martedì 17 settembre 2013

L'INTREPIDO





 A casa mia quando ero ragazzino girava, insieme ad altre, una rivista a fumetti dal titolo Intrepido edita dalla Casa Editrice Universo, parlava di sport (soprattutto di calcio), ma ciò che mi piaceva di più erano i fumetti, di ogni genere (poliziesco, western, drammatico, d’amore, di spionaggio, d’avventura, cartoni, …); raccontava dei campioni di allora, ma anche di personaggi completamente inventati come Sorrow, Billy Bis, Lone Wolf, Ghibli, …, era l’immagine di un’Italia in crescita, dove il lavoro c’era per tutti (o quasi), dove bastava ancora un solo stipendio in famiglia per vivere decorosamente, e dove i padri speravano che i figli potessero cogliere opportunità economiche che a loro erano state negate e premevano perché conseguissero una laurea che fosse il trampolino di lancio per una carriera invidiabile nella Pubblica Amministrazione o nel privato o che fosse spendibile per poterci organizzare intorno una piccola azienda.
Un mondo dorato che già allora faceva avvertire potenti scricchiolii, la crisi del petrolio della metà degli anni '70, l'impennata degli anni '80 come un lungo sorso che ti inebria, la Milano da bere, i socialisti rampanti in Lombardia e in Veneto (le stesse regioni, non a caso, dove la Lega ha stravinto subito dopo), i balli, le feste ... l'Italia sembrava diventata una festa continua, un'opportunità continua, tutto sembrava possibile a chiunque ... in maniera incidentale, che sarebbe lungo e complicato da spiegare (oltre che strettamente personale) ho conosciuto i luoghi e le persone e provavo solo e semplicemente schifo,
Nonostante avessi soltanto 21 anni quando questo accadeva ... li ho combattuti come si combatte la peste, ho combattuto la loro arroganza, il loro disprezzo verso chi era migliore, il loro sentirsi i padroni dell'Italia, di potere molto e di avere la sensazione di poter controllare tutto (subito dopo avrei combattuto con molto più vigore e con uno schifo ancora più intenso la Lega ... perché erano gli stessi diventati però razzisti, xenofobi, omofobi, ..., e ancora più arroganti).
Erano anni in cui bastava prendere la tessera del partito e incensare quel narciso di Craxi per far carriera, per diventare, ad esempio, professore associato grazie ad una "sanatoria", presentando in fretta e furia alcune pubblicazioni degne del Corriere dei Piccoli e senza aver fatto mai un concorso (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/che-furbetto-quel-brunetta/2049037).




Del miracolo del nord est, che in gran parte si è rivelato un segreto che nel suo involucro conteneva molta ambizione e un sistema imprenditoriale che non era affatto qualcosa di innovativo, anzi, era di fatto un ritorno al feudalesimo, costituito dagli stessi meccanismi di regolazione dell’attività lavorativa che eravamo abituati a immaginare in Cina o in altri paesi poveri del mondo, caratterizzato dalla mancanza quasi assoluta di controlli, di piani industriali oculati e lungimiranti, che non siano soltanto il cogliere le opportunità del momento e da tanto, tantissimo, fatturato in nero.
Questa rivista arrivava a casa mia attraverso un mio cugino di qualche anno più grande di me, che la passava ai miei fratelli maggiori, che a loro volta la passavano a me; poi, all’improvviso, è sparita perché forse proprio in quegli anni è cambiata d’aspetto, si è trasformata, o forse questo mio cugino e i miei fratelli hanno iniziato ad occuparsi di cose più interessanti, come le ragazze ad esempio, ed io, nonostante la giovane età ho dovuto precorrere i tempi … anche a me è toccata la triste sorte di occuparmi delle ragazze, anzitempo.



Sparita così come sono spariti progressivamente la Milano da bere, i socialisti (almeno quelli più pesantemente implicati nel finanziamento illecito ai partiti e in molti altri reati alla Pubblica Amministrazione, perché ad esempio Brunetta, Cicchitto e Amato sono rimasti ancora saldamente in sella), il boom del nordest, il made in Italy nel senso di make in Italy e non certo nel senso di apporre un marchio italiano ad un prodotto fabbricato in Ungheria), gran parte della moda e tanti altre eccellenze e motivi d’orgoglio nazionale.
Ma non era dell’Intrepido rivista che vorrei parlare, ma de L’intrepido film, quello di Gianni Amelio e di Antonio Albanese e sto tergiversando, forse perché io non sono un critico e ho troppo viva e troppo presente la lezione di Enrico Ghezzi che ogni anno in questo periodo si ritaglia su Blob, il suo programma, degli spazi per parlare con competenza dei film in concorso al Festival del cinema di Venezia.



A me mancano i criteri, l’esperienza, le competenze, il sapere e il talento per poter parlare di cinema e per poter dire delle cose interessanti su di un film qualsiasi, ma mi manca pure la capacità di mettere insieme delle frasi incomprensibili alla stragrande maggioranza degli italiani come fa lui, di quelle che magari comprendi parola per parola perché fanno parte del tuo idioma corrente, ma di cui ti sfugge il senso complessivo e allora attribuisci questa defaillance ad una profondità del discorso stesso inattingibile per limiti tuoi intrinseci, vuoi di natura accidentale (ti manca la cultura cinematografica specifica per comprendere) oppure di natura strutturale (ti manca l’intelligenza).
Ma soprattutto, per avere l’autorevolezza di un Enrico Ghezzi mi mancano quegli occhialini tondeggianti ma non più semplicemente rotondi o ovali ma con in più un guizzo laterale e una montatura molto più spessa che fanno tanto intellettuale scampato alla catastrofe del comunismo ma che non sa ancora cos’altro potrebbe essere e che altro potrebbe inventarsi come base ideologica al suo dire: una volta ad esempio in pieno comunismo era perfettamente chiaro che i film e tutta quanta la cultura erano soltanto sovrastrutture, emanazione diretta della sottostante struttura economica che mantenevano e che giustificavano.



Un po’ come sono adesso i giornalisti e la gente di spettacolo di Mediaset che si mobilitano in blocco ciascuno con le proprie competenze per incensare il loro datore di lavoro, per costruire un’immagine di questi spendibile nel vasto pubblico, per difenderlo dalla cattiveria dei suoi nemici e per giustificare o addirittura esaltare ogni suo operato, anche a costo di arrampicarsi sugli specchi o di insultare la loro e la nostra intelligenza con argomenti penosi e improponibili la cui unica forza consiste nella reiterazione continua e nella diffusione capillare in tutti gli spazi possibili … questa estate è apparsa persino una scritta nei cieli delle nostre spiagge con “Forza Silvio, Forza Italia”.
Mi mancano i capelli spettinati come uno che trascuri (ad arte) il proprio aspetto fisico, uno che si spettini apposta prima di uscire di casa o di apparire in pubblico, esattamente come noi ci pettiniamo o come uno che si pettini nell’occhio del ciclone o usando esplosivi, e mi mancano anche quei movimenti coreiformi (tipici di chi è affetto dalla Corea di Huntington) che accompagnano ogni sua intervista, tanto che in quelle occasioni scelgono un cameraman affetto da morbo di Parkinson per seguirlo senza sforzo in ogni sua oscillazione.



Che poi, che lavoro è quello del “critico cinematografico”? Non basta guardare un film per capire quello che c’è da capire e ciò che regista, sceneggiatori e attori volevano trasmetterti, c’è bisogno di qualcuno che ti dica ulteriormente cosa dovevi capire? È come per il critico d’arte, non basta osservare un’opera d’arte, abbiamo davvero necessità di chi ci dica il senso di ciò che stiamo osservando?
Mi pare uno di quei lavori di cui si potrebbe fare benissimo a meno (al massimo possiamo scambiarci le reciproche opinioni su un film o su un quadro, ma farne una professione remunerativa anche … ma andiamo …), obsoleto come un esorcista nella Russia comunista o un postiglione nell’era dei treni e degli aerei o un caciucco a Firenze (avete notato come nessuno, e ribadisco nessuno, dei ristoranti, delle trattorie, delle osterie e delle fiaschetterie fiorentine abbia il caciucco livornese nel menù?).
Eppure c’è di peggio a questo mondo, non soltanto il critico cinematografico e il critico d’arte, ho scoperto che esiste anche qualcuno che si guadagna da vivere come “consulente d’immagine”, non so esattamente cosa voglia dire, perché bisognerebbe sapere su che cosa verte questo tipo di consulenza. Vi confesso che sono stato fortemente tentato di telefonare per un appuntamento, a costo di perderci qualche centinaio di euro in consulenze, per capire di che diavolo si tratta e come questa persona poteva essere utile alla mia “immagine” … ammesso che io riesca a capire cos’è la mia immagine.



Io credo che un lavoro per essere davvero utile e sensato debba poter essere spiegato in maniera comprensibile e senza residui di enigmaticità ad un bambino di sei anni, qualche giorno fa la mia nipotina di sette anni, che frequenta la prima elementare, mi ha chiesto che lavoro facessi e devo ammettere che mi ha messo un po’ in difficoltà; infatti, che lavoro faccio io? Cosa faccio concretamente? A che servo? Solo anni di analisi “didattica” mi hanno salvato da una crisi d’identità, e questo è stato per me confortante.
Ma prima di ridere degli altri, chiedetevelo anche voi che lavoro fate, e non vale dire io sono impiegato, io lavoro in posta o in banca, io faccio l’insegnante o costruisco calandre per le Mitsubishi o direct shift gearbox per la Golf GSD, …, perché poi dovreste ancora spiegare in modo comprensibile cosa fate davvero e come questo può essere compreso come utile per un bambino che inizia l’età scolare.
È davvero difficile persino per mestieri che a tutta prima possono sembrare ad un adulto immediatamente comprensibili, pensate ad esempio al venditore di scarpe, sembrerebbe intuitivo, ma la difficoltà sta poi nel far comprendere al bambino da dove provengono le scarpe che vendi, perché scarpe con marchio italiano o americano vengono in realtà prodotte in Corea o in Vietnam, come sono fatte, perché le vendi a quel prezzo e non ad un altro? E perché la gomma delle suole, che una volta era in caucciù, adesso dopo soli pochi mesi si attacca alla carta dell'involucro della scatola che le contiene?

Foto di Roberto Gramola


Sono ben pochi, a ben vedere, i lavori che non presentano alcuna difficoltà in questo senso, il più intuitivo, quello che mi viene in mente immediatamente e che non lascia spazio per ulteriori dubbi e domande è: “Io faccio il pane!”, ed è proprio per questo (forse) che il protagonista del film di Amelio, quello interpretato da Albanese, il nostro “intrepido”, si chiama Antonio Pane … fin dal nome ci si presenta in tutta la sua semplicità, linearità, spontaneità e genuinità.
In un mondo intriso di cinismo, permeato dall’indifferenza, i cui unici valori sono il culto narcisistico della propria persona, una frenesia che chiamiamo vita, e l’assenza di legami e di responsabilità reciproche spacciate per libertà, dignità dell’uomo, uguaglianza, democraticità e quant’altro, e strutturato sull’evitamento dell’angoscia, del dolore e della morte, Antonio sembra essere un marziano e come un marziano sta su questa terra ai margini, vive e lavora “a modo suo”.
In un mondo improntato sull’individualismo prolifera smisuratamente l’intercambiabilità (o è questa intercambiabilità, questa spersonalizzazione, ad aver richiesto il culto dell’individuo come estrema difesa), in un mondo in cui nessuno è indispensabile e tutti possiamo essere sostituiti da un altro nel lavoro, nella vita e negli affetti, in un mondo in cui ci si sposa e ci si separa o in cui è ritenuto intrigante lo scambio di coppia (alcuni miei colleghi lo consigliano addirittura in corso di terapia, o consigliano le corna, come strumento per rinsaldare il legame nella coppia), in un mondo in cui la precarietà è eretta a sistema e siamo precari dal nostro affacciarci al mondo fino alla nostra morte (solo quest’ultima è rimasta un assoluto), Antonio Pane di mestiere fa il “rimpiazzo”.

Foto di Claudio Iannone


In altre parole, quando il “titolare” di un qualsiasi lavoro, il legittimo lavoratore assunto (sebbene a tempo determinato, con la scadenza come se fossimo merce deperibile) è impedito per qualsiasi motivo a svolgere il suo lavoro per un’ora, mezza giornata, una giornata intera, qualche tempo, Antonio prende il suo posto … qualunque esso sia, muratore, carpentiere, aiuto-cuoco, speedy pizza, pulitore di stadi, cameriere, operaio ai mercati generali del pesce, sarto, badante, autista di tram, …, qualsiasi cosa.
Proprio lui che nella vita è stato sempre rimpiazzato: come maestro (non ha mai vinto un concorso), come marito (è separato dalla moglie) e la vita stessa lo sta mettendo sempre di più ai margini, soppiantato persino da lavoratori extra-comunitari e costretto alla fine ad andare a lavorare in Albania (in una vera e propria rivoluzione copernicana nemmeno tanto imprevedibile visto che gran parte delle aziende sta dislocando gli stabilimenti all’est licenziando la mano d’opera italiana, per cui non è molto peregrino pensare che fra non  molto gli operai licenziati in Italia saranno costretti ad andare nei paesi dell’est Europa se vogliono sopravvivere).
E non potrebbe essere altrimenti, Antonio non potrebbe essere diverso dall’uomo ai margini della società e dell’alienato (un po’ strano, un po’ tonto e un po’ coglione) in cui sembra essersi trasformato, visto che durante un concorso passa ad una ragazza perfettamente sconosciuta, che vede in difficoltà, tutte le risposte ai quesiti e che siano le risposte corrette lo comprendiamo quando alla fine Antonio fa notare un errore ad una delle esaminatrici, le suggerisce che parallasse è femminile, contrariamente a quanto affermato o è deducibile dalle domande che ha letto.

Foto di Claudio Iannone


Che volete, questa è la società in cui non serve a niente essere preparato per superare un concorso, in cui il merito, il talento, la bravura e l’impegno non solo non vengono premiati e sembrano non servire a niente, ma sono addirittura deleteri se pensate che i posti chiave quasi ovunque sono occupati da gente mediocre e limitata che non ci tiene ad essere offuscata da collaboratori più bravi e più meritevoli, una società in cui può accadere che un esaminato sia più preparato degli stessi esaminatori e nonostante ciò non vinca il concorso.
È incomprensibile per la maggior parte di noi questo gesto di estrema generosità nei confronti di una sconosciuta che non alza nemmeno gli occhi come ringraziamento o anche soltanto per curiosità quando si vede scivolare il foglio con tutte le risposte e che non si chiede neppure chi è quel matto che fa un gesto simile, contro ogni logica e anche contro ogni tornaconto; perché potremmo pensare che Antonio abbia voluto in quel modo sfruttare un gesto gentile in modo da poter conoscere la ragazza, che è molto carina.
Invece non è vero neanche questo, Antonio la reincontra per caso, ancora una volta in difficoltà, mentre insieme sono intenti a ripulire uno stadio e lei è meravigliata che lui se la ricordi … Antonio guarda ancora gli altri come se fossero persone, non come perfetti sconosciuti che è inutile memorizzare se non ne ho un tornaconto immediato, e non è intenzionato a portarsela a letto, ci tiene a precisare che sono soltanto amici ed è preoccupato perché negli occhi di questa ragazza vede baluginare la disperazione, anche se non immagina il gesto sconsiderato con cui metterà fine alla sua vita.



Mentre lei, taciturna e molto dolce (anche se di una dolcezza selvatica), vede in lui non tanto la persona “buona” che alcuni critici del film hanno detto (per il semplice motivo che lei rifiuta ogni aiuto da lui, non è interessata soltanto alla sua bontà e alla sua generosità, fra l’altro limitata, visto che anche lui è un povero disgraziato), quanto la sua autenticità … ed è davvero difficile trovare uomini veri oggigiorno, nemmeno donne vere è possibile trovare sotto gli strati sempre più spessi di fard con cui stratificano ogni autenticità fino a cancellarla.
Le donne riescono ad essere autentiche (o almeno passabili) quando sono bambine e la maschera in loro non si è ancora strutturata del tutto o lascia ampi varchi di ingenuità, oppure quando sono troppo anziane per mantenerla e possono permettersi di lasciarla cadere talvolta e con qualche persona privilegiata; io mi trovo bene con donne di entrambe queste fasce di età, molto meno bene con tutte le altre che non riescono più a spogliarsi degli orpelli di cui loro stesse si ammantano perché finiscono per scambiarli per la realtà di cui sono fatte.

Foto di Claudio Iannone


Inoltre, prediligo le donne che stanno male, ma non basta che stia male perché una donna mi sia gradita, perché anche nel peggiore dei malesseri psichici vi può essere una donna che non riesce a trovare la strada della sua autenticità, ci sono molte donne che stanno male eppure sono molto lontane da se stesse; è nella richiesta d’aiuto che talvolta colgo il barlume dell’essenza di una donna, il suo nucleo incandescente, e la aiuto a portarlo pazientemente alla superficie senza che lei debba temere di frantumarsi, di essere travolta dall’angoscia in quest’impresa o sapendo in ogni momento di poter fare affidamento su una figura che può sostenerla e restituirle coraggio, forza e fiducia quando sembra aver smarrito la strada, l’entusiasmo e la speranza.
Antonio è quello che subito dopo essere stato derubato delle pizze che doveva consegnare (un danno economico di 76 euro e sessanta centesimi, per lui notevole), e dopo aver ricomprato le pizze nella prima pizzeria che trova lasciando in pegno il suo cellulare, non perde la pazienza quando è costretto a ribadire più volte che le clienti, un gruppo di donne che cuce abiti a macchina, gli devono la cifra scritta segnata sullo scontrino.
E, nella stessa scena, si entusiasma come un bambino, senza tema di apparire ridicolo o effeminato, mostrando il suo interesse per una macchina da cucito, sedendosi a provarla rivelando una certa maestria e ricordando come sia una macchina straordinaria, la stessa che usava molti anni prima una sua zia, la quale eseguiva dei lavoretti per parenti e vicini senza voler essere pagata perché non ne aveva bisogno.




Antonio si fa sfruttare in maniera rivoltante da un suo compaesano, ex pugile che gestisce una palestra e tanti altri affari ben più loschi, che gli procura i rimpiazzi da fare, egli è disponibile a tutto, persino a salire sulle impalcature degli edifici in costruzione anche se soffre di vertigini, a derattizzare un ambiente anche se non gli piace, a fare i lavori più umili e imbarazzanti, ad esporsi ai piccoli grandi soprusi delle gang metropolitane che una sera gli impongono di ricoprire tutti i manifesti che ha appena finito di attaccare con i loro, perché a sua volta lui ha coperto quelli che loro avevano attaccato (in una sorta di far west cittadino dove vige ormai solo la legge del più forte e non quella del diritto).
Non si lamenta mai Antonio a questa sorta di rapporto in cui lui più intelligente è sfruttato biecamente da un individuo dall’intelletto limitato che ci tiene a presentarsi e ad essere ringraziato anzi come un benefattore e a cui replica candidamente dopo avergli chiesto per l’ennesima volta e senza arroganza i soldi che gli sono dovuti che non pretende di essere pagato ogni volta, ma ogni tanto.
Però, consapevole di perdere molto e di rinunciare a tutto ciò che gli è dovuto, Antonio affronta il vecchio pugile “suonato” mentre questi è sul ring a prendere a pugni l’aria e a illudersi di essere ancora un campione nonostante l’età, la gotta che lo affligge, i piedi gonfi e l’essersi trasformato in un individuo abietto, pronto ad ogni bassezza pur di mantenere intatto il proprio potere e la propria velleità di contare ancora qualcosa.
Non alza la voce, non si arrabbia, non lo affronta a muso duro sul ring, gli dice soltanto che i soldi che gli deve può tenerseli, glieli “regala” e gli intima di non chiamarlo più e questo dopo che gli è stato chiesto di accompagnare un ragazzino da suo “zio” o da suo “padre” (non è chiaro) e quando lui ingenuamente lo fa, si rende conto che l’ha accompagnato in realtà da uno sconosciuto e l’ombra della pedofilia aleggia nefastamente in tutta la vicenda.   



      
Antonio ha una sensibilità straordinaria, ad una vecchietta a cui stava badando e che non ne voleva sapere di aprire la bocca e mangiare il passato di frutta che lui le porgeva col cucchiaino dice sorprendentemente che lui conosce bene il motivo per cui lei non vuole mangiare, comprende benissimo, è perché è innamorata, anche a lui quando è innamorato si chiude lo stomaco, è normale.
Trattare una donna in veneranda età come se potesse ancora innamorarsi, come se conservasse intatti tutti i sentimenti, contro ogni luogo comune, contro ogni convenienza che invoca la pace dei sensi, elimina l’affettività e la sessualità, tacciandole come ignominiose o ridicole, per semplificare il compito dell’accudimento, è trattare quella donna anziana come una persona e non come un oggetto da trasportare, di cui avere cura del corpo, da nutrire, da detergere.
Mi è capitato di notare delle badanti straniere accompagnare in passeggiata delle persone anziane spingendo la sedia a rotelle e parlando ininterrottamente al cellulare nella loro lingua senza che quella persona capisse una sola parola; prima o poi finisci per credere di essere trattato come un oggetto se anche chi dovrebbe badare a te fa i fatti suoi ignorando che sei un essere umano.



C’è un dialogo fra Antonio e Lucia (la ragazza che incontra durante il concorso e che frequenta saltuariamente anche dopo) in cui lei gli chiede pressappoco dei suoi rapporti con l’ex moglie e lui le risponde che si, la vede ogni tanto, ma chissà se quella donna che vede è ancora sua moglie, e non intende soltanto mettere in dubbio il legame fra loro due, ma proprio il fatto che possa trattarsi della stessa persona; anche Lucia, poco dopo, sui suoi genitori replicherà allo stesso modo, che si, li vede ogni tanto, ma chissà se sono ancora loro.
Quanta desolazione in questo breve scambio di battute che illumina a giorno come anche tutti quanti noi, come la moglie di Antonio e i genitori di Lucia, non necessariamente siamo ciò che sembriamo essere, il nostro involucro dice che siamo il Tal dei Tali, sposato con la Tizia e padre di Caio e di Sempronio, che esercitiamo una determinata professione, e che siamo amici di Gaspare Melchiorre e Baldassarre e che abbiamo in parentela fratelli, sorelle, genitori, zii, nonni e cugini, nonché cognati, nuore o generi.
Questo groviglio di rapporti non è solo nominale o legale come può sembrare a prima vista e non è costituito soltanto dall’affetto o dall’amore che, come qualsiasi altra cosa, possono finire o diminuire, e non è tenuto in piedi soltanto da considerazioni di ordine moralistico e da appelli al dovere, ma piuttosto al “sentire”.
Sentire di voler essere presenti per l’altro, di volerne condividere le gioie e anche i dolori, di esserci quando l’altro ha bisogno di noi, di aiutarlo a sopportare il dolore e la sofferenza e anche di prenderlo per mano e di accompagnarlo nel suo appuntamento con la morte.
Invece finiamo per essere solo ciò che il freudiano presidente Schreber definiva “uomini fatti fugacemente”, esseri che sembrano persone, che sembrano mogli, mariti, genitori, medici e infermieri (nel caso di Schreber), figli, amici, amanti … ma che in realtà non sono niente o l’ “inconsapevole vestale” di Alexander Pope, quella dal destino felice, dimentica del mondo e da questo dimenticata, quella che nella sua mente candida prova un’infinita letizia.
Siamo ciò che Nietzsche definiva l’ “ultimo uomo”, individui che non sanno più né entrare né uscire, nei rapporti, in noi stessi, nella vita, individui che credono di essere tutto e non sono niente o individui per cui il niente sta al posto del tutto.
Ecco come e perché Antonio e Lucia credono di vedere l’uno la propria moglie e l’altra i suoi genitori, ma non sono sicuri che si tratti veramente di loro, forse sono soltanto sembianze, forse non sono mai stati altro che fantasmi di moglie o di genitori, figure e non presenze, in maniera desolante.
Una desolazione che fa pendant con le inquadrature degli ambienti in cui si svolge la vicenda, che si tratti degli edifici in costruzione in occasione dell’Expò del 2015 a Milano, che si tratti della zona Garibaldi, o di Rogoredo, dei viali notturni tutti uguali e intercambiabili che potrebbero essere uno qualsiasi di quelli che conosci, o dei luoghi di ritrovo della “movida” milanese con quella pessima musica assordante, con quei murales squallidi e rivoltanti, o della desolazione di zone anche gradevoli ma impersonali o svuotate da ogni vera presenza umana, colpite da luci fredde e impietose, da una pioggia che insolitamente non da quell’effetto di una patina di vernice che attribuisce e ingentilisce qualsiasi altra città, per quanto degradata possa essere, un habitat in cui è difficile che ossa albergare la poesia, l’arte, la gentilezza, i buoni sentimenti.
In quei meandri immagini soltanto rapporti di uso reciproco che ciascuno pretende e chiede all’altro, tanto che questa insolita coppia Antonio-Lucia sembra fuori dal mondo, di un’estraneità radicale col resto, come un’eresia o una bestemmia impronunciabile e che viene pronunciata sottovoce e soltanto per poco tempo, perché Lucia si uccide e Antonio è costretto ad emigrare in Albania, nemmeno ai margini potevano più esistere, nemmeno sottovoce.

Foto di Claudio Iannone


La scena in cui si vede Antonio in un ristorante a vendere rose ai clienti è patetica più che pietosa, e non tanto perché inizia a scricchiolare la credibilità della trama del film che presenta una situazione paradossale in cui accade che l’unico venditore di rose che non abbia tratti somatici asiatici esistente vada a trovarsi proprio quella sera proprio nel locale dove la sua ex moglie decide di cenare insieme al suo nuovo compagno, che questo compagno sia l’unico fra i presenti in sala ad acquistargli la rosa e che questo venditore non si accorga della presenza imbarazzante dei due tanto da avvicinarsi al tavolo e porgere la consueta rosa.
Ma stranamente a me non è sembrato patetico Antonio, ridottosi a dover vendere rose per i locali, accettare compensi modestissimi e subire l’umiliazione dei molti rifiuti comunicati con un semplice gesto, senza neppure guardarti negli occhi, come se tu fossi un fastidio e non una persona, patetica mi è sembrata piuttosto sua moglie che prima rimprovera il suo ex compagno di averlo fatto apposta a volerlo umiliare comprandogli le rose e poi esce offrendogli soldi (non è umiliazione anche questa? Forse sarebbe stato più umano il disprezzo o la disapprovazione) e infine gli offre un aiuto facendolo assumere come commesso in un negozio di calzature dal suo nuovo compagno.
Questa donna è patetica perché non c’è pietà umana in quella uscita, soltanto il tentativo di ripristinare un’immagine narcisistica infranta, non tollera di aver potuto spossare un uomo che si è ridotto in quel modo; del resto bastano poche battute ciniche più che sprezzanti del suo nuovo compagno a definirla, quando commenta che lei e Antonio si sono separati perché lei costava troppo, “costava”, avete capito bene e lui è quello che sta pagando il prezzo adeguato per averla, in un regime di compravendita come fosse il mercato della vacche (e molto probabilmente lo è).
Quest’uomo che la sua ex moglie gli ha preferito è un uomo di successo, tutto ciò che Antonio non è mai stato né potrebbe mai essere, uno che è solito dire che la cravatta è molto importante, un uomo senza cravatta può comprare ma non può vendere, che sembra una massima di tipo berlusconiano, di quel mondo di chi sorride sempre e cerca il modo migliore per fregarti.
Uno che ha avuto la grande idea di fabbricare protesi bianche di arti destinate ad africani neri per far soldi (almeno è ciò che dice) e quando Antonio glielo fa notare replica che tanto loro vogliono diventare tutti bianchi, così lo diventano un pezzo per volta, che hanno avuto la malaugurata idea di poggiare un piede o di toccare con una mano qualcuna delle infinite mine antiuomo che noi occidentali portatori di pace ed esportatori di democrazia vendiamo (con tanto di cravatta, s’intende) ai signori della guerra africani perché si facciano saltare in aria fra di loro in attesa che interveniamo noi come se fosse un dovere morale a mettere fine a quei crimini contro l’umanità.
Ora, il negozio è in una zona desolata che più desolata non si potrebbe, un’impiegata contabile passa interminabili minuti a contare e a registrare cifre su un computer, poi mette tutto l’incasso (che sembra ingente, troppo per un negozio in cui non è entrato nessun cliente) in una valigetta ed esce senza nemmeno salutare; poi Antonio, quando forse per errore o casualmente entra un cliente vero, si accorgerà che il magazzino del negozio è pieno di scatole di scarpe completamente vuote e che lui è soltanto un uomo di paglia messo li a coprire chissà quali oscuri affari.
Un mondo di cinici, dove tutto è possibile, tanto così fan tutti e così è, se vi pare … il cinico è quell’imbecille che incontrate in treno (ce ne dev’essere uno su ogni treno, magari viaggia solo per trovare qualcuno a cui raccontarsi, senza alcuna altra necessità) o altrove che vi dice che lui si è fatto da solo … e meno male, così non può incolpare nessuno … è quello che vi spiega per filo e per segno come va il mondo, perché voi siete fin troppo ingenui a credere che vada diversamente, a insistere e a sperare, il mondo funzione secondo due o al massimo tre principi molto pragmatici che lui conosce molto bene e tutte quelle cose li dei valori, delle virtù, del rispetto e quant’altro sono tutte belle parole, poi però la realtà è ben diversa.
Bisogna adeguarsi alla realtà del cinico, fare come lui, come tutti, il cinismo diventa un alibi per fare qualsiasi cosa, tanto lo fanno tutti e quelli che non lo fanno lo farebbero se soltanto potessero … Berlusconi va con le minorenni, e allora? Non piacerebbe anche a te un po’ di carne fresca e soda piuttosto che quella gallina vecchia di tua moglie? Questo è il cinico!

Nano-talpa


E anche chi denuncia il cinismo deve stare attento a non farlo con altrettanto cinismo, le pagine più belle che ho letto sul cinico le ha scritte Friedrich Nietzsche, andate a leggere la visione e l’enigma dello Zarathustra e capirete di cosa sto parlando, analizzate la figura del nano talpa e capirete perché Zarathustra ad un certo punto gli intimi: “Nano, o tu o io!” (e non stava parlando di Berlusconi e della tanto dibattuta decadenza di uno che è ormai un ectoplasma tenuto in piedi da un sistema globale di potere che si rende conto che se crolla Sansone crolleranno anche tutti i filistei).
Una figura bella e tormentata è invece il figlio di Antonio, Ivo, che studia musica in un conservatorio e che suona il sassofono, ragazzo di talento ma che si trova in conflitto con gli altri esponenti della band con cui suona per la concezione stessa di musica che hanno, per loro lo scopo di suonare è il successo che riescono a conseguire, l’indice di gradimento, le presenze, lo share, e per questo pensano a stratagemmi ad effetto per suscitare scalpore, per loro sarebbe uguale mettere al posto del sassofono di Ivo persino una tromba.
E ciò evidenzia l’intercambiabilità di persone e situazioni, mentre nei sentimenti (quelli veri) non c’è sostituibilità, nessuno può essere sostituito, se cambi Tizio per Caio  vivrai semplicemente sensazioni ed emozioni differenti e inconciliabili, l’assurdità è quella di pensare che vivrai gli stessi sentimenti con più intensità.



Ivo è un ragazzo condannato al talento, per questo si trova male con chi di talento non ne ha affatto e cerca nell’effetto speciale di elemosinare qualche applauso e un po’ di successo, è anche affetto da devastanti attacchi di panico che gli impediscono di suonare: ora, cos’è un attacco di panico, un fastidioso contrattempo da eliminare al più presto possibile con i farmaci e la psicoterapia (o con una combinazione delle due cose) o un segnale drammatico che qualcosa non va nella tua esistenza e che dovresti ascoltare piuttosto, tollerare e vincere nel solo modo in cui si può vincere un segnale, andando a capire cosa ti sta dicendo, di cosa ti sta avvertendo … diversamente sarebbe comportarsi come chi gli suoni un allarme e lo stacca per poter continuare a dormire.
Cosa può fare un padre svalutato come Antonio per un figlio come Ivo, come può aiutarlo lui che ha la tendenza ad aiutare chiunque si trovi in difficoltà? Lo fa nell’unico modo che conosce, con tutto l’amore di cui è capace, nel momento in cui il figlio soggiace ad un attacco di panico lui prima gli parla nel camerino, poi lo rimpiazza col sassofono, come ha imparato a fare per sopravvivere, suona al posto di suo figlio per permettere che quel concerto abbia luogo e per dare opportunità a suo figlio di scuotersi, prendere in mano il suo sassofono e riprendere il suo posto da titolare.
Cos’è un attacco di panico, è paura? È un peso che schiaccia il torace? Lui, Antonio, lo prova tutte le mattine, poi però passa, basta aspettare … ecco, gli intrepidi si svegliano ogni mattina con quel peso che schiaccia il torace, poi però passa e ci si appassiona alla vita con tutti i suoi mille rivoli, i suoi mille colori, cercando di insegnare ad un cinese a pronunciare la parola arrotino oppure cercando di imparare come si dice lavoro e figlio in albanese, oppure sostituendoti a tuo figlio in un concerto quando tutto ciò che sai di musica è qualcosa che hai imparato così, ad orecchio, senza mai aver studiato.

Foto di Claudio Iannone



Agli ultimi “intrepidi” rimasti, specie non protetta sebbene in via di estinzione: i pochi esemplari superstiti finiremo impagliati in qualche museo e verremo additati alle scolaresche in gita come specie estinta, soppiantata da una specie più adatta all’ambiente, come è accaduto all’uomo di Neanderthal.


11 commenti:

  1. Intanto bentornato e per me questo commento potrebbe chiudersi qui che tanta è la gioia di leggere quello che scrivi. E' un fiume superbo la tua recensione del film, dubito Ghezzi avrebbe potuto fare di meglio. Ho visto il film e mentre lo vedevo ripensavo ad un saggio di Richard Sennet (L'uomo flessibile, della Feltrinelli) dove l'uomo è senza narrazione nel senso che non può raccontarsi, la sua biografia è così sfilacciata che non può darne e darsene versione narrata. Il film è una non narrazione della vita precaria, non solo in termini professionali ma soprattutto emotivi, eppurre lui conserva un'emotività, una integrità sentimentale che altri non hanno più. Ma io non posso dirlo meglio di quanto tu non abbia già fatto.
    Solo una cosa, riguardo alla "maschera" delle donne. Sappiamo entrambi che la persona è maschera, uomini e donne le indossano ciascuno secondo la propria natura e storia, dobbiamo essere clementi con tutte le nostre maschere, altrimenti non le toglieremo mai. Ma forse lo scopo di tutto questo affanno non è neanche toglierle, ché avremmo freddo, lo scopo è indossarle in maniera che ci stiano comode. Un abbraccio e a presto.
    Antonio

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  2. Avrei voluto essere a casa per andare a vederlo.. Mi è piaciuto molto Albanese in "La fame e la sete" ed "E' già ieri".
    La critica sulla carta stampata non è stata molto favorevole..
    Mi rincresce per Ghezzi ma a volte trovo le sue argomentazioni vicine al ridicolo, diversamente ho apprezzato la tua recensione, emozioni tradotte semplicemente in parole.. come ho apprezzato il commento di Antonio..


    Ben tornato
    Julia

    Quante maschere e sottomaschere noi indossiamo
    Sul nostro contenitore dell’anima, così quando,
    Se per un mero gioco, l’anima stessa si smaschera,
    Sa d’aver tolto l’ultima e aver mostrato il volto?
    La stessa maschera non si sente come una maschera
    Ma guarda di fuori di sé con gli occhi mascherati.
    Qualunque sia la coscienza che inizi l’opera
    Sua, fatale e accettata sorte è l’ottundimento.
    Come un bimbo impaurito dall’immagine allo specchio
    Le nostre anime, fanciulle, rimangono disattente,
    Cambiano i loro volti conosciuti, e un mondo intero
    Creano su quella loro dimenticata causa;
    E, quando un pensiero rivela l’anima mascherata
    Esso stesso non va a smascherare da smascherato.

    Fernando Pessoa, Trentacinque sonetti

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  3. Ben riletto; tutto chiaro e condivisibile eccetto che per " ... anche a me è toccata la triste sorte di occuparmi delle ragazze, anzitempo. ..." perchè non è mai troppo tardi per dedicarsi allo sport più salutare, purchè senza additivi (leggi droghe, ecc...).

    Il Tuo grido di dolore mi fa riflettere, cosa che faccio costantemente per via dei miei trascorsi anche di Dirigente sindacale che ha patìto la minaccia del Licenziamento perchè non addomesticato e/o addomesticabile, sulla condizione del Lavoratore oggi.
    So di cosa scrivo perchè mio figlio ...


    Ciao da luigi



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  4. Un ben ritrovato anche a te, Antonio, seppure non ci siamo mai persi nell’affetto e nella stima. Il saggio che citi potrebbe essere per me interessante, il primo giro che faccio in libreria lo andrò a cercare. Credo anch’io che l’uomo moderno faccia fatica a raccontarsi non nella sua precarietà, ma proprio nella sua emotività, non siamo persone con le idee confuse, ma con i sentimenti confusi, che assomigliano più a nebulose che a qualcosa di concreto e di scolpito nel marmo. Basta leggere le opere degli antichi per capire come quegli eroi, quei semidei immortali, non esistono più, né sono pensabili, basta leggere i romanzieri dell’800, notale la finezza e la varietà dei sentimenti che fanno vivere ai personaggi delle loro opere e metterle al confronto con la monotonia emotiva della narrativa contemporanea, che sta virando molto sull’azione e su ritmi emotivi sincopati e frammentari per comprendere il baratro che ci divide. L’altra sera ne discutevamo con i miei amici, ne è venuta fuori una bella discussione, molto ricca e vivace, e sarebbe stata ancora più interessante se tu avessi partecipato.
    Un abbraccio a te.

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  5. “Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti
    rimaniamo evanescenti. E tutto il nostro essere
    non può in parola o in volto giammai trasmutarsi.
    L’anima nostra è da noi immensamente lontana:
    per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri,
    mostrando l’anime nostre con far da vetrinisti,
    indicibili i nostri cuori pur sempre rimangono.

    Per quanto di noi si mostri continuiamo ignoti.
    L’abisso tra le anime non può esser collegato
    da un miraggio della vista o da un volo del pensiero.
    Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati
    quando al nostro pensiero dell’essere nostro parliamo.

    Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime,
    e l’un per l’altro resta il sogno dell’altrui sogno”.
    (Fernando Pessoa, L’abisso tra le anime).

    Albanese piace molto anche a me sia come attore cinematografico (oltre ai due film che hai citato mi sono piaciuti La lingua del Santo e L’uomo di acqua dolce) sia come attore teatrale. Molte delle critiche piovute addosso a questo film sono meritate, non convince molto la regia e la scenografia, alcuni dialoghi reggono grazie solo alla bravura degli attori e alla spontaneità degli esordiendi, per il resto l’intera storia andava costruita molto meglio. Tuttavia merita la visione e fa riflettere sulla situazione del moderno uomo occidentale e dell’italiano in particolare. Sono contento non solo che tu abbia apprezzato questo post, ma anche e soprattutto il commento di Antonio, io sono orgoglioso e onorato di ospitare i suoi pareri, e se l’hai apprezzato in un commento lo apprezzerai senza dubbio molto di più nel suo blog (http://cosechedimentico.blogspot.it/).
    Ben ritrovata.

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  6. Caro Luigi,
    capirai, senza fumetti non sapevo più che fare, allora mi sono guardato un po’ intorno … additivi no, al massimo qualche ricostituente naturale (pesce, frutti di mare, qualche bella braciola ben rosolata e ben tornita …). Quando ho iniziato a lavorare la raccomandazione era carta corrente, e contava molto di più la tessera del PSI che un QI di 150; però, con molta gavetta e altrettanta pazienza riuscivi comunque a farcela e ad ottenere qualche traguardo e qualche riconoscimento. Oggi questo sistema è saltato, la precarietà rende tutti ricattabili, malleabili e dipendenti da chi decide per te e di te; mi capita spesso di compiangere i miei giovani colleghi che trovano una situazione molto più difficile di quella che ho trovato io e, seppure in tempi di crisi non mi capita spesso, se posso fare qualche invio preferisco il collega giovane che ha iniziato l’attività da poco invece del collega più anziano e con un’attività più solida.
    Ciao

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  7. Julia ti ringrazio sinceramente per il tuo apprezzamento e ringrazio te Garbo per le parole che mi spingono quasi alla commozione. E' raro trovare in rete persone attente come voi alla parola. La poesia di Pessoa è quanto di più aderente a quanto suggerivo nel commento, fin da quel suo nome che in portoghese significa persona e nell'etimo è maschera.
    Mi sarebbe piaciuto partecipare a quella discussione caro Garbo, sarebbe significato poterti conoscere non solo attraverso una tastiera, per il resto forse avrei spinto quel limite dei grandi romanzieri oltre il tornante del novecento, quando il profumo di una madeleine solleticava la memoria involontaria e la complessità paralizzava l'uomo che si riconosceva senza qualità, oggi al massimo un biscotto inzuppato solletica le papille gustative e se il mondo è troppo complesso, ebbene, basta semplificarlo!
    Un saluto a te e Julia e buon fine settimana.

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  8. Bellissimo post. Proprio ieri pensavo che ho vissuto in un'epoca orribile e quanto letto del film riflette pienamente sensazioni provate molte volte. I commenti non mi sembrano all'altezza di questo post. L'accenno alle maschere (che due palle!) in particolare mi sembra di una banalità deprimente.

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  9. anch'io leggevo l'Intrepido. Re il Corriere dei Piccoli. E Il Monello, da cui il nickname Fiordistella. Che sehnsucht, gente... ciao :-)

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  10. Ma daiii ... e io che pensavo di essere l'unico a leggerlo ;-) Allora siamo fratelli di carta :-)
    Ciao

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    1. Tutti lo leggevano!

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