppo il vizio della patografia non si è ancora estinto, più di recente ci è inciampato pure Massimo Recalcati (nonostante il suo preambolo iniziale vorrebbe scongiurare questo rischio) scrivendo Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh: io trovo molto riduttivo appiattire l’opera di un artista alla sua patologia, come se un’opera d’arte fosse il prodotto di una malattia, alla stregua di un sintomo.
Io credo che se vuoi parlare di un artista e della sua opera, devi far parlare in primo luogo l’artista e la sua opera, poi riferire i dati certi o molto probabili, e limitarti a riorganizzare il tutto strada facendo, preferibilmente senza partire da idee preconcette: le tue idee dovranno formarsi in itinere e devono essere pronte ad essere cambiate o anche rigettate man mano che ti immergi nell’impresa e ti imbatti in nuovi dati e nuovi eventi.
Ad esempio, questo pensiero di Leonardo dovrebbe far riflettere e far venire qualche dubbio a chi si dice sicuro della sua a-sessualità o omosessualità: “L’omo ha desiderio d’intendere se la femmina è cedibile alla dimandata lussuria, e intendendo di sì e come ell’ha desiderio dell’omo, elli la richiede e mette in opera il suo desiderio; e intender nol pò se non confessa, e confessando fotte”.
(Leonardo da Vinci, Pensieri, 25, Scritti letterari, BUR, 2002, p. 66).
Mentre riguardo al nibbio, Freud scrive: “La traduzione s’indirizza allora verso la sfera erotica. La ‘coda’ è uno dei simboli, una delle designazioni sostitutive più note per il membro maschile, in italiano non meno che in altre lingue; la situazione descritta nella fantasia, un nibbio che apre la bocca del bambino e percuote vigorosamente la coda dentro di essa, corrisponde a un’immagine di fellatio, un atto sessuale in cui il membro viene immesso nella bocca della persona con cui si ha rapporto. È abbastanza strano che questa fantasia abbia un carattere così marcatamente passivo; essa richiama inoltre certi sogni e fantasie di donne o di omosessuali passivi (che nel contatto sessuale assumono la parte femminile)”.
(Sigmund Freud, OSF, Vol. 6, Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, 1910, Boringhieri, Torino, 1989, pp. 231 - 232).
Mentre lo stesso Leonardo pensa che: “Invidia. Del nibbio si legge che, quando esso vede i sua figlioli nel nido esser di troppa grassezza, che per invidia egli gli becca loro le coste e tiengli sanza mangiare”.
(Leonardo da Vinci, Codici di Parigi, Institut de France, H, f, 5v).
Questo cambia radicalmente la prospettiva, da una fantasia sessuale passiva, omoerotica, Leonardo evoca invece uno scenario aggressivo in cui il nibbio adulto, visto come animale malvagio, vedendo nel nido i suoi stessi piccoli grassi e ben pasciuti, per invidia li pizzica col becco nei fianchi e smette di nutrirli.
Si tratta di un’interpretazione meno farraginosa di quella di Freud e più consona a ciò che conosciamo della vita di Leonardo; questa fantasia evoca nel famoso pittore non tanto il fatto che egli provasse invidia per i suoi stessi figli, perché non ne ha mai avuti, oppure per traslato, verso i suoi allievi che stavano diventando più bravi di lui, perché nessuno di loro può essere anche lontanamente paragonato a lui.
È degno di nota, invece, il fatto che Leonardo fosse figlio illegittimo, un figlio che venne concepito al di fuori del matrimonio, ma non fu mai riconosciuto dal proprio padre naturale, nemmeno quando questo poi si sposò e per diversi anni non ebbe figli propri con sua moglie, i figli giunsero quando il padre di Leonardo, rimasto vedovo, si sposò una seconda e anche una terza volta.
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)
.webp)
.jpg)
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpeg)
.webp)
.jpg)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)
.webp)
.jpg)
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento