L'ANIMA BELLA 4







Questo post è l'ultimo atto di questi tre che lo precedono:
Io ti consiglio di leggerli prima di affrontarlo, ma se non lo desideri cercherò di comprenderti ... in fondo la tua vita è affar tuo.
BUONA LETTURA.







Tutte queste “imprese” di Mitja avvenivano pubblicamente, alla luce del sole, egli non si nascondeva affatto e ciascuna di esse giungeva impietosamente alle orecchie di Katerina Ivanovna, che si trova improvvisamente ad essere la fidanzata, con tanto di cerimonia religiosa ortodossa, scambio di anelli in presenza di testimoni e la benedizione del pope e della generalessa, di un beone, un poco di buono frequentatore di taverne, uno senz’arte né parte, un fannullone e un traditore.
Uno che vive della carità altrui senza guadagnare nulla, che ha scialacquato tutto ciò che aveva, un violento che non si sa controllare e che ha minacciato di uccidere suo padre, che si è innamorato di una donnaccia in tutto inferiore alla sua fidanzata, che è geloso fino alla follia di questa donna ed è geloso di suo padre, che non ha più neanche l’onore e la dignità di vergognarsi di tutto ciò e che non prova più neanche a nascondere quanto è diventato abietto, anzi ne ha fatto stendardo.
In tutta questa folle corsa verso il baratro, che tutti osservano stupefatti e nessuno sembra saper frenare, simbolizzata dalla trojka galoppante citata nell’arringa del procuratore Ippolit Kirillov durante il processo, l’evento che rende irreversibile, inevitabile e inesorabile il precipizio nella catastrofe di tutta la famiglia e di coloro che in qualche modo ne sono coinvolti affettivamente, è la consegna di tremila rubli di Katerina Ivanovna a Dmitij Karamazov.
Ella dice che non si dava pace di sapere il suo fidanzato privo di mezzi che viveva di espedienti, allora escogitò uno stratagemma per non ferire il suo orgoglio e per non sembrare che gli stesse facendo l’elemosina, lo chiamò in disparte sola con lui e gli consegnò la somma suddetta affinché la inviasse a Mosca alla sorella, ma senza fretta, bastava che giungesse da li ad un mese e che non la inviasse da li, ma dal paese vicino; di quell’invio Katerina non chiese mai a Mitjia di mostrarle una ricevuta, né domandò se avesse inviato il denaro.
In una situazione così esplosiva in cui il suo fidanzato era poco lucido, pronto a qualsiasi cosa, pure ad uccidere il proprio padre, e preoccupato fino alla follia che la donna che amava potesse tradirlo con suo padre per denaro, avere in mano tremila rubli (anche la cifra è simbolica e beffarda, è la stessa cifra che Fëdor Pavlovič ha messo in palio per godere delle grazie di Grušen’ka) poteva essere un’arma micidiale, e infatti così fu.









Nel tentativo di conquistare definitivamente la sua bella Dmitrij la invita per qualche giorno in un albergo a Mokroe, una località di villeggiatura poco distante dal paese in cui abitavano, ma non è un normale invito, egli fa le cose in grande, alla russa, anzi alla Karamazov, acquista per l’occasione una quantità spropositata di casse di champagne, del buon caviale, salmone ed altre squisitezze dolci e salate, carica fino a farla scoppiare una trojka e corre a perdifiato attraverso la steppa fino a quel luogo che per lui è il paradiso, qui fra spese, mance e regali, feste, musica e balli di gitani, si vanta in pochi giorni di aver dilapidato l’intera somma, senza fra l’altro aver ottenuto da Grušen’ka nient’altro che il permesso di baciare il suo piedino.
Quel denaro fu in realtà una sfida e una vendetta da parte di Katerina e Dmitrij dal canto suo capì immediatamente che era in odio verso di lui e non per amore che lei glielo stava dando, era per perderlo, era perché lui accelerasse la sua sventura; è la stessa Katja a dirlo pubblicamente nel corso del suo secondo interrogatorio nel processo, quando ormai il suo odio per lui è allo scoperto e vuole solo distruggerlo.
Katerina era consapevole che Dmitrij amava un’altra, che la stava tradendo con quella “canaglia”, e che questa donna sensibile al denaro poteva essere conquistata e mantenuta solo da uomini facoltosi, allora escogita l’espediente dell’invio a Mosca, guarda caso della stessa cifra stanziata dal vecchio Karamazov; stava alludendo, simbolizzando, si prendeva gioco di lui, voleva umiliarlo, voleva vedere se lui sarebbe stato tanto privo d’onore da tentare di conquistare quella donna proprio con i soldi che gli stava affidando lei, la sua fidanzata.
Stava ripetendo, invertendo il ruolo dei protagonisti, la stessa scena di quella sera in cui fu lui ad offrire a lei il proprio denaro, e fu nei suoi occhi che scintillò il disprezzo perché lei lo prendeva, umiliandosi, vendendosi, offrendosi a lui e probabilmente a chiunque glielo avesse offerto; per tutto quel tempo Katja era inorridita al ricordo di quello sguardo carico di disprezzo, da quello sguardo nasceva il suo odio profondo per lui, quegli occhi lampeggianti avevano risvegliato il suo orgoglio il suo amor proprio, e lei si era legata a lui perché quegli occhi si mutassero in amore o per sprofondare con lui in un mare di odio reciproco.








“Lo volevo salvare perché mi aveva odiata e disprezzata così tanto …Oh , lui mi disprezzava profondamente, mi ha sempre disprezzata e sapete, sapete, mi ha disprezzata dal momento stesso in cui mi sono inginocchiata davanti a lui per quei soldi, io me ne accorsi …Oh, lui non ha capito, non ha capito niente del motivo per il quale mi ero precipitata da lui, lui è capace di sospettare soltanto bassezze! Egli giudicava la gente secondo il proprio metro, pensava che fossero tutti come lui…” (p. 944), proruppe Katerina come se fosse impazzita, durante il processo.
Poco prima aveva fornito una testimonianza completamente diversa, in cui tutti quelli che l’avevano ascoltata si erano orientati verso l’innocenza di Dmitrij o almeno ad una riabilitazione della sua figura e ad accarezzare l’ombra del dubbio nei suoi confronti, nonostante gli indizi contro di lui fossero schiaccianti, e per aiutarlo non aveva esitato a raccontare tutto di quella sera, macchiando pubblicamente la sua reputazione, pur di ribadire che uomo di cuore generoso fosse Dmitrij Karamazov.
Però, non esita neanche a cambiare successivamente la sua versione, condannandolo definitivamente e fornendo quella che Ivan aveva definito la “prova matematica” della sua colpevolezza, in cui Mitja in stato di ebbrezza, sul retro del conto di una taverna, aveva scritto a Katja la sua intenzione di uccidere suo padre, nel modo in cui poi era stato veramente ucciso, e di appropriarsi dei soldi che il vecchio teneva nascosti per Grušen’ka … la lettera ella non l’aveva distrutta, anzi, quel giorno l’aveva portata con sé, forse indecisa fino alla fine se salvarlo o perderlo e alla fine farà entrambe le cose.
Non solo i Karamazov vivono fra due abissi, lacerati fra due opposti, chi molto più titanicamente è abbarbicata fra due abissi è proprio Katerina Ivanovna, lacerata fin da subito dagli opposti amori per due uomini che non potrebbero essere fra di loro più diversi nonostante siano fratelli; fino alla fine Katja non saprà chi dei due ama davvero, fino alla fine in carcere quando andrà a trovare Mitja lo abbraccerà, lo bacerà e nonostante gli dica perentoriamente: “L’amore è finito, Mitja!”, subito dopo aggiungerà: “Tu ami un’altra donna e io amo un altro uomo, eppure ti amerò in eterno, e anche tu amerai me, lo sapevi questo?” (p. 1050).










Alla fine tutti questi eventi, tutto quest’amore tramutato in odio, come il miracolo à rebours delle nozze di Cana (citate nel romanzo), non più l’acqua che si fa vino, ma il vino che diventa aceto, tutta questa enorme ambivalenza, il vivere costantemente a cavallo fra due abissi, travolgerà irrimediabilmente tutti i protagonisti, che cadranno uno ad uno come marionette senza fili.
Se vogliamo, la trama de I fratelli Karamazov è estremamente banale, assomiglia alla fiaba de I tre porcellini, simbolizzati dai tre fratelli Karamazov, ciascuno di essi costruisce la sua casa con i materiali che riterrà più opportuni, Dmitrij la costruirà fondandola sull’appagamento immediato dei suoi desideri e sarà punito dalla giustizia e mandato in Siberia, Ivan la costruisce sulla nuova filosofia atea in cui se elimini l’idea di Dio elimini anche la morale fra gli uomini e allora “tutto è lecito”, e pagherà il naufragio di questa dottrina con la follia e con lo sprofondare nel senso di colpa, Alekseij costruirà la sua casa sulla solida rocca della fede, ed è l’unico ad uscire indenne da questa tragedia, nonostante sia addolorato per la sorte dei fratelli e per la triste morte del padre.
In ciascuno dei personaggi del romanzo Dostoevskij mette qualcosa di suo, e più importante è la figura che rappresenta, più profonda è l’identificazione fra lo scrittore e l’attore che mette in scena nel suo scritto; c’è un po’ di Dmitrij, di Ivan, di Fëdor Pavlovič e persino di Smerdjakov in lui (con ogni probabilità un quarto fratellastro, non riconosciuto dal vecchio Karamazov, che lo tiene in casa come cuoco, lacchè, confidente e uomo di fiducia, che soffre di crisi di grande male epilettico, esattamente come lo scrittore, e che sarà l’esecutore materiale dell’assassinio del padre, del patricidio appunto).
Un evento, il patricidio, che non doveva essere del tutto estraneo al nostro Dostoevskij, almeno nelle intenzioni, visto che il proprio padre era un tiranno con tutti, anche con i figli, e l’intenzione di ribellarsi contro di lui e forse anche quella di ucciderlo deve essersi affacciata più volte nella loro mente, tanto è vero che qualche biografo l’ha pure sospettato, perché le circostanze della morte del padre di Dostoevskij non furono mai del tutto chiare: ucciso dai suoi stessi contadini/servi della gleba, che angariava e sfruttava e su cui sfogava la propria rabbia e le proprie frustrazioni, ma i suoi figli dov’erano, cosa stavano facendo in quel momento, ed è possibile descrivere così bene le circostanze di un delitto così atroce in tutte le sue sfumature se non l’hai vissuto? 









Dostoevskij descrive con perizia il tormento del giocatore, perché a sua volta egli fu un giocatore patologico, descrive in maniera eccellente l’angoscia del condannato a morte, e lui sperimentò in prima persona la condanna, ciò che si prova fino all’istante in cui ci si reca al patibolo, poi per fortuna la sua condanna venne commutata nel confino in Siberia, descrive accuratamente l’aura che avverte un epilettico che sta per soggiacere ad una crisi di grande male, perché lui soffriva di epilessia.
Sigmund Freud gli riconosce di essere un grande scrittore: “ … il suo posto viene subito dopo quello di Shakespeare [e Freud aveva una venerazione per Shakespeare]. I fratelli Karamazov sono il romanzo più grandioso che sia mai stato scritto, l’episodio del Grande Inquisitore è uno dei vertici della letteratura universale, un capitolo di bellezza inestimabile [e come dargli torto?]”. (Sigmund Freud, Dostoevskij e il parricidio, 1927, in Opere, Vol. 10, p. 521, Boringhieri, Torino).
Ma sul messaggio morale che lo scrittore russo veicola e affida ad Aleksej, che designa come protagonista del suo romanzo, anche se ciò non fa degli altri personaggi principali delle figure secondarie, anzi al di la degli intenti si fatica a distinguere un vero protagonista e diventa importante l’attore che è in scena in quel momento, perché viene rappresentato in tutta la sua grandezza e magnificenza, Freud fu più critico, fino alla durezza, nel commentarlo.
Freud che era un ateo convinto, non poteva accettare il semplicistico ed edulcorato messaggio religioso che Dostoevskij veicola attraverso Aleksej e lo starec Zosima, infatti tuona: “Anche il risultato finale del conflitto morale di Dostoevskij non è affatto glorioso. Dopo le lotte più violente per riconciliare le pretese pulsionali dell’individuo con le esigenze della comunità umana, egli finisce con l’approdare ad una posizione retrograda: si sottomette sia all’autorità temporale sia a quella spirituale, venera lo zar, ma anche il Dio cristiano, coltivando il più gretto nazionalismo russo: è un approdo, questo, al quale sono giunti, con minor fatica, spiriti meno eccelsi del suo. È qui il punto debole di questa grande personalità. Dostoevskij non è riuscito a diventare un maestro e un liberatore dell’umanità essendosi associato ai suoi carcerieri”. (Ibid., p. 521-522).










Il giudizio di Freud è eccessivamente impietoso, se fosse vero ciò che scrive noi leggeremmo con molto meno entusiasmo le opere del grande scrittore russo e molte cose ci apparirebbero incomprensibili, essendo mutati i valori (lo zar non esiste più e il potere religioso è fortemente ridimensionato in Russia) in cui egli crede; in realtà ciò che rende Dostoevskij ancora attuale e avvincente non è il candore con cui ammanta Alesä e il miele che trasuda da tutta la vicenda umana dello starec Zosima, ma il tormento interiore fra tutti i fermenti emotivi, politici e culturali che spazzavano la Russia di allora e che nella loro archetipicità anche il mondo attuale, come il buran spazza la steppa siberiana.
Dostoevskij è un uomo e uno scrittore profondamente cristiano, legato alle sue tradizioni religiose, che però ha fatto sue anche tutte le obiezioni, le critiche e la repulsione profonda che legioni di atei e di nichilisti avanzavano con sempre maggiore successo, e che rendevano il suo essere cristiano un tormento indicibile; d’altronde gli scrittori e i pensatori cristiani del XIX° secolo furono tutti senza eccezione, molto tormentati: basti pensare a Kierkegaard, Manzoni, Tolstoj, Wilde, Rilke, Pascoli, Svevo, Fogazzaro, Carducci, Pirandello, Deledda, Mann, Hesse.
Lo stesso discorso vale per la sua fedeltà al potere costituito, alla fine un uomo può sempre risolversi ad abbracciare i suoi stessi carnefici, e come altro chiamare chi ti condanna a morte e prima di commutarti la condanna in confino obbligato ti fa giungere fino al patibolo?, ma farà tutto questo non senza forti lacerazioni interiori e non senza estrema ambivalenza.    
Il suo stesso impeto rappresenta per Dmitrij il precipizio, mentre Ivan si accorge che eliminando Dio non elimina il suo senso di colpa, anzi lo accresce, perché Dio si fa garante delle azioni degli uomini, attenua la portata di quelle malvage, e rappresenta qualcuno autorevole a cui chiedere perdono e che può altrettanto autorevolmente assolverti da ogni tuo peccato con formula plenaria, se non c’è alcun Dio non è vero che non ci sia più alcun peccato, è vero anzi che il peccato diventa assoluto e irreversibile, nessuno può più perdonarti se hai ucciso tuo padre.









Ivan è costretto a sdoppiarsi, ad inventarsi un diavolo … invero molto povero e molto misero, a cui confidare la propria colpa … egli non ha voluto capire, ha preferito essere stolido e ottuso mentre il delitto veniva organizzato, ha preferito non capire che stava diventando complice, e che con la sua fuga in sostanza permetteva che avvenisse…un delitto ancora più vile di chi l’ha commesso materialmente o di chi c’è mancato un pelo che non l’avesse commesso lui, sarebbe bastato trovare Grušen’ka in casa col padre e il primo colpo di pestello da mortaio si sarebbe abbattuto sulla testa del proprio genitore fino ad ucciderlo, invece che su quella di Grigorij.
Ma Ivan non impazzisce solo perché progressivamente prende coscienza di essere stato complice consenziente del delitto, impazzisce ancora prima e di più perché non si da pace del rifiuto di Katerina Ivanovna ad accettare il suo amore, non riesce a capire e ad accettare come possa una donna di classe come lei essere sempre più innamorata di quell’animale di suo fratello Mitja, sempre più innamorata quanto più lui diventa abietto poi, da amarlo non soltanto quando la deruba dei suoi soldi, quando la tradisce, quando dichiara di voler sposare la sua amante, ma persino quando sono ormai entrambi “matematicamente certi” che sia stato lui l’assassino di suo padre.
Fin dalla prima lettura di questo romanzo mi identificavo con Ivan Karamazov, mi entusiasmava la sua filosofia atea, il suo modo di porsi, la sua verve dialettica, le pagine più belle, quelle che ho ricordato in maniera indelebile, sono quelle in cui egli narra del Grande Inquisitore, ma forse provavo simpatia per lui anche per il suo amore disperato per Katerina Ivanovna.
Credo che ciascuno di noi abbia fatto l’esperienza di amare non amato, quando questo accade, quando cioè qualcun altro è preferito a te nel cuore di colei che ami, è umano cercare di capire perché, e chi è questo rivale che ha prevalso su di te o che ti ha soppiantato; tutto ciò avviene inevitabilmente attraverso l’attribuzione di pesi e di misure, a te e all’altro, e questo ti da l’illusione di capire il perché: l’ha preferito perché è più bello, più ricco, più affascinante, più divertente … è strano, poterti dire che l’altro ha qualcosa in più di te è ugualmente doloroso, ma più consolante.









L’eventualità inaccettabile si verifica quando alla fine della tua disamina, stabilisci che l’altro è palesemente meno di te, quando l’altro non ha alcuna qualità con cui possa predominare al tuo confronto, quando anzi è chiaramente e nettamente inferiore rispetto a te … questa eventualità ti fa contorcere dal dolore come un serpente che si avvolga in una spirale quando viene colpito, perché una cosa così non ha senso di esistere.
Se per il disgraziato che perde l’amore tutto questo è doloroso e catastrofico, dal punto di vista di chi guarda tutto questo suo affannarsi a far paragoni dall’esterno, tutto diventa ridicolo, quand’anche riuscisse ad identificarsi col malcapitato; non mi viene in mente niente di più calzante del film di Troisi Pensavo che fosse amore invece era un calesse quando Tommaso cerca conferme disperate circa i difetti del suo rivale Enea e trova invece, inspiegabilmente per lui, solo apprezzamenti persino dai suoi amici più cari.
Naturalmente, tutti questi paragoni sono semplicemente assurdi e ridicoli, ciascuna persona è diversa da un’altra, è unica, il pensare di poter valutare le persone in base ad alcuni parametri che tutti possiederebbero chi più e chi meno non trova alcun fondamento ed è un’operazione senza senso, ma che distoglie temporaneamente dal dolore del rifiuto; nemmeno io qui riuscirò a farne a meno, perché il romanzo ne è infarcito, tanta follia e tanta sofferenza derivano proprio dal quel sentirsi “più” o “meno”, e senza questi avverbi comparativi non si comprenderebbe la trama.
Pensate, persino il primo peccato, la prima trasgressione, il nutrirsi del frutto dell’albero del bene e del male avviene perché non ci si vuol sentire da meno di Dio, si vuole essere come lui; e il primo omicidio, Caino che uccide Abele, è perché non si accetta che l’altro sia preferito, sia considerato migliore di noi.









Ivan si rende conto che per una donna come Katerina l’uomo più adatto per poterle stare al fianco è lui e non il fratello Mitja, egli è pari a lei per bellezza, per intelligenza, per cultura, per maniere raffinate, per orgoglio … e ciò non lo capisce solo lui, lo capisce anche lei, lo capisce così tanto che dopo essersi accorta di amarlo esclama con rammarico: “…mi era penoso che un uomo del suo calibro potesse sospettare che io amassi ancora quell’altro …Io volevo cadere ai suoi piedi per la venerazione …” (p. 1039).
E lo stesso Dmitrij sembra convinto fin dall’inizio della diversità fra lui e suo fratello Ivan e che probabilmente egli sarebbe stato il marito più adatto per Katerina Ivanovna, ad Alëša egli dice infatti: “Quanto a Ivan, capisco benissimo quanto adesso debba maledire la natura, a maggior ragione con l’intelligenza che si ritrova! A chi, a che cosa viene data la preferenza? Viene data a un mostro, che anche qui, sebbene sia fidanzato e abbia addosso gli occhi di tutti, non riesce a porre freno alla propria depravazione, e questo in presenza della sua fidanzata! Ecco, viene data la preferenza a uno come me, mentre lui viene respinto. Ma per quale motivo? Perché la fidanzata vuole violentare la propria vita e il proprio destino per gratitudine! Che assurdità!” (p. 165-166).
Anche a Katerina Ivanovna non viene risparmiata l’onta di essere soppiantata da una donna, Grušen’ka, che è in tutto meno di lei: meno bella, anzi, per quanto avvenente, Dostoevskij descrive quest’ultima come una bellezza ordinaria, di quelle matronali, alla russa, prosperosa e piena di curve, ma di quelle che già a trent’anni si sformano e diventano delle mongolfiere, con qualche irregolarità nei lineamenti per il resto di una bellezza selvaggia, mentre Katerina Ivanovna è tout court una “bellezza da mozzare il fiato”, sempre e comunque e che quando si arrabbia diventa ancora più bella.
Katerina è anche più fine, più colta, più intelligente, più amabile di Grušen’ka, solo un mostro, un animale come Mitja Karamazov poteva preferire la seconda alla prima; Katerina non riesce nemmeno a sospettare che l’amore/odio che lei inocula a Dmitrij potrebbe uccidere un rinoceronte soffocandolo e che forse Grušen’ka è solo un po’ più umana di lei, che finisce per spezzare gli unici due uomini della sua vita, facendo condannare l’uno come assassino e patricida e facendo piombare l’altro nella follia.









Certo, Dostoevskij lascia un margine di speranza a chiusura del suo romanzo, molto probabilmente Mitja riuscirà a scappare prima di arrivare in Siberia, grazie al piano e ai soldi di Ivan stanziati per corrompere le guardie, e Ivan si riprenderà dalla sua follia, in fondo, se non vado errato, sembra trattarsi di un primo episodio di psicosi delirante acuta, quegli accessi o bouffées accompagnati da delirio acustico e visivo e da stati oniroidi, con esordio improvviso e tanto acuti ed allarmanti quanto, nella loro gravità e drammaticità, tendenti a sparire con la stessa repentinità con cui sono comparsi.
Questo naturalmente non vuol dire che Ivan soffra di una sciocchezza, in realtà l’esordio delle bouffées è comunque inquietante, ed in presenza di altri shock emotivi, potrebbe ritornare in modo più intenso e perdurare più di prima, esse possono essere porte girevoli che si affacciano sulla follia; inoltre non va dimenticato che esiste una familiarità, la madre di Ivan era soprannominata la klikuša ed è morta completamente folle.
La grande sconfitta di questo romanzo è proprio lei, alla fine, la nostra anima bella, Katerina Ivanovna, che può finalmente amare Ivan Karamazov perché questi è pazzo, mentre non poteva amarlo quando non lo era, quando lui non aveva bisogno di lei, mentre non ama più Mitja, che col suo amore strampalato per  Grušen’ka, con i suoi gesti da mascalzone, col suo disprezzo negli occhi per chi si stava vendendo a lui per quattromila e cinquecento rubli, con l’essere dietro solide sbarre e in procinto di andare in Siberia o forse negli Stati Uniti con la sua nuova donna, si è affrancato completamente da lei, mentre prima quando era solo, disperato e bisognoso avrebbe dedicato tutta se stessa per salvarlo.
Anima bella è colei che è emotivamente insensibile, quella che davvero non riesce a decifrare i sentimenti propri e quelli altrui, quella che non sa se ama o se odia, e non sa quali sentimenti davvero stia provando e non crede a quelli che qualcuno le dice di provare per lei (e come potrebbe capire ciò che non ha mai provato?), perché tutto in lei è un confuso, magmatico, caleidoscopico susseguirsi di vaghe ed impalpabili sensazioni.
Anima bella è chi pare indifferente alle conseguenze dei suoi gesti, può dire di amarti e rinnegarlo come niente solo un istante dopo, odiarti e vanificare il suo stesso odio subito dopo come se niente fosse mai successo, è colei che può pugnalarti senza che nemmeno se ne accorga, colei che mostra un’infinità bontà, candore e soavità, e sembra non capire che la sua bontà uccide più di qualunque cattiveria.
Tutto ciò che compie Katerina Ivanovna è ispirato dalla sua virtù, non c’è niente che non sia bontà in uno staro di purezza assoluto, è per bontà che lei si offre in olocausto al mostro per salvare il padre, è per bontà che vuole salvare Dmitrij da se stesso, che gli da i soldi, che tiene continuo convegno con i fratelli di lui perché intervengano, che vede in casa sua la sua rivale tentando un accordo con lei, è per bontà che si avvicina ad Ivan, si preoccupa per lui e, infine, lo ama.
Non importa poi se tutti coloro che lei beneficia o che ama precipitino sempre di più, non importa se il suo amore susciti in tutti odio e rabbia, non importa se succederà la catastrofe del patricidio, in cui nessuno dei fratelli può dirsi davvero estraneo: o perché ha materialmente commesso il delitto, o perché è stato molto vicino a commetterlo lui, o perché l’ha desiderato anche se non l’ha commesso, o perché se n’è fatto complice non volendo comprendere i disegni dell’assassino e lasciandogli campo libero col suo viaggio o inseguendo altre faccende.
Dostoevskij pare presupporre che in realtà dietro la sua bontà ci fosse cattiveria (l’orgoglio), dietro l’amore l’odio, come se questo sentimento fosse più antico, primigenio rispetto all’amore e alla bontà, pare suggerirci che l’amore frustrato o l’amore che pensiamo a torto o a ragione non sarà accolto si sia tramutato in odio, e l’odio in amore … continuamente.
Io, più semplicemente, credo che l’anima bella non sappia distinguere fra amore ed odio, e ciò che a lei sembra amore può essere odio e viceversa, ciò che le pare un farmaco in realtà si svela come veleno, ciò che per lei è carezza una pugnalata, e non sa distinguere fra l’uno e l’altro, pur di continuare il suo gioco; l’anima bella, infine, è colei che ha un destino fra i più tragici, perché è condannata a distruggere sempre e comunque, con un accanimento senza pari, e non rendendosi conto di distruggere, anzi è la prima a meravigliarsi che gli altri la ricambino con la rabbia, tutto ciò che di bello le capita nella vita.  



Commenti

  1. Mi sembra di vederla la tua Katerina Ivanovna, intenta a leggere questi tuoi scritti senza perdersi una parola e a chiedersi cos’è successo, perché uno non scrive con tanta intensità se non è coinvolto in prima persona: Ivan Karamazov, per l’intelligenza e per la versatilità di parola, Dmitrij per la passionalità e l’ardore? Perché come Alekseij non ti ci vedo.
    Mi piace molto che tu riesca a tenere insieme filosofia, letteratura, psicoanalisi, arte, bellezza, buona musica e vicende personali, pur senza raccontarle, con una tale profondità e una tale leggerezza; questo è uno dei blog più belli e curati che io abbia mai letto.
    Se tu ti identifichi/avi con Ivan Karamazov, io non sono mai riuscita ad identificarmi con Katerina o con una qualunque delle figure femminili di Dostoevskij, che non sono mai personaggi di primo piano ma solo controfigure, seppure grandiose e imponenti. Né con quelle di Tolstoj o di Puškin, troppo grandiose e troppo tormentate, preferisco invece i personaggi femminili di Čechov: una succulenta e saporita ciliegia :-)))
    приветий поцелуй, come t'avrebbe scritto la tua Katerina ;-)

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    1. Nessuna Katerina Ivanovna, nessuno intento a leggermi senza perdersi una parola, nessuno a chiedersi cos'è successo, nessuna intensità e nessun coinvolgimento ... no, Alekseij proprio no, Dmitrij nemmeno, un tempo avrei detto Ivan, ma ora sono troppo io per dire qualcun altro. Le grazie per la tua riverenza, mi lusinga, ma mi piacciono di più le punte di spillo del tuo commento. Ma lo sai che chi ciliegia si fa, il lupo se la mangia? ;-)
      привкус, credo che avrebbe risposto qualsiasi Karamazov :-)))

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    2. Garbo, ma quanto sei ingenuo, i lupi non mangiano ciliegie, e in ogni caso mi fanno meno paura degli agnelli, che neanche loro mangiano ciliegie. Noi ciliegie lo scegliamo noi da chi vogliamo essere colte e sta sicuro che non si tratta né di lupi, né di agnelli, né di altri animali.
      спокойной ночи дорогой ;-)

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    3. Si, decisamente ingenuo, tanto che sto progettando di scrivere il prossimo post sul tema dell’ingenuità: come si fa a non conoscere la dieta dei lupi e degli agnelli, Esopo mi pare aveva già scritto qualcosa in proposito … e quella dei camosci?
      E così tu saresti una ciliegia … mah, non che non mi fido, ma qualche altra testimonianza attendibile e imparziale in proposito oltre le tue asserzioni non guasterebbe.
      In altri tempi ho fatto follie per le ciliege, con la mia allegra e goliardica brigata dei vent’anni o poco più vagabondavo per i colli Euganei (altro che i dori del giovane Werther), sui dolci clivi, sulle pendici erbose, sui prati verdi e soffici come velluto spettinato, compagni di merende ci fermavamo a far spuntino con l’asiago dolce e la porchetta veneta (che non va mai assolutamente sottovalutata), e dormivamo sull’erba dei prati completamente nudi, indossando solo gocce di cartizze n°5.
      In primavera poi, quando si raccoglievano le ciliege, come imperatori romani sul triclinio, alzavamo al cielo le dita e le mani che artigliavano le rosse bacche, per offrirle in sacrificio agli dei dell’amore, della gioia e del piacere, mentre grappoli di altre bacche vermiglie e polpose ornavano i nostri capelli e i lobi delle nostre orecchie (Trimalcione andava a nascondersi per la scarsa fantasia, Lucullo era mortificato per la sua pochezza, e Anfitrione si avvede di essere quasi inospitale).
      Accadde una volta che un oste ci dicesse di aver finito questo prelibato frutto, che ha il pregio di piacere a tutti, non ho mai incontrato qualcuno che abbia detto che non gli piacevano le ciliegie, le fragole, le banane, l’ananas si, le ciliegie mai; anzi, non proprio finito, ce n’erano ancora sull’albero, ma troppo in alto perché lui alla sua età osasse avventurarsi li dove osano le aquile.
      Il ciliegio era maestoso, centenario, aveva sicuramente nutrito Angelo Beolco e Galileo Galilei, e forse anche Pietro d’Abano e Marsilio da Padova, aveva tre rampe di scale, dopo di che i rami erano talmente sottili che non potevi più appoggiarvi scale di legno, e dovevi ancora arrampicarti più in alto per poter raccogliere i dolci frutti.
      Ed io da lassù, perché mica potevo mandare qualche leggiadra donzella a rischiare l’osso del collo la in alto, quando mi è passato il senso di vertigine che mi aveva assalito guardando in basso, da quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, potevo scorgere nitidamente Renzo Tramaglino e Lucia Mondella che facevano le carte per il loro matrimonio, di fronte a Don Rodrigo che smazzava in trepidante attesa della mano che sarebbe toccata a lui in sorte e mentre Michelangelo Merisi da Caravaggio li dipingeva in quel quadro che è diventato famoso col titolo “I bari”, in cui Lucia faceva segno a Renzo delle carte di Don Rodrigo, e Renzo estraeva la carta vincente, detta l’ ”innominato” dalla tasca sulla schiena.
      Ora le ciliege le compro come tutti al banco della verdura del mercato ortofrutticolo, saranno pure quelle di Marostica o di Vignola ma non hanno lo stesso sapore di quelle di quell’albero, e nemmeno più l’asiago e la porchetta sono gustosi come allora, e il cartizze non mi inebria più la mente come se fosse stata la mano stessa di Dioniso a spremerlo dall’uva.
      привет :-)

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  2. Caro Garbo...Il lupo con i porcellini, figure di terrore alternate a figure di donne bellissime e studi d'arte di Leonardo (se ho visto bene), "Crime and Punishment"...siamo una tale marea di cose, tante cose e aspetti interiori, il tutto mescolato insieme, che a volte è difficile venirne a capo. Tuttavia poco fa leggevo un aforisma di Jim Morrison che ancora oggi considero di buon valore; "Ricorda che la vita è come uno specchio, ti sorride se la guardi sorridendo"...o forse Mitja riuscirà a scappare prima della Siberia. Una via d'uscita a volte la si trova anche quando meno te lo aspetti, ma a patto di guardare in se stessi. Gran bel nuovo look (lì per lì quando ho fatto click ho pensato di aver sbagliato blog). Ma la foto di testa del blog è il mondo rovesciato?
    Un salutone e alla prossima

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    1. Il mondo rovesciato? Non ci avevo pensato, ma è vero che il mare sembra stare sopra l'azzurro del cielo, questo succede quando io ho voglia di mare :-).
      Troppe cose, hai ragione, non se ne viene a capo, è come la vita che non ha capo né coda. Qualcosa di simile al detto di Jim Morrison l'ho appena detto ad una mia paziente, troppo rigida per sorridere, troppo rigida per aspettarsi un sorriso, oggi credi di averla sciolta almeno un po' dalla sua cristallizzazione ... mi ha persino sorriso, dopo più di due anni è una conquista, mia e sua, poter sorridere, ridere l'uno dell'altro, attendere per più di due anni quel sorriso ... un sorriso che per me è stato come il sorgere di un'aurora.
      Il rosso mi era diventato cupo, rutilante, sanguigno, ho bisogno di "lontananze d'azzurro" ... e di mare, soprattutto di mare, andrò prossimamente nelle isole degli dei, dove soffia Eolo divino e immortale.
      Ciao, apprezzo molto ciò che scrivi e la splendida musica che ci fai ascoltare.

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  3. Avete mai guardato a lungo la faccia di un morto ?
    Vi siete mai soffermati per qualche decina di minuti a guardare la faccia di un morto ?
    Anzi non di un morto...
    Ma di tanti morti uno vicino all' altro.
    Come su un campo di battaglia.

    No eh..

    La morte voi la evitate, la ignorate, fate finta di non vederla, fate come se non esistesse, perchè pensate che la morte è contagiosa, e che se uno si sofferma troppo a guardare un morto, si sofferma troppo sulla morte e viene contagiato dalla morte, viene inghiottito dalla morte.

    E infatti è vero.

    La morte è contagiosa e se uno si sofferma troppo sulla morte viene contagiato dalla morte, viene inghiottito dalla morte, perchè comprende che la morte è la fine naturale della vita, che la morte fa parte della vita.

    Ma questa è una cosa positiva coglioni, proprio perchè la morte è la fine naturale della vita e fa parte della vita ergo solo comprendendo che la morte è la fine naturale della vita e che la morte fa parte della vita potete capire cos' è la vita, potete vivere bene e potere far vivere bene gli altri.

    Ma questa è una cosa positiva coglioni perchè guardando a lungo un morto e soffermandosi a guardare a lungo la faccia di un morto si capisce che non c'è niente più morto di un morto, che la morte è definitiva e ineluttabile,

    Ma questa è una cosa positiva coglioni perchè se un vivo guarda a lungo un morto e si sofferma a guardare a lungo la faccia di un morto si rende conto immediatamente ed ineluttabilmente che se quello, che è simile a lui, è morto, anche lui che è simile al morto morirà.

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  4. Il contro natura è il dualismo della tradizione platonico - giudaico - cristiana.

    Il contro natura è il dualismo platonico, l' Iperuranio, il Mondo Ideale e l'Uomo Ideale, l' ebraismo e il cristianesimo, l'umiltà degli ebrei e l' amore per il prossimo dei cristiani, la colpevolizzazione del sano e naturale egoismo e dei sani istinti naturali, l' idealismo, il razionale è reale hegeliano, il comunismo e il socialismo.

    Il corpo è la mia grande ragione. Esso non dice IO. Esso fa IO. C'è più verità nel corpo che in tutte le filosofie e le religioni della Terra (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

    Il contro natura è tutto ciò che propone un senso dela vita esterno alla vita, che è il solo senso della vita, che crea una dimensione parallela inesistente, che non esiste, che non può esistere e che non deve esistere alla realtà della Natura e della Vita, che è la sola che esiste, che può esistere e che deve esistere. che è la sola cosa che va vissuta, espressa e manifestata.

    Gli altri animali vedono nell' uomo un essere simile a loro che ha perso il sano intelletto animale: vedono nell' uomo l' animale che dleira (Fredircih Wilhelm Nietzsche)

    Il contro natura è tutto ciò che aliena gli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens dal loro corpo e dalla loro vita, dalla Natura e dalla Terra, fino a far dimenticare loro di essere un fenomeno naturale ed una parte della Natura.

    Il corpo è la mia grande ragione. Esso non dice IO. Esso fa IO. C'è più verità nel corpo che in tutte le filosofie e le religioni della Terra (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

    Il contro natura è tutto ciò che usa le parole Anima e Spirito e fa delirare gli esemplari dela specie Homo Sapiens Sapiens di essere Anima e Spirio ed in quanto Anima e Spirito destinati a forgiare la Natura, che sarebbe solo vile e volgare materia, fino a fargli dimenticare che sono solo e soltanto materia, che sono solo e soltanto corpo, parte della Natura e fenomeno naturale, e che devono tener conto, in ogni loro azione, delle leggi della Natura e dei fenomeni naturali, fino a farli arrivare, stravolti da questo delirio, a non tener più conto delle leggi della Natura e dei fenomeni naturali e a devastare la Natura e la Terra.

    Gli altri animali vedono nell' uomo un essere simile a loro che ha perso il sano intelletto animale: vedono nell' uomo l' animale che dleira (Fredircih Wilhelm Nietzsche)

    Il contro natura è tutta l' immonda accozzaglia di deliri che scaturisce dal dualismo platonico - giudaico . cristiano e che aliena gli esemplari della specie Homo Sapiens da se stessi, dal loro corpo e dalla loro vita, dalla Natura e dalla Terra: il dualismo platonico, l' Iperuranio, il Mondo Ideale e l' Uomo Ideale, l' ebraismo e il cristianesimo, l' umiltà degli ebrei e l' amore per il prossimo dei cristiani, la colpevolizzazione del sano e naturale egoismo e dei sani istinti naturali, l' idealismo, il razionale è reale hegeliano, il comunismo e il socialismo: un' immonda accozzaglia di deliri che bisogna spazzare via dai cervelli degli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens prima che gli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens, alienati da quell' immonda accozzaglia di deliri da se stessi, dal loro corpo e dalla loro vita, dalla Natura e della Terra, portino a terminela lì opera di distruzione della Natura e della Terra iniziato duemila anni fa con la nascita del pensiero dualistico platonico-. giudaico - cristiano.

    Il corpo è la mia grande ragione. Esso non dice IO. Esso fa IO. C'è più verità nel corpo che in tutte le filosofie e le religioni della Terra (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

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  5. Il cosiddetto "amore per il prossimo", inesistente in Natura, è un banale espediente inventato da ricchi e potenti e diffuso tra tutti gli altri dagli ometti in tonaca, pagati da riicchi e potenti, per annichilire il loro sano e naturale egoismo ed i sani istinti naturali, e renderli docili e sottomessi.

    Ognuno è solo al centro della Terra trafitto da un raggio di sole e se fa li cazzi sua.

    Gli esemplari sani e forti della specie Homo Sapiens Sapiens prendono consapevolezza serenamente di questa realtà naturale ovvia indiscussa ed indiscutibile

    ergo

    sono consapevoli della totale estraneità degli altri esemplari della specie Homo Sapiens Sapien e si rapportano intelligentemente a loro all 'interno della società umana, dando rispetto formale e pretendendo rispetto formale, avendo come solo riferimento la legge, le regole e le convenzioni

    ergo

    hanno una vita serena e felice,

    Gli esemplari malati e deboli della specie Homo Sapiens Sapiens, invece, sono angosciati dalla consapevolezza della totale estraneità dell' altro, che vivono come "pericolostà dell' altro", ed hanno bisogno, per cancellare quella consapevoleza, che li angoscia, del cosiddetto "amore per il prossimo", cioè un presunto ed ipotetico interesse di ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per ogni altro esemplare della specie Homo Sapiens, in realtà inesistente in natura, per poi costruire su quella illusione uno scenario del tutto irreale dei rapporti tra esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens, per cui tutti amerebbero tutti

    ergo

    sono inconsapevoli della realtà degli altri, si rapportano agli altri in modo sbagliato e stupido, presupponendo un presunto ed ipotetico "amore per il prossimo", un presunto ed ipotetico interesse di ogni esempalre della specie Homo Sapiens Spaiens per tutti gli altri, in realtà inesistente in natura, di fatto inesistente in una realtà terrena in cui "ognuno è solo al centro della Terra trafitto da un raggio di sole e se fa li cazzi sua"

    ergo

    hanno un' esistenza drammatica ed infelice, costellata di situazioni negative nei rapporti con gli altri, perchè ogni volta la realtà degli altri si manifesta per quel che è, provoca situazioni negative e mostra la totale inconsistenza della loro visione illusoria e sbagliata degli altri che provoca un approccio sbagliato agli altri e situazioni negative nei rapporti con gli altri, senza che questo cancelli la loro visione illusoria e sbagliata degli altri, semplicemente perchè di quella visione illusoria e sbagliata degli altri hanno bisogno per cancellare la consapevolezza della realtà degli altri, che li angoscia

    ergo

    la loro esistenza è drammatica ed infelice, perchè caratterizzata da una terrificante coazione a ripetere di situazioni sempre uguali e sempre negative nei rapporti con gli altri.

    Di quel bisogno di cancellazione dela consapevolezza che "Ognuno è solo al centro della Terra trafitto da un raggio di sole e se fa li cazzi sua" che angoscia gli esemplari più deboli della specie, approfittano ricchi e potenti, i quali prima inventatno e poi diffondono tra di loro con l' aiuto degli ometti in tonaca, pagati per quello, il cosiddetto "amore per il prossimo", in realtà inesistente in Natura, che ha come funzione primaria quella di cancellare in loro la consapevolezza della totale estraneità dell' altro, che vivono come "pericolostà dell' altro", ma che ottiene in realtà un altro risultato, ben più utile ed importante, che è quello voluto da ricchi e potenti: criminalizzare il sano e naturale egoismo, la sana e naturale aggressivitò ed i sani istinti naturali in milioni di esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens, e creare in tal guisa milioni di esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens docili e sottomessi, facilissimi da controllare, usare e sfruttare per i pochissimi ricchi e potenti.

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  6. I tre deliri cristiani, vita eterna, dio e amore per il prossimo, permangono immutati negli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens, quelli che credono e non pensano, anche di fronte alla realtà quotidiana dell' esistenza che mostra la totale inconsistenza di quei tre deliri, perchè di quei tre deliri essi hanno bisogno per cancellare la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e della assoluta estraneità dell' altro, che li angoscia.

    I tre deliri cristiani, dio, vita eterma ed amore per il prossimo sono tre pietose e patetiche illusioni inventate per cancellare negli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e della assoluta estraneità dell' altro, vissuta da quegli esemplari più deboli come "pericolosità dell' altro".

    Quelle tre consapevolezza angosciano gli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens fino a rischiare di paralizzare in loro lo stesso istinto di sopravvivenza: per cancellare quelle tre consapevolezze che angosciano si inventano e si diffondono quei tre deliri.

    La cosiddetta "vita eterna", una presunta ed ipotetica "vita dopo la morte" serve per cancellare la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte.

    Il cosidetto "dio", un presunto ed ipotetico essere soprannaturale onnipotente, onnosciente ed onnitutto che opportunamente sollecitato con rituali e preghiere aiuta e provvede, serve a creare l ' illusione di poterHcontrollare in qualche modo la realtà dell' esistenza ergo a cancellare la consapevolezza della naturale precarietà dell' esistenza.

    Il cosiddetto "amore per il prossimo", un presunto ed ipotetico interesse di ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per ogni altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, serve per cancellare la consapevolezza della assoluta estraneità dell' altro, vissuta da quegli esemplari più deboli della specie come "pericolosità dell' altro".

    Fin qui il delirio.

    Ma quel che accade, naturalmente ed ovviamente, è che la realtà naturale delle cose continua ad esistere e si ripropone costantemente e quotidianamente, anche se la sua consapevolezza è cancellata nei cervelli degli esemplari più deboli della specie da quei tre deliri.

    Cosa pensano, cosa dicono, come si comportano quelli che credono e non pensano, gli esemplari più deboli della specie, allorchè la realtà naturale delle cose si ripropone costantemente e quotidianamente e gli mostra chiaramenmte ed inequivocabilmente una realtà naturale delle cose in assoluto contrasto coi loro tre deliri ?

    Andiamo con ordine analizzando una per una le loro "risposte" allorchè la realtà naturale delle cose mostra costantemente e quotidianamente, in modo chiaro ed inequivocabile, l' assurdità dei loro tre deliri.

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  7. Ritorno dopo una breve assenza e trovo un nuovo essenziale layout e una bellissima lectio su Dostoevskij. Non saprei dire se ho apprezzato di più le quattro lezioni, vista anche la mia scarsa conoscenza in materia, o lo scambio di commenti con Mila di Codra... Direi che l'insieme risulta superbo. Non posso che ringraziarvi e complimentarmi per il livello.

    OT
    Forse avrai notato che ilcannocchiale sembrava finito. Ho aperto un nuovo blog (iojulia.blogspot.it) ma non mi trovavo a casa, sai dopo dieci anni ti affezioni... Ora il vecchio ha ripreso a funzionare e per un pò terrò aggiornati entrambi...
    Buon luglio a te
    Ciao

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  8. Il cosiddetto "amore per il prossimo", inesistente in Natura, inizialmente inventato per cancellare la consapevolezza della realtà naturale della totale estraneità dell' altro, diventa in seguito il fondamento della cultura mafiosa ed è all' origine della nascita di ogni comunità mafiosa, prima quella originaria, la chiesa cattolica, e poi tutte le altre mafie.

    La realtà naturale delle cose è che ogni esemplare sano della specie Homo Sapiens Sapiens, così come ogni essere vivente. è guidato, in ogni suo pensiero ed in ogni sua azione, dall' istinto di sopravvivenza, un sano e naturale egoismo che lo porta ad occuparsi solo e soltanto di se stesso e della sua sopravvivenza come individuo.

    Il solo interesse reale di un esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per un altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens è quello del genitore per i cuccioli generati, che è peraltro un interesse di natura meramente egoistica, anch' esso manifestazione dell' istinto di sopravvivenza: l' esemplare adulto della specie Homo Sapiens Sapiens si occupa infatti dei cuccioli generato solo e soltanto per aumentare le loro probabilità di sopravvivenza, e con esse le probabilità di permanenza del suo corredo genetico sulla Terra.

    La realtà naturale delle cose è dunque che ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens è del tutto indifferente all' esistenza ed alla sopravvivenza di ogni altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, che ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens è assolutamente estraneo all' altro.

    Gli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens sono angosciati dalla consapevolezza dela realtà naturale della assoluta estraneità dell' altro, quindi dalla libertà dell'altro e dalla libertà tout court. che essi vivono come "pericolosità dall' altro".

    Per cercare di cancellare la consapevolezza di quella realtà naturale dell' assoluta estraneità dell' altro, che così tanto angoscia gli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens, nasce la visione cristiano - comunitario . mafiosa dei rapporti tra esemplari dela specie Homo Sapiens Sapiens, una possente fantasticheria che delira dell' esistenza della cosidetta "comunità", una presunta ed ipotetica realtà sociale, in realtà inesistente, in cui tutti gli esemplari della specie Homo Sapiens Spaiens vivrebbero tutti insieme appassionatamente, legati tra loro dal cosiddetto "amore per il prossimo", un presunto ed ipotetico interesse di ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per ogni altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, anch' esso in realtà inesistente in Natura.

    Il primo passo per costruire quella possente fantasticheria è l'invenzione del cosiddetto "amore per il prossimo", un presunto ed ipotetico interesse di ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per ogni altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, in realtà inesistente in Natura.

    Il cosiddetto "amore per il prossimo" viene inventato prendendo come modello di riferimento il solo interesse reale di un esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per un altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, e cioè l'interesse del genitore per il cucciolo generato, che in realtà è un interesse che non ha nula di altruistico, ma è di natura fondamentalmente egoistica: l' istintivo interesse naturale che porta il genitore ad occuparsi del cucciolo generato e ad accudirlo nel suo periodo di dipendenza per aumentare le sue probabilità di sopravvivenza, e, con esse, le probabilità di permanenza del proprio corredo genetico sulla Terra, quel corredo genetico che è presente al 50% nel cucciolo generato.



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  9. Secondo teorema di Giamba

    1) I preti sono i maestri di tutti i cazzari

    2) Il numero di cazzari presenti su un territorio è direttamente proporzionale al numero di preti esistenti su un territorio

    Dimostrazione

    L'Italia ha il maggior numero di preti ed il il maggior numero di cazzari sul suo territorio.

    Spiegazione del secondo teorema di Giamba

    La riuscita di un raggiro, di un imbroglio, di una truffa non dipende dall' arguzia del raggiratore, dell' imbroglione e del truffatore ma dal bisogno di illusione del raggirato, dell' imbrogliato e del truffato.

    Per comprendere appieno quanto questo sia vero basta prendere in considerazione i tre raggiri, i tre imbrogli, le tre truffe più riuscite, quelle diffuse sulla Terra dal delirio contro natura e contro la vita chiamato "cristianesimo": vita eterna, dio e amore per il prossimo.

    I tre deliri cristiani, vita eterna, dio e amore per il prossimo, permangono immutati negli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens, quelli che credono e non pensano, nonostante ogni verifica, anche di fronte alla realtà quotidiana dell' esistenza che mostra la totale inconsistenza di quei tre deliri, perchè di quei tre deliri essi hanno bisogno per cancellare la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e della assoluta estraneità dell' altro, che li angoscia.

    I tre deliri cristiani, dio, vita eterma ed amore per il prossimo sono tre pietose e patetiche illusioni inventate per cancellare negli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e della assoluta estraneità dell' altro, vissuta da quegli esemplari più deboli come "pericolosità dell' altro".

    Quelle tre consapevolezza angosciano gli esemplari più deboli della specie Homo Sapiens Sapiens fino a rischiare di paralizzare in loro lo stesso istinto di sopravvivenza: per cancellare quelle tre consapevolezze che angosciano si inventano e si diffondono quei tre deliri.

    La cosiddetta "vita eterna", una presunta ed ipotetica "vita dopo la morte" serve per cancellare la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte.

    Il cosidetto "dio", un presunto ed ipotetico essere soprannaturale onnipotente, onnosciente ed onnitutto che opportunamente sollecitato con rituali e preghiere aiuta e provvede, serve a creare l ' illusione di poterHcontrollare in qualche modo la realtà dell' esistenza ergo a cancellare la consapevolezza della naturale precarietà dell' esistenza.

    Il cosiddetto "amore per il prossimo", un presunto ed ipotetico interesse di ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens per ogni altro esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, serve per cancellare la consapevolezza della assoluta estraneità dell' altro, vissuta da quegli esemplari più deboli della specie come "pericolosità dell' altro.

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  10. Un vero cristiano ama sempre il suo prossimo e fa di tutto per aiutarlo ovverossia " Tecniche manipolatorie cristiano - pretino - democristiane"

    Ricevo e volentieri pubblico una cronaca di vita romana dal mio amico Giovan Maria Catalan Belmonte, Cameriere del Sacro Soglio e Membro della Guardia Nobile Pontificia (nella foto sotto)

    La negretta puttana me voleva ricatta' ma io l'ho fatta rinchiudere e l'ho affidata all' esorcista

    Due sere fa, come al solito, io e Sasà Restorati Della Battaglia
    siamo annati a puttane sulla Salaria.

    Amo beccato du' negrette nigeriane peperine come la liquerizia e se le semo portate a casa.

    'Na bella serata come al solito..

    Er giorno dopo, ieri mattina, me contatta una de ste due negrette e me dà appuntamento in un noto bar del centro de Roma.

    Io ce vado, convinto che j'ero piaciuto e che ce voleva rifà gratis, e invece questa m'ha cominciato a fa' strani discorsi, a dì' che me conosceva, che c'aveva il video della trombata, che sapeva che so'cameriere del sacro soglio e membro della guardia nobile pontificia, che se spifferava in giro che vado a puttane erano cazzi miei et ceteras et ceteras.

    Nzomma me voleva ricatta' 'sta disgraziata..

    Le ho detto che avevo capito e l'ho cortesemente pregata di aspettarmi in quel bar mentre annavo a pija i soldi a casa.

    Si cor cazzo..

    Me so' allontanato cinquanta metri dal bar poi ho telefonato al proprietario, che è amico mio, e gli ho detto de chiama la polizia pe' acchiappa' una nigeriana sospetta che stava dentro ar bar suo.

    Poi, da lontano, me so' goduto lo spettacolo dell'arresto.

    Come strillava 'a nigeriana quanno l'hanno acchiappata !!

    Subito dopo, quanno in questura m'hanno informato che era arrivata, ho chiamato un cardinale amico mio in Vaticano per segnalaje il caso umano di una nigeriana indemoniata arrestata da esorcizza'.

    Pe' falla breve...

    Prima la polizia ha acchiappato la negretta puttana che me voleva ricatta' e l'ha portata in questura, poi è intervenuto il Vaticano, che facendo seguito al mio cortese invito, l'ha affidata a un esorcista.

    O er mejo de tutti eh..

    Padre Francesco Bamonte, presidente dell’Associazione internazionale Esorcisti, che è er mejo de tutti da quanno è morto Padre Gabriele Amorth...

    Perchè io so' cristiano, amo tutti e faccio di tutto per aiutare tutti,

    pure li negri e li ricattatori, soprattutto se so' posseduti dar demonio, e nun je vojo fa' manca niente a 'sta poveretta.

    Mò Padre Francesco la sta a libera' dar demonio e ce ne avrà per un pò...

    Se sentimo eh..

    NELLA FOTO SUL MIO FB: Giovan Maria Catalan Belmonte, Cameriere del Sacro Soglio e Membro della Guardia Nobile Pontificia

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  11. TERZO TEOREMA DI GIAMBA

    Chi usa le locuzioni: "Io ti amo e tu mi ami ", "Io ho fiducia in te e tu devi avere fiducia in me", "Io credo in te e devi tu credere in me" et ceteras et similia lo fa perchè vuole fregarvi, sa che la vostra fiducia gli è indispensabile per fregarvi e vi fregherà sempre e comunque

    QUARTO TEOREMA DI GIAMBA

    Se qualcuno vi dice che siete buono, saggio, intelligente onesto et ceteras et similia e dice a tutti che siete buono, saggio, intelligente, onesto et ceteras et similia lo fa perchè state facendo qualcosa che conviene a lui e vuole che continuiate.

    Se qualcuno vi dice che siete cattivo, matto, stupido, disonesto et ceteras et similia e dice a tutti che siete cattivo, matto, stupido, disonesto et ceteras et similia vuol dire che state facendo qualcosa che conviene a voi e non a lui e vuole che smettiate

    P.S. Questi due teoremi vengono proposti come teorie scientifiche, che io ho ho già verificato ampiamente e con successo, come si ha da fare con ogni teoria scientifica che si rispetti ergo che come tutte le teorie scientifiche si prestano a verifiche individuali che ognuno di voi può fare da solo e che vi chiedo perciò di fare da soli, allo scopo di confermarne la validità scientifica.

    Sul mio profilo Facebook e sul mio blog www.giamba2016.ilcannocchiale.it il primo ed il secondo teorema di Giamba

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  12. Animali che delirano.

    Ogni volta percorrono la stessa triste sequenza...

    L'inizio è l' angoscia generata dala consapevolezzxa della realtà naturale della vita e della morte, della naturale pecarietà e casualità dell' esistenza e della assoluta estraneità dell' altro.

    La risposta delirante, dettata dall' angoscia, è la costruzione di visioni deliranti della vita, della morte e degli uomini che cancellino quella consapevolezza che li angoscia, siano esse uno dei tanti deliri del delirante pensiero dualistico dela tradizione platonico - giudaico - cristiana, cioè platonismo, religione, idealismo, hegelismo o altre minchiate, o una delle tante altrettanto deliranti visioni scientifico - fisico - matematiche.

    Lo scopo che si prefiggono è quello di cancellare la consapevolezza della realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà e casualità dell' esistenza, dell' assoluta estraneità dell' altro, che li angoscia.

    Ma naturalmente ed ovviamente la realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà e casualità dell' esistenza e dell' assoluta estraneità dell' altro restano immutate ed immutabili.

    Il risultato raggiunto pertanto è quello di alienarsi dalla realtà naturale della vita e della morte, dalla naturale precarietà e casualità dell' esistenza, dell' assoluta estraneità dell' altro

    ergo

    di alienarsi da se stessi, dal loro corpo e dalla loro vita, dalla Natura e dalla Terra, fino a divenire incapaci di gestire intelligentemente se stessi, il loro corpo e la loro vita, la Natura e la Terra.

    Per tutti l' alienazione da se stessi, dal corpo e dalla vita, dalla Natura e dalla Terra.

    Per molti la depressione.

    Per alcuni il suicidio.

    Il corpo è la mia grande ragione. Esso non dice IO, Esso fa IO.

    C'è più verità nel mio corpo che in tutte le relgiioni e le filosofie della Terra.

    Gli altri animali vedono nell' uomo un essere simile a loro che ha perso il sano intelletto animale: vedono nell' uomo l'animale che delira.

    (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

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