L'ANIMA BELLA 1









Da steh ich auf dem Hügel, und schau umher,
Wie alles auflebt, alles empor sich dehnt,
Und Hain und Flur, und Tal, und Hügel
Jauchzet im herrlichen Morgenstrahle.
O diese Nacht - da bebtet ihr, Schöpfungen!
Da weckten nahe Donner die Schlummernde,
Da schreckten im Gefilde grause
Zackichte Blitze die stille Schatten.
Jetzt jauchzt die Erde, feiert im Perlenschmuck
Den Sieg des Tages über das Graun der Nacht -
Doch freut sich meine Seele schöner;
Denn sie besiegt der Vernichtung Grauen...
(FRIEDRICH HÖLDERLIN, Unsterblichkeit der Seele).








Dalla vetta del colle intorno guardo
Come tutto riviva e all’alto tenda;
E bosco e campo e valle e colle
Esultino nello splendor del mattino.
Oh! questa notte come sussultavi,
Universo! Scotevano i vicini
Tuoni quel sonno tuo, guizzanti
Baleni atterrendo l’ombre mute.
Imperlata, la terra ora festeggia
Il giorno vittorioso sull’orrore
Notturno; ma più bella ride
L’anima mia su l’orror di morte...
(FRIEDRICH HÖLDERLIN, L’immortalità dell’anima, in D. Valeri, Lirici tedeschi, Milano, Mondadori, 1959).








Il primo a disquisire sulla beltà dell’anima fu Plotino nelle Enneadi, l’anima bella è quella che coltiva la virtù, si eleva al di sopra del mondo sensibile e raggiunge l’Uno attraversando il mondo dell’Intelletto e delle Idee; l’anima brutta è quella che persegue il vizio, rimane impastoiata dalle passioni, intrappolata nella carne e nella materia.
Questo percorso dalla materia all’assoluto (che Plotino chiama Uno) è una sorta di askēsis, che però non va intesa in senso cristiano come rinuncia al peccato, pentimenti e penitenze, ma come una sorta di distacco radicale (afáiresis, e áfele pánta, distaccati da tutto è l’esortazione del filosofo ai suoi discepoli), in cui il soggetto si distanzia dalla sua azione, per permettere che essa avvenga, in cui cioè il soggetto che agisce si situi tutto nel suo gesto, che non è un annullarsi del soggetto stesso ma il produrre la sua verità, perché solo perdendosi si può ritrovare se stesso e solo agendo produce davvero ciò che è.
I greci antichi avevano un concetto di virtù inteso come aretè (ἀρετή), eccellenza, cioè il fare o l’essere tutto ciò che è possibile nel miglior modo possibile, l’aspirare alla perfezione a cui un uomo può aspirare senza oltrepassare i neri cancelli dell’hybris (ὕβϱις), della tracotanza che spingono a superare i confini della natura e della necessità, oltre i quali tutto si tramuta in sventura.
La virtù per eccellenza era per i greci antichi la sofrosýne, la temperanza, esercitata la quale l’uomo diventa padrone di se stesso, questa virtù rappresenta il morso, le redini e le briglie stesse del percorso che può condurre l’anima stessa al suo principio, quel percorso che Plotino esplicita in questo modo:
"Come si può vedere la bellezza dell'anima buona? Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa come lo scultore di una statua che deve diventar bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non smettere di scolpire la tua propria statua interiore, finché non ti si manifesti lo splendore divino della virtù e non veda la temperanza sedere su un trono sacro. [...] Se tu sei diventato completamente una luce vera, non una luce di grandezza o di forma misurabile che può diminuire o aumentare indefinitamente, ma una luce del tutto senza misura, perché superiore a ogni misura e a ogni qualità; se ti vedi in questo modo, tu sei diventato ormai una potenza veggente e puoi confidare in te stesso. Anche rimanendo quaggiù tu sei salito né più hai bisogno di chi ti guidi; fissa lo sguardo e guarda: questo soltanto è l'occhio che vede la grande bellezza. Ma se tu vieni a contemplare lordo di cattiveria e non ancora purificato oppure debole, per la tua poca forza non puoi guardare gli oggetti assai brillanti e non vedi nulla, anche se ti sia posto innanzi un oggetto che può essere veduto. È necessario, infatti, che l'occhio si faccia uguale e simile all'oggetto per accostarsi a contemplarlo. L'occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un'anima vedrebbe il bello se non fosse bella. Ognuno diventi dunque anzitutto deiforme e bello, se vuole contemplare Dio e la Bellezza" (Enneadi I, 6, 9).
Secoli di barbarie cancelleranno quasi del tutto quest’esperienza sapienziale, insieme alla saggezza antica greca e latina, monaci copisti e amanuensi trascriveranno quasi senza capire le parole dell’alfabeto greco e latino degli antichi filosofi, e anche quando lo capiranno, la divulgazione di questo pensiero dev’essere vagliata dai padri della chiesa e non travalica mai una ristretta cerchia di sapienti, tutti o quasi chierici.
Dobbiamo aspettare l’umanesimo di Coluccio Salutati, di Poggio Bracciolini, di Lorenzo Valla, del Poliziano, di Francesco ed Ermolao Barbaro, di Leon Battista Alberti, di Marsilio Ficino, di Pico della Mirandola, …, che tradussero in volgare i dialoghi platonici, le opere di Aristotele, Esiodo, Ovidio, l’immensa ricchezza antica degli alessandrini, di Seneca, Stazio, Lucano, Marziale, Virgilio
A Padova i filosofi aristotelici si riunivano nel Palazzo del Bo’, attuale sede storica dell’università che è superata solo da quella di Bologna di pochi anni per antichità, a Firenze i neo-platonici tenevano corte presso gli Orti Oricellari, dove si riunivano filosofi, retori, umanisti e artisti vari sotto il patrocinio dei Medici, signori di quella città.








Le pubbliche letture dei dialoghi platonici e delle opere di Plotino, di Porfirio, Clemente, Origene, Giamblico, Proclo, Dionigi l’Areopagita, Boezio, …, e gli scavi in cui venivano rinvenute statue greche e romane che sfioravano la perfezione delle forme, instillarono negli artisti del 400 e del 500 una spasmodica ricerca del bello, che era in definitiva l’unica “idea” visibile impressa nella materia, il simbolo stesso del bene.
Osservate le donne e le madonne dei pittori fiorentini o di quelli che ebbero rapporti con Firenze per comprendere questa gara alla bellezza, alla soavità, alla grazia del gesto e della posa, questa gara a rincorrere la perfezione che era in atto fra le botteghe dei pittori, degli scultori e degli architetti.
Pochi esempi per tutti fra i più emblematici la Città Ideale, di autore sconosciuto, i disegni di Gian Battista Alberti, le madonne di Raffaello Sanzio, le dame di Leonardo da Vinci, prima fra tutte Monna Lisa del Giocondo, e le donne aggraziate che andava dipingendo il Botticelli: La Nascita di Venere, La Primavera e Il Ritratto di Simonetta Vespucci.
Simonetta Cattaneo Vespucci, denominata la Sans Par (senza paragoni), era una giovane ligure della nobile famiglia dei Cattaneo della Volta di Genova, sposata ad un Vespucci fiorentino, lontano parente dell’Amerigo che legò per sempre il suo nome alla scoperta del nuovo continente, ed era considerata la donna più bella vivente; Botticelli la dipinse ovunque: suo  il volto della Venere, suo quello della Primavera, suo l’ovale del viso e suoi i capelli in tante altre tele.
Dicono che ben presto divenne l’amante di Giuliano de Medici (e chi avrebbe potuto ignorare le attenzioni di un Medici nel periodo in cui i Medici erano i signori di Firenze e i banchieri del papa), il quale in un torneo cavalleresco svoltosi in Piazza Santa Croce nel 1475, in cui Simonetta era la regina, vinse un suo ritratto messo in palio da lei stessa.
Luigi Pulci, sempre in quegli anni, le dedicò qualche lezioso sonetto e Lorenzo de Medici la celebro nelle sue Selve d’Amore e, in occasione della sua morte precoce a soli 23 anni (di tisi o di peste) le dedicò un sonetto che inizia con: “O chiara stella che co’ raggi tuoi …”.
Alla ricerca dell’assoluto, della perfezione e dell’anima bella di questo straordinario periodo, seguirono secoli predominati dalla malinconia, già preannunciata dai pittori del tardo manierismo e dalle opere del Tasso e dell’Ariosto, che rendeva tutto irreale, onirico e vagamente irraggiungibile nel mondo reale, e di frenesia in cui si pensava di poter fare tutto con l’uso dell’intelletto, e in cui la ragione prese il posto dei valori religiosi e laici dei secoli precedenti.
 Il tema dell’anima bella viene ripreso da Jean Jacques Rousseau ne La nuova Eloisa, e da Friedrich Heinrich Jacobi nel suo Epistolario di Allwill e Woldemar in cui egli parla del “principio conciliativo dell’anima bella, luogo superiore della misura, rinvenimento di una più alta armonia tra sensi e ragione”.







Ma trova miglior fortuna dopo che Friedrich Schiller ne parla nel suo saggio Sulla grazia e sulla dignità; secondo il poeta “Un’anima bella non ha altro merito che quello di esistere. Con facilità, come se l’istinto agisse per lei, esegue i doveri più penosi per l’umanità, e il sacrificio più eroico, che essa strappa all’istinto naturale, appare come libero effetto di quel medesimo istinto”.
L’anima bella è, cioè, quella che supera l’antitesi kantiana fra l’inclinazione sensibile (l’istinto) e il dovere morale ed è capace di perseguire il bene e il dovere naturalmente e spontaneamente, sollecitata a ciò dall’elevazione alla bellezza e alla grazia.
Goethe dedicò all’ anima bella il sesto libro delle Esperienze di Wilhelm Meister, dove a proposito di essa dice: “Io non mi ricordo di nessun comando, niente mi appare in figura di legge; è un impulso che mi conduce e mi guida sempre giusto; io seguo liberamente le mie disposizioni e so così poco di limitazione come di pentimento”.
Ma è con Georg Wilhelm Friedrich Hegel che il concetto di anima bella acquisterà tutta la sua maestosità, in questa figura dialettica è avvenuto il passaggio dalla “Ragione” allo “Spirito”, siamo anzi in una fase avanzata del movimento dello Spirito quando questi dopo essersi estraniato da sé  riacquista la certezza di sé: siamo, in poche parole e usando la definizione hegeliana, in presenza di un “Sé che sa se stesso come essenza”.
La coscienza ora sa di far parte dell’Assoluto, di essere un frammento di eternità cristallizzatosi per un breve istante che sta per rientrare nel principio che l’ha generata; e padroneggia in maniera eccellente la formazione del Concetto (Begriff), che è una modalità peculiare che ha la coscienza di “pensare l’antitesi all’interno della stessa tesi”.
Ora la Coscienza è pronta per affrontare il problema morale, ma il suo punto di partenza sono principi universali ancora privi di contenuto (perché a dare un contenuto all’esperienza morale sono solo il fare e l’operare concretamente: in altre parole puoi scoprire ciò che è bene e ciò che è male solo facendo qualcosa di concreto e constatandone le conseguenze, puoi scoprire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato solo dagli effetti del tuo fare, perché la morale non si giudica dai principi, ma dai risultati concreti e dal rapporto con gli altri, perché bene e male, giusto o sbagliato non possono prescindere dal giudizio altrui e sono sempre rivolti all’eterno) e il senso del dovere (perché non avendo ancora operato nulla, non possiamo trarre la ricompensa della nostra moralità dal giudizio altrui o dagli effetti di ciò che facciamo, ma dal fatto che l’universalità stessa del principio ci costringe a fare, ad adeguarci: l’universalità è prescrittiva).
In sostanza, la Coscienza in questa fase prende le mosse dal principio kantiano del “Cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”, che chiude la Critica della Ragion Pratica consegnando la morale umana ad un imperativo categorico che dovrebbe obbligare l’uomo ad essere migliore e alla disperazione perché non esiste alcun garante per quell’imperativo, per cui diventa un obbligo senza che esista qualcuno che ti obbliga; e tracciando così un solco profondo fra la “ragion pura” e la “ragion pratica”, fra il pensare e il fare, che inutilmente Kant cercherà di colmare scrivendo una Critica del Giudizio.
Questa Coscienza Hegel la chiama “Anima Bella”, che è tutta presa dalla purezza assolta dei suoi principi, paragonabili alla radiosità cristallina dal diamante Ko-i-noor che impreziosisce la corona inglese, e nella quale non esiste conflitto perché le contraddizioni sono annullate al loro interno e la negazione è inesistente.








Protetta nel castello della sua purezza e della sua assolutezza e innamorata della propria sfera morale e della sua stessa virtù, l’anima bella teme di sporcare l’orlo della sua candida veste etica agendo concretamente questi principi nella realtà, per cui è restìa ad esercitare il bene e preferisce giudicare che agire.
Con le stesse parole di Hegel: “Al Sé manca qui la forza dell’esteriorizzazione, la forza di farsi cosa e di sopportare l’essere. La coscienza vive nell’angoscia di contaminare con l’azione lo splendore del proprio Interno; e, per conservare la purezza del suo cuore, fugge il contatto con la realtà e persiste nell’ostinata impotenza che le impedisce di rinunciare al proprio Sé inerpicandosi fino all’astrazione ultima e di darsi sostanzialità, che le impedisce cioè di trasformare il suo pensiero in essere e di affidarsi alla differenza assoluta. L’oggetto vacuo generato dalla coscienza stessa la riempie perciò solo con la consapevolezza della vacuità. La sua attività è il sospiro struggente che, nel suo divenire oggetto privo di essenza, non fa che smarrirsi, e che al di là di questo smarrimento ricade presso sé trovandosi soltanto come smarrito. In questa purezza trasparente dei suoi momenti, divenuta ormai, come si è soliti chiamarla, un’anima bella infelice, essa va affievolendosi entro se stessa e svanisce come nebbia informe che si dissolve nell’aria” (Fenomenologia dello Spirito, p.873-875).
L’Anima Bella, per uscire da questo mondo di impotenza, di rigidità del giudizio morale, di essere prigioniera del proprio orgoglio, ostaggio della propria virtù, preda dell’ipocrisia (che cerca di conciliare l’essere e l’apparire), deve attraversare il male, deve rinunciare alla perfezione dei principi assoluti e dare contenuti concretamente praticabili alla propria azione morale, deve abbandonare la sua posizione giudicante, che è in realtà il Cerbero più feroce contro il proprio agire prima che verso l’agire altrui, perché paralizza ogni nostra iniziativa e ogni nostra azione.
Deve perseguire, piuttosto, il perdono e la via della riconciliazione: “il Si della conciliazione, in cui i due Io si spogliano della loro esistenza opposta, è l’esistenza dell’Io esteso fino alla dualità, Io che con ciò resta uguale a sé e che ha la certezza di se stesso nella sua esteriorizzazione perfetta e nel suo contrario: il Si è Dio manifestantesi in mezzo a questi Io che si sanno come il sapere puro”. (Ibid. p. 893).
La Coscienza che agisce nel reale diventa immediatamente coscienza cattiva, la coscienza agente diventa per ciò stesso il Male e si contrappone alla Coscienza universale assoluta, per la sia singolarità e la sua arbitrarietà; invece: “La coscienza del dovere si è ben conservata nella purezza perché non agisce; essa è l’ipocrisia che vuole si prenda il giudizio per atto reale e che, invece di dar prova della sua rettitudine mediante l’azione, la esibisce proclamando le proprie eccellenti disposizioni” (Ibid. p. 881).
La Coscienza è spinta ad agire proprio dal suo senso del dovere, perché “…senza l’atto, il dovere non ha alcun significato” (Ibid. p. 881), ma soprattutto è spinta ad agire perché la coscienza universale è irreale e indeterminata, priva cioè di contenuto, solo agendo nel reale il Sé può determinarsi e reificarsi, ma per non perdere la sua natura deve riconciliare l’esperienza reale con la sua essenza, il suo principio universale.
In altre parole l’universalità necessita del suo contrario, cioè della singolarità, per appropriarsi veramente di sé, in positivo, non in astratto, in negativo e senza determinazione alcuna, come accadeva in principio; solo così l’Anima Bella diventa lo Spirito Assoluto, cioè una singolarità assoluta.
Delle figure della dialettica contenute nella Fenomenologia dello Spirito, attraverso le quali Hegel incarna il passaggio dell’Assoluto nei tre momenti in cui è in Sé, si estrania da Sé e rientra in Sé pienamente e assolutamente cosciente di sé, solo quella del Servo e del Padrone sopravvive fino ad oggi, ampiamente commentata da Marx, Heidegger, Kojève, Hyppolite, Sartre e da tanti altri.








Questo è accaduto perché questa figura fissa il momento del sorgere primevo dell’autocoscienza e interpreta i rapporti di predominio e di sudditanza fra persone, gruppi, classi sociali e popoli; della grande architettura sistematica del pensiero di Hegel rimane per il resto ben poco, l’esistenzialismo ci ha insegnato a partire dall’uomo per pensare, non da entità assolute ed eterne, e che ogni cristallizzazione di percorsi esistenziali si rivela fatalmente storicamente e culturalmente fondata.
Oggi l’epiteto di Anima Bella sopravvive ancora non più come figura dialettica, ma come tipologia umana, e non è più legata tanto alla “virtù” (altro concetto ormai obsoleto), perché quando noi moderni pensiamo alla virtù non troviamo più niente che vi corrisponda nel nostro ordine del reale e in quello del pensiero e dobbiamo far riferimento al pensiero antico, dove si manifestava con esempi eclatanti, o alla morale del XIX° secolo, con fruscii di sete e crinoline o nelle pagine dei grandi romanzi.
Se sentiamo dire di qualcuno, al presente, che è un’anima bella, in mancanza di senso della virtù, riteniamo che chi si esprime così voglia intendere la persona di cui parla come un’anima candida, un ingenuo, uno sprovveduto, un semplice; ma in passato non era affatto così, l’Anima Bella non era affatto un sempliciotto, essa poteva essere dotata della più fine intelligenza, della più ardita scaltrezza e di una perfidia e di una ferocia senza pari.
Mi vengono in mente come esempi di anime belle alcune persone che ho conosciuto e che conosco, ma l’esempio più emblematico ed eclatante dovrò prenderlo in prestito dalla letteratura di due secoli fa, ed è la figura di Katerina Ivanovna, ne I fratelli Karamazov.
Fëdor Dostoevskij ha presentato nei suoi romanzi esempi di varia umanità, molti dei quali tipi poco edificanti, ci sono lussuriosi, persone che godono nell’essere umiliate e nel rotolarsi nel fango, tronfi palloni gonfiati, sgualdrine, patricidi, uomini abietti, giocatori, inguaribili sognatori, idioti, psicopatici, narcisisti, assassini, …, ma con nessuno di loro ha mai infierito con la crudeltà con cui lo fa con Katerina Ivanovna.
Con tutte queste persone, persino quelli che sarebbero considerati dei mostri, dei rifiuti dell’umanità, Dostoevskij ci mostra la complessità umana, e anche l’essere più spregevole viene dipinto con qualche calore, con una certa simpatia e con qualche nota di umanità.
In Delitto e Castigo entro le prime cento pagine il narratore russo fa si che il protagonista, Rodion Romanovič Raskol'nikov, si procuri un’accetta e uccida barbaramente Alena Ivanovna, una povera vecchia che aveva la colpa di essere un’usuraia e la sorella di lei, Lizaveta, una povera donna che aveva la colpa di essere andata in visita dalla sorella.
Credete che si possa scrivere un romanzo il cui protagonista è un feroce assassino che uccide a sangue freddo? Credete che si possa congegnare la trama di un romanzo facendola ruotare tutta intorno ad un’accetta che si abbatte in maniera devastante su due inermi corpi umani in un delitto che ha la motivazione delirante dell’assassino di ritenersi un uomo superiore e in quanto tale al di sopra della legge e dal giudizio morale in vigore fra gli uomini?








Eppure Dostoevskij lo scrive, e ci affascina fin dalle prima pagine, quando ci descrive con quanta accortezza Raskol'nikov lega l’accetta con delle strisce di stoffa ricavate da una vecchia camicia lacerata e cucite a filo all’interno del suo logoro pastrano, perché non dovesse portarla in mano e non fosse visibile, ma fosse anche facilmente estraibile nel momento fatale.
Tutto il seguito del romanzo articola sempre di più la figura di questo giovane, che all’inizio sembra alquanto piatta e insignificante, quasi letargica, tanto da accrescerne enormemente la complessità man mano che scaviamo nella sua psiche o veniamo a sapere qualcosa che lo riguarda o ne osserviamo il crescente tormento.
E a voi non è mai successo di provare un impulso impetuoso di afferrare un’accetta in mano e di massacrare qualcuno? Di abbattervi con tutta la forza che avete nel braccio sul corpo del malcapitato dalla parte della lama per fendere, lacerare, conficcare, spezzare, triturare, sfondare, amputare … spalle, braccia, collo, testa, gambe, torace, faccia, cranio, mani che si tendono a difesa?
No? Che frugolini che siete … o siete stati allevati in una campana di vetro avvolti nella bambagia, avvolti dal rotolo da imballaggio con bolle, o siete un nuovo prototipo umano da fecondazione in vitro privati dell’aggressività, un po’ come i mandarini senza semi, oppure avete urgente bisogno di uno psichiatra, perché negate sistematicamente la vostra aggressività. O, ancora, siete delle anime belle, gente per cui amore e odio si confondono, si intrecciano, fino ad essere un’unica cosa, e potete odiare amando ed amare odiando.
Su Katerina Ivanovna, invece, Dostoievskij non usa nessuna pietà, niente addolcisce il suo giudizio su di lei, egli è semplicemente spietato ogni volta che la introduce, pur non mancando mai di sottolineare la straordinaria bellezza di questa donna, la sua fierezza, la sua cultura, la sua raffinatezza, il suo charme, le sue buone maniere, sembra però che tutte queste buone qualità stridano come un marchingegno arrugginito, col suo carattere.
Lo scrittore è, infatti, lapidario nel giudizio complessivo che ne da, la critica più feroce fra tutte è quella che fa esprimere a Dmitrij Karamazov, quando in replica al fratello Aleksej che era convinto che Katerina amasse più lui che il terzo fratello Ivan, replica: “Lei ama la propria virtù e non me” (I fratelli Karamazov, p. 165).
Una donna innamorata della propria virtù, una donna che non sa amare, un’Anima Bella paralizzata dall’immergersi nel mondo, negli altri, nell’amore, una che prova soltanto vaghi languori, magmatiche sensazioni, il vuoto e la noia, indecifrabili e lucide disperazioni, mancanze, una che ciò che esprime, quando lo esprime, è sempre teatrale, innaturale, pubblico, sempre sopra le righe e mai naturale, mai un’emozione ben delineata, mai un sentimento ben sagomato, lucido, concreto, palpabile, oceanico, avvolgente, coinvolgente, rotondo.
Tutto sa di tattiche, di strategie, di calcoli, di convenienze, di pose, di recitato, enfatizzato, di abbracci che non scaldano, di baci che non inteneriscono, di passione che non diventa intimità, di scintilla che non si fa incendio … A quel tempo tu stavi, sicura di te, della tua logica … guidando e parlando ininterrottamente... ed io, che già non ti ascoltavo più, (come ipnotizzato), …seguivo gli occhi che seguivano i colori, … i raggi elettrici della città. Chissà cos'è quel moto che ci unisce e ci divide, …e quel parlare inutilmente delle nostre incomprensioni, …per certi passeggeri malumori. …Amata solitudine, …isola benedetta….A quel tempo di te, amavo il tuo pensiero logico …e quella linea perfetta del baciare, …la simmetria delle tue carezze; …vivificato dal chiarore vibrante di sapore: …scintilla di una mente universale. …Ero in te come un argomento del tuo amore sillogistico, …conclusione di un ragionamento. …Ma mi piaceva essere così, …avviluppato dai tuoi sensi artificiali. …Ora sono come fluttuante...Amata solitudine, …isola benedetta. …Così è finita, mi stacco da te, …da solo continuo il viaggio. …Rivedo daccapo il cielo colorato di sole, …di nuovo vivo. The light comes over the night. I open my eyes without you.








Non andate via, il bello deve ancora venire …


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