mercoledì 13 febbraio 2019

BOCCA BACIATA 2











“Così trapassa al trapassar d’un giorno
Della vita mortale il fiore, e ’l verde:
Né perché faccia indietro April ritorno,
Si rinfiora ella mai, né si rinverde.
Cogliam la rosa in sul mattino adorno
Di questo dì, ché tosto il seren perde:
Cogliam d’Amor la rosa: amiamo or quando
Esser si puote riamato amando”.


(Torquato Tasso - Gerusalemme liberata, 1559-1575, Canto Sedicesimo, XV, 114-121).









Quando ho avvisato Marina che quella sera non sarei andato a trovarla perché avevo avuto un incidente e sebbene io non avessi subito molti danni, la vespa era completamente rotta, non ha voluto sentire ragioni, è venuta a trovarmi facendosi accompagnare da sua madre; si è tranquillizzata quando mi ha visto e mi ha stretto fortemente a sé, però quando ha visto in che condizioni era la vespa ha pianto.
In ogni caso le ho detto che per un po’ non ci saremmo potuti vedere, visto che non avevo un mezzo di locomozione e che in ogni caso sarebbe stato difficile per me venire in spiaggia; era fuori questione che le medicazioni che mi avevano fatto in ospedale venissero in contatto con la sabbia o con l’acqua del mare, avrei dovuto indossare delle calze lunghe per evitarla, e mi sarei sentito ridicolo, così lei mi aveva lasciato dicendomi che sarebbe venuta a trovarmi tutte le volte che poteva.
Tutto ciò che accade ha certamente dei motivi che spesso non riusciamo a comprendere, ma ha anche delle conseguenze talvolta buone e talvolta cattive; avevo comprato il vespone perché mi ero scocciato di navigare nel periplo ristretto che circonda il mio paese, oppure di fare viaggi interminabilmente lunghi se volevo andare più distante con la special 50.
In sella al vespone potevo ora frequentare la città di Siracusa, che mi attraeva di più per quella mentalità un po’ più aperta e meno provinciale di quella asfittica del paese; a Siracusa ho parenti sia dal ramo paterno, perché mio nonno era originario di quella città, sia da parte materna, perché la sorella maggiore di mia madre ha sposato un siracusano ed è andata ad abitare nella città del marito.
Ho iniziato a frequentare i miei cugini paterni, che ho sempre considerato piuttosto snob, ma anche molto ben inseriti nella loro città di origine, mi avevano presentato il gruppo piuttosto allargato di persone che frequentavano, c’era a ben guardare nel mucchio qualche persona interessante, qualche ragazza carina, qualche altra decisamente bella, ma che però trovavo insopportabile, e stavo cercando di approfondire il resto delle loro possibilità di conoscenze e della loro capacità di aggregare gente, decisamente superiori alle mie.
Fu una cosa improvvisa, Marina usciva dal bar mentre io ci stavo entrando, lei rideva e questo le illuminava il viso e la rendeva ai miei occhi ancora più bella, indossava una gonna lunga stretta sopra e che finiva a campana ai suoi piedi, i colori erano il giallo, l’arancio, il rosso e il marrone, un paio di scarpine con pochi centimetri di tacco, i capelli lunghi e sciolti le cadevano indolenti sulle spalle sulla schiena.
Io avevo un paio di pantaloni di lino di un bel colore blu avion, una camicia bianca con una cravatta sottile di cuoio dello stesso colore dei pantaloni, e una giacca di lino color panna, le scarpe erano di tela, chiare, dello stesso colore della giacca.
Che fosse il vestito giusto l'avevo capito qualche settimana prima ad un matrimonio oceanico, uno di quelli che conosci si e no qualche decina di persone fra qualche centinaio di invitati, un tizio che non conoscevo mi domandò dov’era il bagno, io allargai le braccia dicendogli che ero spiacente di non sapergli essere d’aiuto e lui si incazzò parecchio … ma che gente assumono … lavori qui e non sai nemmeno indicarmi dove posso andare a pisciare … vestito in quel modo mi aveva scambiato per un cameriere.









Ci siamo guardati ed è bastato questo a colpirmi, poi io avevo chiesto in giro nel gruppo che stavo frequentando, se qualcuno la conosceva, ma nessuno sembrava averla mai notata, figuriamoci se i miei cari cugini di città potevano conoscere la figlia di un semplice poliziotto, con villa a schiera all’Arenella, ho dovuto fare tutto da solo, in realtà non è stato molto difficile, è bastato avvicinarmi a lei e abbiamo iniziato a parlare da soli, senza alcuna timidezza e senza presentazioni.
“Non ha stile, non ha classe, non ha eleganza …” mi disse mio cugino Donato con una certa sufficienza prendendomi in disparte quando gliela presentai, e mia cugina Vittoria aggiunse: “È carina, una brava ragazza, ma non sa vestirsi …” … da allora ho sempre pensato che “è una brava ragazza” fosse più una critica e non un complimento, quando vuoi affondare qualcuno senza appello basta fregiarlo con “è un bravo ragazzo”.
Invece a me piaceva, e parecchio, la nostra storia è partita con uno sguardo profondo come un guizzo di fiamma e ci ha trascinati insieme in un vortice profondo in cui il pensiero di lei era già desiderio, e il desiderio era fuoco rovente, acciaio incandescente pronto a forgiare le migliori lame di Toledo.
Ma questo sentimento reciproco, piuttosto forte, si smorzava parecchio quando non eravamo più soli io e lei, quando eravamo a casa sua, soprattutto quando era presente suo padre; era come se io mi trasformassi ai suoi occhi in un amico, o in un semplice conoscente, ogni tenerezza, ogni affettuosità, qualsiasi gesto che potesse definirci come coppia, doveva essere bandito in casa sua, e ciò mi infastidiva come se il legame che aveva con suo padre e con la sua famiglia annullasse il nostro, come se fosse più forte di ogni cosa, come se venisse prima di tutto.
La mattina dopo l’incidente, malconcio e appiedato sono andato in una sala giochi non lontano da casa mia, avevo voglia di svagarmi un po’, di non pensare a quello che era successo, ma alcuni movimenti che mi procuravano un certo dolore e l’impossibilità di fare molte cose erano li a ricordarmelo di continuo.
Nonostante il polso destro fosse il più disastrato ho inserito un gettone nel Pac-Man, un gioco elettronico molto diffuso in quell’epoca, di cui ero uno dei due campioni celebrati in quel luogo; in principio fu Stratos Sferico (questo il modestissimo nome d’arte di un ragazzo di appena qualche anno maggiore di me), che iniziò a stabilire record su record, senza che nessuno riuscisse a contrastarlo.
Osservandolo giocare mi ero accorto di due cose: il gioco era stupido, i fantasmini che ti contrastavano si muovevano secondo schemi prestabiliti in ogni quadro; Stratos aveva ideato degli schemi standard di movimento per ogni quadro tesi a raggiungere il massimo del punteggio e approfittare di tutti i bonus, in questo modo il suo gioco filava liscio un quadro dopo l’altro sempre col punteggio pieno.
In questo modo egli era riuscito a completare tutti e 256 i quadri previsti, per poi riiniziare dal primo, dato che il gioco era programmato per ripetersi all’infinito; ciò avvenne non senza essere pungolato da me, che dopo un po’ ho iniziato a contendergli la leadership fino ad allora incontrastata e che tante volte lui stabiliva un nuovo record, altrettante io glielo contestavo superandolo.









Dopo il superamento del 256° quadro, sicuramente per un fattore psicologico, entrammo in panne, probabilmente l’aver superato entrambi il limite massimo ci riempì le coane di odore di alloro, talmente forte e talmente intenso che un po’ ci adagiammo su questo, quasi incapaci di andare oltre e riprendere i primissimi schemi facili degli esordi che si ripetevano e che avevamo superato con estrema facilità.
Poi la sfida si rifece più accesa che mai, superare 256 schemi significava passare un bel po’ di tempo su quel gioco, un gioco in cui man mano che proseguivi aumentava la complessità e le velocità, per cui non eri più tanto lucido nemmeno quando ritornavano gli schemi semplici iniziali, ma il piacere di batterlo ancora una volta era più forte di qualsiasi stanchezza, e l’ultimo nome che appariva sul record ancora in corso era il mio, era scritto li a chiare lettere, Frankie Goes To Hollywood aveva strappato la corona a Stratos Sferico ancora una volta poi, dal momento che lui non c’era, avevo detto ai presenti: “Dite a Stratos che io stasera dormo sulla paglia!”.
A volte mi assale un senso di vuoto e di inutilità quando penso a quante ore ho sprecato in simili giochi e con simili assurdità, mentre avrei potuto conoscere, scoprire, vedere, approfondire, costruire legami, e passare i momenti della mia vita in modo più piacevole e significativo.
Quel giorno però non avrei dormito sulla paglia, perché tutta la mano destra era talmente indolenzita che non sono riuscito a finire nemmeno il primo quadro e continuavo a sentire continuamente il doink della morte dei vari pac-mac che avevo in dotazione, ad opera dei fantasmini che mi inseguivano, dopo soltanto pochissimi bokubokuboku.
Nell’altra sala c’erano alcune persone che giocavano a biliardo, fra cui mio cugino Vincenzo, li conoscevo tutti, almeno di vista, ed erano tutte persone che ammiravo moltissimo, pur non essendo in senso stretto un appassionato di biliardo, di carambola all’italiana o all’americana o di bazzica siciliana, mi piaceva molto guardarli giocare perché ero convinto di imparare da loro lezioni di vita e non di un semplice gioco.
Il più giovane fra loro aveva almeno dieci anni in più di me, erano uomini posati, riflessivi, ma erano anche piuttosto decisi, che sapevano anche agire e quando lo facevano erano sempre efficaci; li sul tavolo verde studiavano accuratamente la situazione, la posizione delle biglie, il punto di tiro, le angolazioni possibili, calcolavano l’effetto da imprimere alla palla, le sponde, le traiettorie, esibivano in quel luogo e in quel momento un piccolo saggio di abilità e qualcuno di loro aveva partecipato anche a campionati regionali o nazionali di biliardo.
Era ammirevole la sicurezza con cui annunciavano il tiro, la traiettoria della palla, quante e quali sponde avrebbe toccato, in quale buca sarebbe entrata o il punteggio che intendevano totalizzare con i birilli, l’eleganza con cui si accingevano al tiro, la mano ferma e determinata nell’esecuzione, l’uso del tiro ad effetto con roteazione della palla per effettuare tiri impossibili; anche quando raccontavano esperienze di vita mi meravigliava positivamente tutta quella sicurezza.
Mi faceva piacere che accettassero la mia tacita presenza in quella sala senza alcun problema, continuando a fare esattamente ciò che stavano facendo, a giocare e a parlare con la stessa disinvoltura di prima, senza cambiare discorso o tono della voce, e che ogni tanto mi interpellassero e facessero entrare anche me nei loro discorsi, quasi come se fossi uno di loro.









Già, non ero più un muccarusu (un moccioso), uno che ancora non conosce le regole basilari dello stare al mondo, la prima e la più importante delle quali è che qualsiasi cosa senti o credi di sentire, qualsiasi cosa capisci o credi di capire, tientela per te, le confidenze fra maschi creano i legami in un gruppo, ciò che accade e si racconta al gruppo fa parte di quel gruppo, gli appartiene e li deve rimanere ed essere conosciuto solo dai membri di quel gruppo.
Se sei ammesso a quelle confidenze vuol dire che di te iniziano a fidarsi, vuol dire che iniziano a prendere in considerazione l’idea che tu possa far parte di quel gruppo, e per esserne parte integrante devi conoscere chi appartiene al gruppo e tutte le sue imprese, che una volta narrate appartengono a tutti e che nobilitano (o infamano) tutti quanti.
Ma sentivo anche di non essere un semplice uditore, anche se non potevo ancora considerarmi un interlocutore che poteva discutere con loro alla pari, anche loro sapevano cose di me, che quasi certamente faceva filtrare Vincenzo con la stessa benevolenza e la stima con cui mi ha sempre considerato.
Potevo quasi sentire ciò che pensavano di me dal modo in cui mi accoglievano, da come mi salutavano, da come si rivolgevano a me, da come si permettevano di scherzare con me, io ero per loro un ragazzo sveglio, che stava crescendo bene, che sarebbe potuto essere tutto ciò che avrebbe voluto, anche se talvolta ero troppo impulsivo, ma niente che non si possa mitigare col tempo.
Talvolta, nei momenti in cui c’erano poche persone in sala, prendevo un biliardo tutto per me e provavo cose nuove, provavo anch’io a studiare la situazione da ogni angolazioni, provavo tiri o effetti impossibili, cose che non mi sarei mai fidato di fare in pubblico, per timore di una figuraccia, sperimentavo le varie traiettorie della palla, i punti diversi dove colpirla per ottenere il risultato voluto … quanto sarebbe stato bello e gratificante se anche nella vita le cose fossero andate secondo i propri piani e l’efficacia del nostro operato commisurata all’abilità gradatamente acquisita.
E, naturalmente, mentre giocavano scherzavano fra di loro e parlavano di se stessi, degli altri, delle cose che succedono, commentavano la vita loro o quella intorno a loro, ed io ascoltavo tutti questi discorsi con molta attenzione; quando scherzavano su qualcuno assente in quel momento non erano mai pesanti, se fossi stato io quel qualcuno, mi sarei divertito insieme a loro in quella presa in giro, quando parlavano di donne non facevano mai nomi, fra di loro si capivano per accenni o allusioni, ma io non avrei mai saputo di chi stavano parlando, e qualsiasi cosa dicessero non erano mai offensivi, e non scendevano nei dettagli, ma ciò che più mi piaceva in assoluto nei loro discorsi era quando parlavano di come avessero affrontato qualche situazione, anche grave, in maniera insolita, usando intelligenza e creatività.
E conoscendoli, non potevano non scherzare sopra a com’ero conciato io in quel momento, al mio incidente e con un cane poi. Ma gli animalisti si erano fatti sentire? Ho sentito che fai l’accalappiacani. Il contadino proprietario del limoneto voleva essere risarcito per l’uso improprio del suo terreno e per aver provocato la perdita irrimediabile di quattro limoni. All’aeroporto di Catania i controllori di volo avevano avvistato un oggetto non identificato che atterrava nelle campagne del siracusano. Avevo chiesto il permesso per atterrare? Avevo i piani di volo in ordine? E la patente per volare? E qui avevano toccato un tasto dolente, dolente come le mie articolazioni e le mie contusioni, perché se avessi la patente me l’avevano domandato davvero i vigili intervenuti, avevano apprezzato la sincerità nella risposta e il fato che non avessi tentato di di insultare la loro intelligenza improvvisando scuse improbabili, visto e considerato che a parte me, il cane e la vespa non s'era fatto male nessuno per questa volta avrebbero chiuso un occhio su tutta la faccenda.









“E ora come vai in giro?” si preoccupò Vincenzo, “A piedi al momento” gli risposi, “In piena estate tu sei a piedi?”, “”Già”, “Senti, aspetta che finisca questa partita, dopo andiamo a casa mia … anzi, dopo pranziamo assieme, avvisa tua madre che non rientri a pranzo, ok?”. Vincenzo non era un bravo cuoco, ma conosceva i suoi limiti, così non si è mai avventurato ai fornelli, siamo andati a mangiare in un ristorante nella piazza principale.
A casa sua non siamo nemmeno entrati, ha aperto il garage e mi ha fatto vedere la sua vespa 50 special, di un colore celestino inguardabile, tenuta benissimo, senza alcun graffio e pulita e curata alla perfezione, che sembrava la vespa del diacono, di un seminarista o di un giovane di Azione Cattolica; “Prendila per tutto il tempo che ti serve, almeno ti muovi dove vuoi”.
Mi sono accorto subito che quella vespa era imballata, non era abituata a correre e iniziava a vibrare se solo davo un po’ di gas, Vincenzo doveva usarla molto poco e la usava per indulgere anche lui a praticare lo sport più diffuso nel mio paese: l’esercizio della curiosità, che consiste nel girare con un motorino a 20 km orari (talvolta anche meno) per guardare attentamente cosa succede in giro, cosa fanno gli altri, questa cosa rassicura moltissimo i miei concittadini e da loro la sensazione e il brivido di essere sempre presenti casomai dovesse accadere qualcosa di grosso da raccontare.
La prima cosa che ho fatto è stata quella di portare la vespa da un meccanico, certo all’insaputa di Vincenzo che probabilmente non avrebbe approvato, ma andare in giro a passo di lumaca non era cosa per me, già una vespa 50 era un sacrificio; ho fatto cambiare la marmitta e il collettore, e in questo modo ho recuperato almeno 10 km orari sulla velocità massima di quella vespa, perché la legge imponeva che i veicoli di piccola cilindrata, che potevano essere guidati allora senza patente da chiunque avesse almeno 14 anni, non andassero più veloci di 50 km orari, forse per questo la vespa si chiamava 50, e non per la cilindrata, che mi pare fosse 48.8, e in effetti chiamarla Vespa 48.8 Special non sarebbe suonato bene.
Siccome comunque un motore 48.8 poteva raggiungere velocità maggiori dei 50 km orari consentiti, la Piaggio aveva depresso le sue potenzialità dotando il tubo di scarico di un collettore e di una marmitta piuttosto stretti che la soffocavano e le impedivano di andare più veloce, il resto della sua velocità potenziale quella vespa l’ha recuperata grazie alla mia guida e al fatto che l’ho tirata al massimo fino al punto che si è sbloccata del tutto: adesso raggiungeva i 60 km orari, non era molto, ma era meglio di prima, e non potevo "truccarla" perché il veicolo non era mio e la modifica sarebbe stata irreversibile, mentre per la marmitta e il collettore bastava rimettere i pezzi originali, che avevo conservato.
Nonostante adesso fossi motorizzato, non andavo a trovare Marina comunque, ci vedevamo soltanto perché lei si faceva accompagnare da me dai suoi tutte le volte che poteva, anzi a lei non avevo nemmeno detto che adesso avevo una vespa in prestito, e comunque la questione del mezzo per andarla a trovare era una scusa, con tutti gli amici che ho avrei trovato facilmente un mezzo per raggiungerla … è che da un po’ mi ero raffreddato con lei, da quando si erano trasferiti nella casa al mare e da quando frequentavo più spesso la sua casa e la sua famiglia, perché a Siracusa mi vedevano giusto il tempo di passarla a prendere a casa sua o più spesso nemmeno quello, perché ci davamo appuntamento in piazza.
In quell’epoca i giovani siracusani si incontravano a Piazza Adda, una grande piazza nella città nuova, fra Corso Gelone e Viale Teracati, nel pressi del Tribunale, dove hanno sede i negozi più lussuosi e più di moda della città e i palazzoni più imponenti in cui abita ed esercita la Siracusa bene, dove i prezzi d’affitto per gli immobili sono più elevati, il crocevia del lusso, della moda, dello struscio cittadino, dei locali più chic.










Oggi sono rimasti i migliori negozi, le abitazioni signorili, vi esercitano ancora i professionisti più affermati, ma i giovani già da tempo non si incontrano in quella piazza, che ha pure cambiato nome mi pare, ma nella più suggestiva Ortigia, un quartiere cittadino situato sull’isola omonima, collegata alla terraferma da due ponti, uno storico e uno di più recente costruzione, che fu sede del primo insediamento dei coloni corinzi che sbarcarono in quel luogo nel lontano 733 a. C..
Ad Ortigia si trovano alcune delle più belle meraviglie della città, l’imponente duomo costruito al posto di un tempio ad Atena e sfruttandone le maestose colonne doriche preesistenti, la fonte Aretusa, una polla di acqua dolce a pochissimi metri dal mare dentro cui cresce spontaneo il papiro, che la mitologia narra che sorse in quel punto perché la ninfa Aretusa, inseguita dal giovane Alfeo innamorato di lei fin dal Peloponneso, in quel punto quando stava per essere raggiunta chiese aiuto alla dea Artemide che per salvarla da un amore non gradito la trasformò in una polla d’acqua, ma anche Alfeo si rivolse agli dei e fu anch’egli trasformato in un fiume che nasce in Grecia, percorre il mar Ionio fino a ricongiungersi con l’amata facendo confluire le sue acque nella fonte.
Troverete anche i più bei palazzi nobiliari, il palazzo e i giardini della curia vescovile, vi appariranno all’improvviso piazze mozzafiato, vie che conducono direttamente al  mare, il castello Maniace, di fattura bizantina, restaurato più volte nel corso dei secoli, le chiese più belle della città, i negozi dei tanti piccoli artigiani/artisti che dipingono su carta papiro o su oggetti di ceramica, i ristoranti e i locali notturni più belli e suggestivi, la marina, un lungomare stupendo, la visuale del porto grande e del porto piccolo, piazza Archimede con la fontana di Artemide, il tempio di Apollo, le mura e le fortificazioni di varie epoche.
Tutto inserito in un dedalo di vie, vicoli, strettoie, dove ad ogni svolta puoi trovare qualcosa di bello, una chiesa incastonata, un’edicola, una piazzetta, un balcone, un terrazzo, un fregio, i resti di un edificio antico riesumati e transennati solo se si tratta di qualcosa di davvero pregevole, perché a Siracusa dovunque scavi trovi tracce dell’antichità, in una città che un tempo era più splendida, più prestigiosa e più grande di adesso.
Molti anni fa, quand’ero ragazzo, Ortigia era un quartiere malfamato, certo i migliori ristoranti erano già allora quasi tutti qui, i locali notturni quelli storici anche, questa frequentazione forniva all’alta borghesia che si spostava in questi luoghi durante i fine settimana quel fascino in più, quel brivido di mescolarsi ai rudi marinai che provenivano da ogni parte del mondo e le cui navi erano attraccate alla marina, in cerca di donne, vino e rissa nell’ordine di desiderio, si mescolavano alle prostitute e ad piccoli e grandi delinquenti che ruotavano intorno alla prostituzione e allo spaccio, e infine, al loro ritorno a casa, le signore in pelliccia potevano osservare le puttane nel loto habitat naturale, come se stessero facendo una visita allo zoo.
Quelle signore, infatti, esercitavano in casette piccole e basse, a piano terra, al massimo con un piano superiore, proprio su un tratto di lungomare, quello vicino al carcere e al luogo dove fanno giornalmente il mercato.
La lampada accesa fuori dalla porta significava che la signora era in servizio, se era spenta perdevi il tuo tempo, nessuna puttana batteva per strada, o lungo i viali, so che esisteva a Siracusa un altro luogo di esercizio della prostituzione, ma anche questo era in un vicolo stretto che si ampliava all’interno e ciascuna era alloggiata nella propria casetta.




4






L’interno di questi “catoi” era molto piccolo, c’era un ampio letto ben visibile anche dall’esterno, alcune sedie, una delle quali poteva essere spostata fuori quando la donna esponeva la merce, e poi dev’esserci stato necessariamente un bagno, di più non so dirvi.
Agli inizi degli anni ottanta un’amministrazione cittadina più oculata delle altre varò un ampio programma per recuperare Ortigia alla città, fecero un piano di viabilità più moderno, costruirono il secondo ponte d’accesso all’isola, organizzarono alcuni parcheggi a pagamento, sfrattarono le puttane e gli spacciatori e facilitarono chiunque volesse aprire un’attività nell’isola che avesse attinenza col turismo e con la vita notturna: da allora Ortigia è diventata il salotto buono della città, frequentato dai turisti e dai cittadini di giorno e di notte, con locali e botteghe che fanno affari d’oro e con un fiorire ovunque di attività artigianali e artistiche.
Quando parliamo del proliferare di attività e di affari d’oro non dovremmo mai dimenticare però di essere a Siracusa e non altrove, il siracusano ha un carattere serafico e indolente che è agli antipodi con qualsiasi attività imprenditoriale; ha classe, buon gusto, uno spiccato senso estetico e una notevole capacità creativa, ma è capacissimo in piena estate di chiudere i battenti della sua piccola e fiorente bottega nel centro di Ortigia, mettersi il telo in spalla e andare al mare, perché ha valutato che per quel giorno ha guadagnato a sufficienza.
Per un catanese o per un palermitano sarebbe un’onta non realizzare attraverso la loro attività tutto ciò che possono realizzare, e pazienza per il mare; per loro, come per qualsiasi artigiano o imprenditore, non esiste un guadagno sufficiente, non esiste affatto un limite di guadagno, sembra che in queste città i greci antichi siano passati invano, infatti non hanno lasciato nulla di quella loro versatilità nel godersi la vita considerando che i piaceri quelli veri non costano nulla e non li puoi acquistare e che guadagnare soldi è del tutto secondario.
Socrate non faceva nulla per evitare di essere povero, eppure gli sarebbe bastato davvero poco, considerando il fatto che nella stoa a fianco a quella dov’era lui ogni giorno nell’agorà di Atene o al Pireo c’erano parlatori meno abili di lui che mettevano in vendita, e si facevano pagare molto profumatamente, questa loro versatilità nell’eloquenza.
Nonostante l’indolenza siracusana, però, Ortigia ferve di iniziative e di attività ludiche, turistiche e culturali, che magari soddisfano di più il turista (non certo quello mordi e fuggi, quello che arriva con l’elenco delle cosa da non perdere, le 5 o 10 cosa da fare e da vedere assolutamente), considerato che nessuno batte un siracusano nell’arte di divertirsi e di godersi la vita.
E questo avviene anche ai nostri giorni, sebbene le amministrazioni oculate non esistano più, l’ultima ad esempio, quella capitanata dal sindaco Francesco Italia, è addirittura disastrosa; questa estate, in luglio, avevo pensato di trascorrere una serata in compagnia di amici ad Ortigia e di portarli a cena in quello che è indubbiamente il miglior ristorante della città fra quelli storici, il Don Camillo
Giunti in città alle 19.30 circa perché volevo mostrare la mia città ancora illuminata dalla luce del sole, in prossimità del ponte nuovo di accesso ad Ortigia sono stato bloccato dai carabinieri (c’erano almeno cinque macchine dell’Arma e parecchi agenti concentrati in quel posto), nessuno ha saputo dirmi cosa stava succedendo, i militi anzi mi hanno fatto cenno di muovermi perché ostruivo il traffico.











Il ponte non era crollato un’altra volta, com’era già accaduto in passato, perché alcune macchine passavano, forse residenti o persone che avevano il permesso, perché i carabinieri controllavano, allora ho provato ad entrare dal ponte vecchio, che era transitabile senza alcun problema, ma ogni volta che tentavo di svoltare a destra (che era la mia direzione) ne ero impedito da cartelli di divieto, tutta la zona della marina era inaccessibile al traffico, il parcheggio che conoscevo vicino a Porta Marina impraticabile, ho provato a parcheggiare al piazzale delle Poste, ma non c’era un solo posto libero, e decine di veicoli giravano scrutando a destra e a sinistra per il mio stesso motivo.
Contrariato, mi dirigo sul lungomare, nella zona fra il carcere e il mercato, quella dove un tempo c’erano le puttane, esatto, ma neanche li c’era un parcheggio libero, poi all’improvviso, a destra, scorgo l’insegna luminosa di un parking interrato a pagamento, sul led c’era anche il numero di posti ancora liberi: 28, c’era la coda, calcolo ad occhio in quanti saranno avanti a me, sarò all’incirca il 15°, mi infilo in coda, una fortuna insperata ormai.
Passano i minuti,  inspiegabilmente la coda davanti a me non si sposta di un millimetro, il numero 28 sul led rimane invariato, non vedo nessuno entrare o uscire dal parcheggio, il luogo ha la stessa vitalità di un cimitero in piena notte, che diavolo succede? Decido di scendere dalla macchina, altri l’avevano fatto, qualcuno era andato fino alla barra automatica dei tornelli di accesso e di uscita, c’è un giovane che è uscito dalla macchina davanti a me, gli chiedo: “Che succede?”, “Non si apre la barra d’accesso” mi risponde, “Come mai se ci sono 28 posti liberi?”, Ah, quello … no, il display è rotto, è da giorni che segna sempre 28!”, “Minchia! E nessuno è venuto ad aggiustarlo?”, “Nessuno!”, ”E ora che succede?”, “Aspettiamo!”, “E aspettiamo …"
E se uno non volesse aspettare? Siamo incastrati qui, non posso andare avanti né indietro e anche lateralmente c’è questa aiola spartitraffico troppo alta che, nonostante le manovre che mi toccherebbe fare per uscire lateralmente, rischierei di incastrarmici sopra. “Aspettiamo …”.
Poi, all’improvviso la barra d’accesso si apre, “Hanno telefonato” mi dice ancora il ragazzo, “Ah. ok …” ma non ho capito a chi, al gestore del parcheggio, al sindaco, ai vigili, all’assessore alla viabilità, alla mafia, a mammasantissima, bohhh; accendo il motore, la barra si apre una, due, tre, quindici volte e anche più, entro, entriamo, tanti, tutti, si apre di continuo, sulla sinistra una sfilata di posti vuoti, il parcheggio sembra quasi vuoto, si riaccendono le speranze, ma si rispengono subito, sono tutti posti riservati ai disabili, più in la quelli riservati alle donne incinte o a famiglie con bambini piccoli, e non credo che un paio di chili in più presi durante l’inverno mi diano diritto ad uno di questi posti.
Continuo/continuiamo a girare a vuoto, il parcheggio è pieno come un uovo, non c’è posto nemmeno se mettessi la macchina di profilo o in piedi, non c’è posto nemmeno per una smart, non c’è posto nemmeno per un motorino, continuiamo a girare come zombi, con lo sguardo ormai perso nel vuoto, nessuno entra per ritirare la sua macchina ed andarsene, ci incrociamo continuamente, questa signora mi pare di averla già incontrata, al prossimo giro le chiedo il numero di telefono, a quello dopo potremmo pure fidanzarci, non ne posso più, esco.
Un ultimo giro sul lungomare, uno sul Piazzale delle Poste, magari c’è un postino che ha fatto gli straordinari e smette adesso di lavorare, magari qualcuno ha ricevuto una telefonata di emergenza e deve scappare, niente, nessuno si muove, ci siamo solo decine, forse centinaia di disperati, che vagano con la macchina in quella zona in cerca di un parcheggio, inutilmente, ma anche un vigile a cui chiedere informazioni non sarebbe male, invece pare che la città i vigili non se li possa permettere, perché non ce n’è nemmeno uno, trovi solo carabinieri, e tanti anche, tutti assemblati davanti al ponte nuovo, nessuno che ti permetta di domandare cosa sta succedendo: Ce l’hai il permesso? E allora passi. O non ce l’hai? E allora non passi. Se ti fermi per domandare qualcosa ti rispondono solo che da li devi sloggiare, ti dicono che ostruisci il traffico, ti devi muovere, ti devi spostare: hai il permesso/passi, non hai il permesso/non passi, chiedere non è lecito e rispondere è scortesia.









Rifaccio l’ultimo giro dal ponte nuovo, magari i carabinieri sono andati via e l’accesso al ponte è stato riaperto, ma che i carabinieri sono ancora li e se solo rallenti di fanno cenno che devi sloggiare, e velocemente, giro a sinistra, in direzione del Corso (il “corso” a Siracusa è solo il Corso Umberto, what else?), setaccio accuratamente le vie laterali, giro intorno ai “villini” , giungo fino all’inizio di Corso Gelone, senza alcun risultato, ed è allora che getto la spugna e telefono a Don Camillo per disdire la prenotazione, “Mi dispiace” sento dirmi dall’altro capo del telefono “spero che lei e i suoi amici torniate a trovarci in un’altra occasione”, “Lo spero anch’io” gli rispondo, “Magari quando si risolverà questo problema dei parcheggi”, “Non è l’unico sa che ha disdetto per lo stesso motivo”.
Il problema, come avrebbe detto un romano, però adesso è: “E mo’ ‘ndo cazzo andiamo a mangiare noi il 14 di luglio che è pure di sabato?”, non avevo nemmeno finito di imitare Alberto Sordi che vengo colto dall’insight, semplice andremo A rutta e ciauli, il nome vero del ristorante è Jonico, ma quando chiedevi ad un siracusano dove si trovasse ti rispondeva immancabilmente: “A rutta ‘e ciauli” ovverossia la grotta delle taccole, uccelli della famiglia delle cornacchie (chi ha letto Pirandello, Ciàula scopre la luna può saltare queste note esplicative).
E te lo dicono con una naturalezza e inconsapevolezza che ti fa rabbia persino, ma cosa vuoi che ne sappia un malcapitato che non abita a Siracusa di quale sia la grotta dove la taccole hanno fatto il nido, ma il siracusano è così ed è tempo perso pensare di cambiarlo o anche solo di fargli capire l’assurdità di quel  modo di dare indicazioni (che è anche più ampiamente assurdità nell’organizzare la propria esistenza sociale), non è infatti quello l’unico esempio di indicazioni idiosincrasiche, non è raro che qualcuno ti dia appuntamento in posti come u puzzu ‘ngigneri, letteralmente “al pozzo ingegnere”, che è il toponimo di un’ampia piazza spartitraffico (che ha naturalmente un altro nome, più … diciamo così … civile), che si trova nel quartiere albertino al crocevia con la via Elorina.
Chi sospetterebbe che a Siracusa anche un pozzo può essere così istruito da aver conseguito la laurea da ingegnere, se fai notare ad un siracusano l’assurdità di questa cosa ti risponderebbe che è più pratico così, se infatti chiedi a chiunque dov’è ad esempio il Foro Italico, solo il geometra del comune o l’impiegato del catasto saprebbero risponderti, mentre se chiedi dov’è u puzzu ‘ngigneri lo sanno tutti.
Il ristorante si trova in Riviera Dioniso il Grande, costruito in alto, sopra la scogliera, con una bellissima visuale sul mare della parte nord di Siracusa e con a sinistra in basso lo splendido spettacolo della Latomia Paradiso, sull’altopiano della scogliera di Epipoli, un tempo si mangiava benissimo, ma anche mangiando male la vista mozzafiato merita persino una pessima cena, telefono per prenotare: non hanno posto per tutta la serata, nemmeno un tavolinetto apparecchiato direttamente sulla scogliera o giù nella Latomia? Neanche, hai la prenotazione/entri, non hai la prenotazione/non entri e non tergiversare, non chiedere spiegazioni, sbrigati a sloggiare che ostruisci il traffico.
E poi, chi ci dice che lassù avremmo trovato parcheggio?


5 commenti:

  1. Ehilà Garbo! Bello rileggerti...citazioni dal Torquato Tasso e Catullo con altri collegamenti odierni: "Continuo/continuiamo a girare a vuoto, il parcheggio è pieno come un uovo, non c’è posto nemmeno se mettessi la macchina di profilo o in piedi...".Quante volte ho vissuto questa cosa quando vado in Liguria soprattutto d'estate, pieno di gente ovunque e l'unica cosa che faccio e scappare nell'entroterra alla ricerca di pace, silenzio e un po' di solitudine. Sono stato a Siracusa ma troppi anni fa (anni '90) chissà oggi cosa sarà, ma sono sicuro che non avrà perso la sua bellezza.

    Mi congratulo come sempre con te per le belle foto (dai paesaggi marini e non, ai dipinti antichi sino al bacio di Diabolik con la sua famosa Eva Kant) e la musica.
    Fa piacere rileggerti,
    un salutone e alla prossima

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    1. La Liguria dal punto di vista della viabilità è sempre stata problematica, ricordo che andare al mare da Genova sia verso ponente (che preferivo) sia verso levante, significava sempre ore di coda, non tanto all'andata (perché andavamo alle 6 del mattino) ma al rientro.
      Per me, che andavo al mare alle 10.30/10.00, dopo aver fatto colazione, senza farmi un minuto di coda e trovavo anche parcheggio per la moto, era inconcepibile doversi sottoporre a quella tortura.
      Preferivo prendere i mezzi pubblici. Però valeva dieci mila volte la pena visitarla da La Spezia a Ventimiglia, attraversando molte località, una più bella dell'altra. Forse conosco meno bene il suo entroterra, e anch'io quando torno in Sicilia negli ultimi anni preferisco perdermi nei monti Iblei (ma anche nelle Madonie, negli Erei, nei Nebrodi, nei Peloritani ...) che girare per spiagge e per scogliere, non tanto in cerca di pace e tranquillità, ma in cerca di autenticità, perché la costa siciliana è cambiata moltissimo nel corso degli anni a causa del turismo e dell'industrializzazione. Mi illudo di ritrovare la Sicilia autentica fra quelle colline.
      Ciao

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  2. Leggerti è un balsamo per la mente.

    Tra i tanti ricordi dell'ultimo viaggio a Siracusa:
    Ad Ortigia... l’imponente duomo costruito al posto di un tempio ad Atena e sfruttandone le maestose colonne doriche preesistenti...

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  3. Sarebbe stato un delitto radere al suolo il tempio di Atena, i costruttori del duomo ne hanno utilizzato le colonne, che erano ancora in piedi dopo più di due millenni ed erano sopravvissute a vandali e a terremoti (che li non mancano mai), e le hanno rese ben visibili, perché si sono accorti che erano pure belle, oltre che imponenti. Siracusa non è un luogo, che può essere più o meno bello in base ai gusti di chi guarda, è uno stile di vita, una modalità esistenziale ... se non diventi un po' siracusana anche tu non te la godi e non ti piace. Il ragazzo del parcheggio, nonostante le critiche persino feroci che faceva all'amministrazione della sua città, non avrebbe voluto vivere in nessun altro luogo. E abbiamo pure il difetto di vantarci persino delle inefficienze ... solo da noi può succedere questo, solo quì può accadere in questo modo ...
    Ciao

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  4. Quando raggiunsi l’età dell’adolescenza ebbi in regalo un vespino 50 special bianco dai mio padre. L’evento fu sorprendente ai miei occhi di 14enne, tanto più se si considera che il desiderio di possedere un motorino era stato da me espresso in modo dimesso e timido in poche occasioni, senza insistere più di tanto, atteggiamento questo del tutto inusuale e inspiegabile rispetto al comune sentire delle amiche del tempo. Sicchè quando montai in sella per la prima volta litigai con il cambio e le marce, ma poi quella complicanza cominciò a piacermi, mi costringeva a sentire il suono del motore nelle diverse pendenze, interloquiva con la mia strada.
    Non ho mai del tutto compreso la ragione per la quale mio padre si decise a farmi quel regalo non preteso nè reclamato, estraneo ad ogni patto o compromesso generazionale.
    Forse era l’istinto alla libertà che egli aveva, e che nutriva e curava dentro di noi, padre femminista di tre figlie femmine.
    Possiedo ancora quel vespino: giace in silenzio in un angolo del garage, monco della scocca che fu rubata, ma talvolta sembra ergersi in quel vano angusto, fiero dell’etá e delle dignitose cicatrici.
    Appartiene al tempo in cui il tempo vorresti divorare, inseguire, artigliare per impazienza di un futuro che ancora non sai.
    Appartiene al vento tra i capelli.
    Appartiene alla libertà che abita nei liberi, senza tempo.

    Mi hai ricondotto a questo ricordo. Grazie.
    Le parole appartengono a chi le legge.
    Ed è bello leggerti. Ma questo già lo sai...
    Ciao Garbo.


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