BLITIRI








«“Non lo so, faccio delle ipotesi. Chi ti dice che l’assassino abbia ucciso Venanzio perché odiava Venanzio? Potrebbe averlo ucciso, in luogo di chiunque altro, per lasciare un segno, per significare qualcosa d’altro”.
“Omnis mundi creatura, quasi liber et scriptura [la citazione completa è “Omnis mundi creatura/ quasi liber et pictura/ nobis est in speculum” di Alano di Lilla e ve la traduco con: “Noi possediamo (nell'intelletto) una riproduzione fedele, simile ad un libro o ad un quadro, di ogni creatura del mondo”] …” mormorai. “Ma di che segno si tratterebbe?”.
“Questo è ciò che non so. Ma non dimentichiamo che ci sono anche segni che sembrano tali e invece sono privi di senso, come blitiri o bu-ba-baff …”.
“Sarebbe atroce,” dissi, “uccidere un uomo per dire bu-ba-baff!”.
“Sarebbe atroce,” commentò Guglielmo, “uccidere un uomo anche per dire Credo in unum Deum …”».

(Umberto Eco, Il nome della rosa, Secondo giorno-Mattutino, Bompiani, Milano, 1980, p. 114-115).


Voglio ricordarne i nomi delle vittime, almeno quelli, perché per raffigurarli nella loro umanità dovrei conoscerli almeno un po’, ed io prima di questa vicenda non sapevo nemmeno che esistessero tutti loro, perché abbiamo a che fare prima di tutto con delle persone, che solo dopo diventano grazie ai media: giornalisti, vignettisti, satirici, paladini della libera espressione ed eroi.
Diventano cioè dei simboli di qualcosa che dubito avrebbero voluto diventare finché erano in vita, vengono desoggettivizzati per rivestirli dei panni che stanno comodi più a chi li racconta, a chi se ne serve e non paga nemmeno il dazio di chiedere loro il permesso di essere usati in questo modo perché sono morti, uccidendoli in questo caso per la seconda volta, in effige, privandoli di tutto ciò che sono stati e che credevano di essere.



Stéphane Charbonniere, detto Charb, disegnatore
Jean Cabut, detto Cabu, disegnatore
Georges Wolinski, disegnatore
Philippe Honoré, disegnatore
Bernard Verlhac, detto Tignous, disegnatore
Michel Renaud, già capo-gabinetto del sindaco di Clermont-Ferrand e fondatore del festival Carnet de Voyage
Elsa Cayat, psicoanalista
Bernard Mais, economista
Mustapha Ourrad, correttore di bozze
Frédéric Boisseau, custode
Franck Brinsolaro, agente di sicurezza
Ahmed Meradet, agente di polizia
Una poliziotta di cui mi dispiace non essere riuscito a rintracciare il nome
Yoav Hattab, cliente del supermercato kosher, preso in ostaggio
Philippe Braham, cliente del supermercato kosher, preso in ostaggio
Yohan Cohen, cliente del supermercato kosher, preso in ostaggio
François-Michel Saada, cliente del supermercato kosher, preso in ostaggio


Nell’elenco delle vittime voglio aggiungere anche questi tre nomi, gli attentatori, i killers, se volete gli assassini, anche di loro (soprattutto di loro direi) la plebe e i media stanno facendo strage, proiettando sulle loro figure tutta la loro aggressività e le proprie frustrazioni, scaricando la paura, la diffidenza, il gusto di veder sgorgare il sangue, su corpi ormai inerti.


Saïd Kouachi, attentatore nella sede della rivista Charlie Hebdo
Chérif Kouachi, attentatore nella rivista Charlie Hebdo
Amedy Coulibaly, killer nel supermercato kosher.


Anche le loro spoglie vengono appese alle aste e ai pennoni del vincitore e diventeranno per alcuni: “mostri”, terroristi, guerrafondai, tagliagole, pazzi, …, e per altri “martiri”, giustizieri, eroi e combattenti per la causa della libertà … dimenticando che erano anch’essi prima di tutto persone.
Non voglio con questa comunanza, paragonare la vicenda dei primi a quella dei secondi per ciò che riguarda la volontarietà, le prime sono certamente vittime innocenti, involontarie, che non aspiravano ad essere vittime, qualcuno li ha uccisi non per se stessi ma per ciò che rappresentavano, per dare un segnale al mondo (spesso anche il più assurdo, anche “blitiri” o “bu-ba-baff”), a qualcun altro, anche per caso, perché malauguratamente si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Mentre i secondi hanno imbracciato volontariamente un’arma, hanno ucciso delle persone e si sono messe in una spirale di morte che difficilmente avrebbe potuto avere un esito diverso.



Ma in definitiva entrambi i gruppi sono accomunati dall’essere egualmente vittime del fanatismo, di magmatici e inelaborati sentimenti che sono sfociati nella furia omicida, nelle tensioni sociali di un Paese la Francia) che non è riuscita a sanare le fratture create col suo becero colonialismo (che se non politicamente continua a livello economico), della rapacità del ricco e tecnologicamente sviluppato occidente che si impadronisce di gran parte delle ricchezze mondiali spacciando le sue razzie per beneficienza, esportazione della democrazia, salvaguardia della pace nel mondo, anche se va a sedare conflitti che egli stesso ha debitamente rinfocolato e che diventano preoccupanti solo quando il conflitto si sposta sul proprio territorio, quando i gruppi che credeva di controllare e che aveva armato contro altri gruppi ritenuti più facinorosi, gli sfuggono di mano, mordendo la mano di chi li ha cresciuti nella ferocia che veniva applaudita quando era diretta altrove, ma che viene esecrata quando ti si rivolta contro.
Non ho niente da dire, invece, sul dibattito che si sta svolgendo in questi giorni a commendo di questo atroce fatto di sangue, se ci potessimo vedere come in uno specchio potremmo renderci conto come è facile diventare terroristi, vedo primeggiare prima di tutto la paura e l’aggressività, l’orgoglio di una Nazione o di una Cultura ferito che chiede l’annientamento di chi ha osato ferirci per placarsi, forse lo stesso orgoglio che avevano questi attentatori quando vedevano bombardare l’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, la Siria, la Libia, quando sentono che i loro correligionari o i loro parenti sono stati rinchiusi come scimmie allo zoo in una striscia di terra poco fertile sempre più esigua per far posto ai nuovi coloni in arrivo e si accorgono che lo spazio per i nuovi venuti viene fatto con i cingoli dei carri armati.


Ci sono moltissimi esempi di gente che straparla nei media, forse chi le spara più grosse ha più visibilità perché questa è l’informazione, ci colpiscono non tanto le cose sensate, ma le più stravaganti, e finiamo per pensare che il mondo sia impazzito solo perché a tenere banco adesso ci sono Matteo Salvini, Gasparri, Borghezio, Lucia Annunziata, che pontificano contro l’Islam, le moschee, l’immigrazione, un po’ perché ci marciano su questo … per qualche voto in più … dimenticando che un grande statista o un giornalista non cerca di raccogliere le briciole facendo leva sulla paura, sulla grettezza, sull’egoismo degli uomini, ma cerca di elevare i sentimenti positivi e il benessere collettivo di coloro che governa o aspira a governare o che informa.
O come Giovanna Tedde, assessore a Bonorva (Sassari) che scrive cose insensate sulla sua pagina facebook e che poi per fortuna da le dimissioni dal suo incarico e per altra fortuna il sindaco di Bonorva commenta queste dimissioni come: “un atto di sensibilità istituzionale , così come sono importanti le sue pubbliche scuse".


Leggendo queste parole, frutto di cortocircuiti mentali, ti rendi perfettamente conto quanto sia facile lasciarsi andare alla violenza, per fortuna in questo caso verbale, ma che potrebbe trasformarsi in violenza fisica, in eccidi e in strage non perché appartieni ad una razza o ad una cultura più violenta, come molti hanno presupposto, ma semplicemente perché invece di appartenere a quella parte che vince, quella più armata, tecnologicamente ed economicamente superiore, non vivi in prima persona il sentimento atroce e insopportabile dell’impotenza, che ti porta a cercare soluzioni estreme di cui la violenza ad un certo punto ti appare come l’unica chanche che ti resta, una violenza che spenga contemporaneamente la tua vita e quella di quante più persone possibili riuscirai a portare con te nella spirale.


Ricevo e volentieri vi ripropongo:

da Antonio:

Dopo Parigi


da Julia:

I governanti guidavano la marcia funebre?

Noam Chomsky su Charlie Ebdo

Ipocriti che brillano alla sfilata di Parigi

Grazie a Napolitano, oggi l'Italia è una valle di lacrime

Eutanasia del reale




Commenti

  1. -Restiamo umani- è stata l'esortazione di Vittorio Arrigoni che ci ha lasciato un grande insegnamento. A questo atto terroristico ci sono reazioni molto violente. Purtroppo il primo impulso è di rispondere con la morte alla morte per l'assurda uccisione di tanti innocenti. Ma bisogna pensare che aggressori e vittime sono persone, come è ben espresso nel post, e non possiamo perdere mai la coscienza di ciò senza rischiare di perdere noi stessi la connotazione umana che ci viene da una vita di formazione della nostra coscienza. Non si può cedere alla violenza, all'odio, come è successo e vivere nell'orrore, quindi perdere noi stessi. E' molto difficile che i gruppi armati arrestino la spirale di violenza in cui si dibattono credendo di salvare la loro religione e quindi il loro mondo. Ed è difficile capire, capirci, ma si dovrà fare, non c'è scampo a questo.
    Un abbraccio
    Nou

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  2. E' triste osservare che in queste occasioni tiriamo fuori il peggio di noi stessi, contrariamente a quello che afferma un luogo comune smentito dai fatti. Ci si chiude a riccio proprio quando è più necessario aprirsi all'altro, abbiamo gli stessi moduli comportamentali degli animali territoriali e delle truibù eternamente in lotta. Schemi antichi e sempre vivi di quanti hanno una visione piccola piccola e terribilmente banale del mondo diviso in buoni e cattivi, noi e loro senza preoccuparsi di fare le necessarie distinzioni. Come dice una tua immagine se l'Islam promuovesse il terrorismo saremmo tutti morti ma è necessario che gli stati islamici facciano sentire forte la loro voce, la loro presa di distanza da pazzi criminali e per noi è necessario saperla ascoltare quella voce. Come dice Nou, non c'è scampo a questo. Un abbraccio.

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  3. Cara Nou,
    io interpreto quel: “Restiamo umani” col tentare di superare l’atteggiamento moralistico e di condanna che mi suscita come primo impatto quell’orrendo e assurdo attentato terroristico: perché è successo? Perché due giovani francesi di origini algerine dovrebbero imbracciare un kalashnikov e spegnere in un’unica fiammata la vita di 12 persone e la loro stessa vita? Quale stato d’animo personale, quale rabbia, quale disperazione, quali elementi sociali, politici, economici possono aver suggerito questo atto come l’unico possibile? Dalla mia esperienza di lavoro so che un modo efficace di disinnescare la violenza è quello di affrontarla, comprenderla e, soprattutto, non trattarla come qualcosa che succede solo alle persone indegne, ai matti, agli psicopatici, ma come una reazione naturale che è nostra e come tale possiamo dominare. Qualche anno fa un mio paziente che aveva appena avuto con la moglie un bambino stava attraversando un periodo pessimo per tutta una serie di questioni e la nascita stessa del figlio lo metteva in crisi perché era sicuro di non poter essere un buon padre. E questo era palese perché suo figlio si svegliava di notte piangendo e lui non riusciva a chetarlo, sembrava anzi che glielo facesse apposta a strillare sempre più forte e a fargli passare la notte in bianco. Era un’esperienza che lo stava massacrando: il rapporto con la moglie era molto conflittuale, al limite della separazione e la situazione lavorativa ne risentiva parecchio, continuava a perdere clienti perché le veglie notturne lo facevano lavorare poco e male e il suo carattere già abbastanza burbero era diventato insopportabile. Quando finalmente riuscì a dirmi che era talmente arrabbiato con questo figlio che l’avrebbe scaraventato contro il muro invece di cullarlo e cecare di chetarlo, qualcosa in lui si sciolse, come un grumo, un nodo che lo stava strangolando, non riusciva a prendersela col bambino, gli sembrava sconveniente, addirittura orribile, allora non gli restava che prendersela con se stesso: se il bambino piangeva era tutta colpa sua e se non riusciva ad essere un padre decente era meglio mettere fine alla sua vita.
    Sembrerà strano, ma chi poi scaraventa davvero il figlio contro il muro è quello che non riuscirà mai nemmeno a pensare che potrebbe farlo, lo fa e basta; dirselo disinnesca la violenza, ti permette di impadronirtene e di controllarla.
    Non si tratta soltanto di dirsi che ricorreremmo volentieri alla violenza, si tratta di sentirla come propria, ci sono due modi per neutralizzare un sentimento come la rabbia: il primo è quello di agirlo senza sentirlo, evacuandolo e basta (sono i cosiddetti raptus di violenza a cui in genere segue l’amnesia più o meno totale o almeno una presa di distanza emotiva fra sé e il gesto compiuto, come se a commetterlo fosse stato qualcun altro); il secondo è quello di pianificarlo, anche nei minimi dettagli, ed eseguirlo, condito con tutta una serie di giustificazioni esterne, come se a scatenarlo non fosse qualcosa di te, ma circostanze e persone esterne, in genere ce lo rappresentiamo come qualcosa di inevitabile e moralmente giusta.
    Fare propria la rabbia significa che questa non dipende da circostanze esterne, ma sono io che a quelle sollecitazioni esterne rispondo in quel modo (conoscere anche il motivo è importante e il motivo è sempre qualcosa di molto intimo e personale, spesso sconosciuto alla persona stessa), significa anche empatizzare con se stessi, con i propri sentimenti più profondi, scoprire le proprie linee di frattura interne e le proprie fragilità (ma anche i nostri punti di forza) e, inevitabilmente, rappresentarsi emotivamente le conseguenze di un nostro atto aggressivo sugli altri, rappresentarsi la rabbia e il dolore che potremmo provocare in loro.
    Un abbraccio a te.

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  4. La dicotomia, la polarizzazione, il manicheismo mentale è una forma di difesa che probabilmente può aver avuto una sua qualche funzione nel nostro sviluppo evolutivo, quando eravamo forme di vita molto semplici ed elementari; ma l’uomo, anche il più fanatico, il più integralista, il più imbecille, è pur sempre un sistema complesso ed è sempre capace di funzionare a livelli elevati, solo che talvolta è più semplice, più economico, meno dispendioso funzionare a livelli minimi ed è estremamente difficile schiodare una persona da quel livello di funzionamento nonostante in questo modo si perda gran parte della complessità del mondo e di se stesso, la bellezza e le potenzialità intrinseche, debba sacrificare la sua curiosità, se in questo ottiene un qualche consenso esterno (capita che un gruppo o un popolo intero funzionino in maniera dicotomica, aggrappandosi a poveri stereotipi e a livelli elementari di pensiero).
    La violenza, verbale o fisica, è intrinseca in questo modo di pensare e si propaga con estrema facilità; sarebbe auspicabile che alla fine predominassero uomini e modalità di interazione più equilibrate per uscire dalla spirale di odio e di violenza il cui esempio più lampante è la situazione palestinese.
    Un abbraccio.

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  5. Purtroppo caro Garbo quando dicevo che tiriamo fuori il peggio di noi stessi non parlavo di fascisti e leghisti per i quali oltre a una gran pena provo anche un certo ribrezzo! Mi riferivo invece e paradossalmente alla risposta europea, quella ufficiale, che nonostante le belle, davvero belle e apprezzabili, manifestazioni oceaniche non mi pare vada oltre un eurocentrismo che diventa sempre più tossico. Proprio oggi Giovanni Battista Zorzoli ha pubblicato questo articolo su alfabeta2 che rende quanto avevo solo accennato, e in malo modo, nel commento. Alla massiccia partecipazione popolare non ho visto azioni concrete delle varie cancellerie per cercare il dialogo proprio con i leader dei paesi islamici e ancora ho notato la scarsa attenzione data dai media alla partecipazione di alcuni leader islamici a quella manifestazione. Quella partecipazione era più importante della presenza di Renzi o dell'assenza di Obama eppure se ne è parlato in tono minore.
    Un saluto a te.

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  6. Ma visto da un altro punto di vista non siamo forse tutti anche Truman Burbank ( il protagonista del film "The Truman Show" dal quale cito: "Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice") o Winston Smith ( "1984", George Orwell e cito: "Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli... a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto")...
    Credo che veramente gran parte della nostra realtà sia ordinata da un manipolo di malvagi demiurghi e per questo penso che solo la verità in questo caso possa salvare il mondo. Cosa assai ardua perchè sono ancora troppo pochi coloro che riescono ad intravederla e a promulgarla e troppi quelli che credono a quello che leggono sul giornale o sentono e vedono alla tv...


    http://www.pandoratv.it/?p=2651&doing_wp_cron=1421610277.7620229721069335937500


    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14505


    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14511


    http://www.libreidee.org/2015/01/grazie-a-napolitano-oggi-litalia-e-una-valle-di-lacrime/

    http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/4134-rosanna-spadini-eutanasia-del-reale.html


    Ciao e grazie :-)
    Julia

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  7. @ Antonio,
    basta molto poco, davvero, per diventare (senza rendersene conto) leghisti o fascisti … guarda il papa, ad esempio, ti da un pugno se gli tocchi la madre/chiesa … Totò Riina ti avrebbe fatto esplodere col tritolo … al Quaeda avrebbe dirottato sulla tua casa un boeing … l’isis si limita a falciarti col kalashnikov e Maurizio Gasparri avrebbe poi twittato che eri consenziente e che noi paghiamo.
    E’ interessante l’articolo che suggerisci: perché non c’è una risposta forte e convincente contro il terrorismo? Perché non c’è stata una partecipazione più estesa ed ecumenica, in modo da fugare l’ipotesi che fosse una cosa riguardante solo l’Europa? A quanto detto da Zorzoli, che sostanzialmente condivido, vorrei aggiungere un interrogativo: quanti leaders europei erano presenti a protestare nei numerosi attacchi terroristici che si sono verificati nel mondo? Quanti hanno solo sentito il dovere di condannare o di esprimere solidarietà alle vittime?
    Certo, non sempre è facile comprendere cosa sta avvenendo, chi è il terrorista e chi sta semplicemente lottando per i suoi diritti, per la propria libertà, contro una tirannia, ma un atto di forza teso ad uccidere civili, per qualsiasi motivo lo si faccia, è pur sempre sbagliato e condannabile.
    Dalle notizie che ho a disposizione traggo le seguenti deduzioni: a Parigi erano presenti politicamente tutti i leaders dell’ “Alleanza Atlantica” o, se preferisci, la “coalizione occidentale” (e questo indipendentemente dall’opportunità della presenza di alcuni di loro … ad esempio Netanyahu); l’assenza di Obama è molto grave e inspiegabile; in base a chi “è stato invitato” o accettato nelle prime file della manifestazione puoi avere un’idea su come si pensa di procedere (credo che questo sia il pretesto per intervenire direttamente in Siria e di nuovo in Iraq, vero obiettivo, e spazzare via Abu Bakr al-Baghdadi e le sue pretese di autonomia dall’Occidente); il fatto che alcuni giornalisti abbiano fatto circolare delle foto che mostravano come in realtà il corteo politico non avesse quasi seguito può voler dire molte cose, e tutte negative, in generale si può dire che esiste nell’Occidente uno scollamento fra i cittadini e il loro sentire e chi in questo momento li governa).
    Ciao

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  8. Anni fa, alla fine degli anni ’80, giovanissimo e avido di letture, mi capitò fra le mani un libro straordinario scritto da P.L. Berger e da T. Luckmann, che si definivano sociologi della conoscenza e il cui titolo è La realtà come costruzione sociale.
    L’ipotesi di fondo è che la realtà in cui noi esseri umani viviamo è una grandiosa costruzione collettiva e mostravano come essa si forma a partire dall’interazione, dai taciti o espliciti accordi fra gli individui, i gruppi, e come diventa istituzione, realtà oggettiva granitica che ha l’apparenza di trascendere l’umano.
    Ogni realtà, dunque, non dovrebbe essere giudicata in base al parametro del vero o del falso (inattingibile comunque al sistema conoscitivo umano), ma in base al parametro dell’utile (come già sottolineava Protagora 2500 anni fa circa), in base cioè a come ci viviamo dentro, esattamente come un abito va giudicato non in senso assoluto, ma per come ci cade addosso, o un paio di scarpe per il comfort o per l’abbinamento che hanno con noi, col nostro stile di abbigliamento e per l’uso che intendiamo farne.
    Costruire idee di convivenza, sistemi sociali, culturali e politici, quindi, non che siano “giusti” o “veri” in assoluto, non semplicemente in sintonia con presunte verità religiose o presunte verità naturali trascendenti l’uomo, ma che siano confortevoli per tutti coloro che le andranno ad abitare e per chi vi si aggiungerà (perché dovremmo ipotizzarle flessibili ed elastiche al punto da adattarsi e da modificarsi in base al tempo e ai mutamenti, fino a cambiare così tanto da essere irriconoscibili, se è il caso).
    Oggi le realtà politiche vengono stabilite da una piccola oligarchia che difende gli interessi di pochissimi che possiedono un potere e una disponibilità economica illimitata e che, per rendere credibili i rapporti di subordinazione che prevedono, ancorano le loro teorie e l’esercizio del loro potere su principi religiosi o su principi scientifici inoppugnabili opportunamente piegati ai loro interessi.
    Non sono d’accordo con te sulla funzione della “verità”, perché io non trovo che questa attuale sia necessariamente una mistificazione, trovo piuttosto che la costruzione del mondo possibile e abitabile per l’uomo debba avere una partecipazione estesa in linea di principio a tutti, in linea fattuale a chiunque vorrà e saprà partecipare.
    Ma contrariamente ai democratici per principio, a chi crede che la partecipazione sia di per sé un bene a prescindere, io non la ritengo l’unica condizione per la democrazia, è necessario che chi partecipa abbia dei valori personali, dei criteri più o meno evoluti per muoversi nel mondo della contrattazione politica e della gestione della cosa pubblica (non sto parlando necessariamente di cognizioni tecniche, ma del semplice saper distinguere una cavolata da una proposta seria, una persona ponderata da un pagliaccio), e che soprattutto sia un uomo libero, non legato a patti mafiosi o massonici di fratellanza o di reciproco aiuto, che sappia mettere il bene comune sopra il bene personale, familiare o amicale, perché ha compreso molto bene che non è vero benessere quello che poggia sullo sfruttamento altrui ma quello che poggia sul proprio sviluppo che favorisce a catena lo sviluppo di chi ti sta a fianco e che si estende potenzialmente senza limiti.
    Ciao
    P.S. Ho molto apprezzato la lettura degli articoli che mi hai suggerito. :-)

    RispondiElimina

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