IL SINGHIOZZO DI ARISTOFANE 2









“Zeus, perché hai dunque messo fra gli
uomini un ambiguo malanno
portando le donne alla luce del sole?”.
(Euripide, Ippolito, 616-617).










Ma di cosa ride Aristofane, cosa c’è da ridere nel Simposio? Egli non ride di Pausania, che era l’amante ufficiale di Agatone, ma del discorso che fa, perché se avesse riso di lui poteva farlo non appena lo avesse visto, se invece rideva del suo discorso ciò non può avvenire se non durante o dopo lo stesso discorso.
Ma cosa ha da ridere? Noi non possiamo certo comprenderlo, perché il discorso di Pausania è quello più vicino al nostro modo di intendere l’amore; se gli altri discorsi ci possono affascinare, se ne avvertiamo l’oscura profondità, maggiore certamente di quella di Pausania, non possiamo non provare un certo senso di estraneità nei loro confronti, mentre in Pausania troviamo una certa affinità di pensiero.
Quella che sta sottesa al suo dire, dice Lacan, è la psicologia del ricco, il discorso del padrone, Pausania è un uomo ricco, di lui si sa ben poco, forse è un aristocratico di quelli che abbracciano le nuove idee rappresentate dalla sofistica, dalla medicina ippocratica, dalla scienza pitagorica e anassagorea, dal materialismo degli atomisti, dai circoli socratici, o forse è l’esponente di quella classe media ateniese che si è arricchita senza misura dopo le guerre persiane che hanno ampliato i confini del mondo greco e i relativi commerci.
Nella confusione seguita all’ampliamento culturale derivato dal massiccio impatto con la cultura asiatica e con le ex colonie della Magna Grecia, si perdono o sono seriamente compromessi i pilastri culturali identitari della Grecia antica, si sgretolano i valori costituiti dal cosiddetto Dodekatheon, il gotha olimpico, le divinità maggiori, si sgretola persino l’idea che possa esistere un’unica verità e che questa verità coincida con il logos, il discorso.
Al posto di un’unica verità si affermano le verità parziali, al posto del logos i logoi, i sofisti più famosi nell’agorà ogni giorno sfidano i filosofi tradizionali a dimostrare pubblicamente le loro verità, mettono alla berlina le verità ultime e definitive, dimostrano con ragionevoli e inoppugnabili discorsi ora una tesi ora il suo opposto in quelle dispute chiamate antilogie, la verità sembra essere sempre di più una conquista temporanea, in attesa di un discorso migliore, legata inesplicabilmente a chi la sostiene, perché non c’è discorso senza un essere parlante, non c’è un detto senza che qualcuno lo dica, e il dicitore è l’unico garante del suo detto, non esiste un Dio a garanzia.
Lo stesso Platone è costretto a porre la fondatezza delle sue idee in un altro mondo, un mondo inattingibile, l’Iperuranio, dove le idee esistono in tutta la loro perfezione e incorruttibilità, un mondo attingibile solo dall’intelletto, e forse da un unico intelletto: il suo.
Lo stesso Socrate platonico del Simposio cerca di barcamenarsi riguardo alla verità per fondare il suo discorso sull’amore, intanto affida la parte più importante di ciò che ha da dire ad una sacerdotessa, Diotima, la cui provenienza, Mantinea, ha a che fare con l’arte mantica di interpretare il futuro leggendo i segni nel presente, con la divinazione ed era in grado persino di tenere a bada una pestilenza facendone slittare i terribili effetti per dieci anni.
Poi, criticando il pensiero dicotomico in base al quale se una cosa non è bianca, allora dev’essere nera, affronta il problema della verità-falsità, sapienza-ignoranza, introducendo (ma era già nel Menone 97- 98 C) il concetto di “retta opinione”, qualcosa che non è la verità limpida e cristallina, ma non è neanche qualcosa di completamente falso e non è un completo brancolio nel buio.










Il valore di questo discorso si regge sul suo rigore logico, sulla verosimiglianza, sul fatto che non è contraddetto né si contraddice da sé creando paradossi logici … ecco, l’amore è per Platone una retta opinione che si sta facendo strada con l’intelletto oltre la volta celeste verso il mondo iperuranio in cerca di attingere all’idea limpida e cristallina, perfetta e inalterabile d’amore, che ivi riposa… è una ricerca incessante fino alla luce.
Questo cenacolo di sapienti, questa elite intellettuale che si è riunita a casa di Agatone è li in cerca di un’idea dell’amore che possa sottrarsi alla volgarità dei tempi, e ciascun commensale partecipa a questa ricerca secondo la sua cultura, la sua sensibilità e la sua intelligenza.
Tutti quanti condividono l’ipotesi che l’amore vero, quello elevato, non può essere quello che corre fra un uomo e una donna, troppi ostacoli infatti, secondo loro, si frapporrebbero ad intorbidire la purezza di questo amore: la diversità fra i sessi; la possibilità di gravidanza e di proliferazione; e il fatto che la donna nell’antica Grecia fosse culturalmente inferiore all’uomo per educazione, che la rendeva molto meno interessante sia degli uomini che delle etere.
Tutti aspiravano all’amore puro e totalmente disinteressato, perciò non ci si poteva innamorare di chi ti da dei figli e te li alleva, non ci si poteva innamorare di una persona a cui eri legato anche da un contratto, com’è quello di un matrimonio, non ci si poteva innamorare se esisteva anche solo l’ombra di un interesse materiale, ci si innamorava fra spiriti affini che cercavano come noi l’elevazione.
Gli esempi emblematici, è Fedro ad introdurli, colui che propone il tema (che contrariamente a ciò che si crede non era consueto) ed è lui anche il primo oratore, sono Alcesti, la sposa del re di Fere Admeto, che si sacrifica in cambio della vita del proprio marito, quando né amici, né anziani genitori erano disposti a dare la propria vita in cambio di quella del re, e che viene riportata in vita dall’Ade da Eracle, commosso dal gesto di questa donna.
Ma ancora più esemplare è la storia, diamantina, di Achille l’eroe più puro che la Grecia abbia mai avuto (così come in Israele questa figura era incarnata dal re David), che insegue la vendetta per l’amico/amante Patroclo, pur sapendo che in questo modo incontrerà la morte certa in un tempo breve.
La differenza fra i due, che Fedro computa a vantaggio di Achille, è che mentre Alcesti può ancora salvare col suo gesto la vita dell’amato consorte, il gesto di Achille è completamente gratuito, si immola per amore di Patroclo, che non può più in nessun modo riportare in vita.
Di esempi così limpidi se ne sarebbero potuti fare parecchi, quello di Antigone che si sacrifica per dare degna sepoltura al fratello Polinice il cui corpo giace morto in preda alle bestie feroci appena fuori dalle mura cittadine di Tebe; anche Ettore sacrifica la sua vita senza averne alcun tornaconto, col suo gesto non salverà né la sua famiglia (Andromaca che fu bottino di guerra e schiava del re dell’Epiro e Astianatte che fu strappato bambino dalle braccia della madre e scaraventato oltre le mura di Troia), né la sua città che verrà saccheggiata, bruciata e rasa al suolo; oppure il sacrificio del re Leonida e dei trecento eroi spartani che fermarono l’esercito di Serse alle Termopili, dando modo ad Atene di organizzarsi per la guerra.










Molti critici, contemporanei a Platone e successivi, hanno obiettato che nemmeno questi sono esempi di amore completamente puro e disinteressato, molti di questi eroi inseguivano palesemente la gloria eterna e imperitura, l’iscrizione del loro nome e della loro figura nel novero degli eroi, l’elevazione della loro natura umana a quella semi-divina.
Pausania concede a questo anelito alla purezza di suddividere l’amore in due tipi differenti: dalla Afrodite celeste, quella generata dal contatto dei genitali di Urano con il mare, recisi da Crono e gettati sulla Terra, Urania dunque perché non nata da madre e di pura stirpe divina, nasce l’amore celeste; la seconda, quella detta pandemia, nata da Zeus e Dione, genera l’amore volgare, il tipo di amore più diffuso fra gli uomini.
Non è il gesto, ciò che si fa concretamente, a distinguere l’uno o l’altro tipo di amore, ma la divinità a cui è ispirato; se l’amore è ispirato dalla virtù, allora ogni gesto in cui si esplica e da lodare, se è ispirato dal vizio è da vituperare … e fin qui Pausania ha detto solo banalità e tautologie: “… neppure ogni innamoramento e ogni Amore è bello e degno di ricevere lode, ma solo quello che induce a bene amare” (181°).
È in ciò che segue che è sempre più evidente come Pausania, precorrendo i tempi e la tesi marxista secondo cui le strutture sociali e culturali si formano sulla base di quelle economiche, applichi all’amore la sua psicologia da ricco, da aristocratico, il discorso del padrone insomma, secondo cui anche in amore vigono le leggi che strutturano i rapporti economici e commerciali, e come si possa parlare di investimento affettivo così come si parla di investimento di beni e di risorse finanziarie.
Ecco che un caposaldo della paideia greca viene sovvertito, per Pausania ad esempio non è conveniente investire le proprie forze, risorse, il proprio tempo e la propria virtù nel conquistare un ragazzino imberbe, perché non sappiamo ancora come si svilupperà, meglio aspettare che cresca invece, per capire se possiede anche egli altrettanta virtù da poterci risarcire del nostro investimento.
Certo, Pausania evita abilmente che il suo discorso sia palesemente espressivo di una reciprocità di interessi materiali fra gli amanti, condanna chi insegue i regali che può ricevere dall’amante, come chi insegue soddisfazione, bellezza o giovinezza, però la struttura cardine dell’economia che ad ogni investimento debba conseguire un guadagno, quella rimane intatta, seppure si tratta del guadagno di una maggiore virtù.
In Pausania si perde la funzione iniziatica, paideutica ed educativa dell’amore omoerotico per i fanciulli, l’idea cioè che alla base dell’educazione il motore stesso della crescita fosse l’amore, che si diventasse uomini adulti, maturi e liberi attraverso l’esempio, le attenzioni, l’affetto e, perché no, il rapporto sessuale con un uomo adulto, ma non un uomo qualunque, ma uno che fosse esempio di virtù e di eccellenza fra i suoi simili.
Aristofane, che nelle sue commedie sembra avere un’opinione molto simile alla nostra riguardo all’omosessualità fra due uomini adulti, in particolare egli non perde occasione per ridicolizzare il ruolo passivo di un uomo adulto che si concede sessualmente ad un altro uomo, non può non ridere quando un uomo di cultura come Pausania espone questo concetto di amore (cioè la trasformazione dell’amore disinteressato fra un adulto ed un fanciullo a scopo educativo in amore omosessuale fra due adulti a scopo di incrementare ciascuno la virtù dell’altro) con rigore ed estrema serietà.










Per comprendere ancora meglio cosa urtava i greci antichi dell’amore omosessuale fra due uomini adulti, oltre alle commedie di Aristofane e i molteplici accenni nelle numerose testimonianze rimasteci, è utile leggere l’orazione di Eschine contro Timarco, in cui è chiaro che il greco antico non criticava l’omosessualità in sé, e non riteneva affatto questa inclinazione come perversa.
Ciò che faceva questione a quei tempi e per quelle persone è soltanto il fatto che un maschio adulto potesse soggiacere nel rapporto in un ruolo passivo e “farsi usare come una donna”; questo era inconcepibile ed era oggetto di feroce sarcasmo.
Altro punto dolente è la concezione utilitaristica dell’amore che Pausania introduce, non che nell’antica Grecia non esistesse questo tipo di rapporto, anzi doveva esserne la normalità, soprattutto fra un uomo e una donna, il cui legame era sancito da un particolare contratto e da consuetudini consolidate; ma qui ci troviamo in una elite di persone estremamente raffinate e di cultura elevata, persone che non potevano accontentarsi di amori terrestri ed arboricoli, ma soltanto di amori iperborei … anzi, iperuranici.
Letta l’ultima riga del Simposio, chiuso il libro e gli occhi per riflettere un attimo se le menti più illuminate dell’antichità siano riuscite a trovare davvero questo amore puro e disinteressato, mi sorprendo a pensare che quello che ci è andato più vicino è stato Socrate, soprattutto all’inizio, quando introduce il concetto dell’amore non come un dio buono e bello ma come demone (dàimon), ponte di collegamento fra il mondo divino e quello terreno, spirito guida e, dunque, evoluzione e incessante ricerca.
L’amore non concede agli amanti solo stati di benessere e di felicità, ma promette altrettanto malessere, tormento ed infelicità, non è né buono né bello, dunque non ha origini divine, è povero, misero, costretto ad elemosinare tutto, come la madre, valoroso, impavido, ardente, insidioso, cacciatore formidabile e tessitore di inganni ricco di creatività e di espedienti, come il padre.
Ricerca incessantemente la bellezza pur non essendo bello, anzi proprio per questo, perché si origina da una mancanza, l’amore cerca ciò che gli manca, non ciò che possiede; e, cosa da non trascurare, nasce non da un atto ponderato, da una riflessione, o da un impeto condiviso, ma da una rapina o approfittamento e da uno stato di necessità che incontra uno stato di ebbrezza … è sempre ciò che altrimenti non sarebbe accaduto, perché mai e poi mai in condizioni normali si sarebbe dato un rapporto sessuale e un concepimento fra Penìa e Poros.   
È un vero peccato che Platone faccia sorgere l’amore da una mancanza, perché ogni amore che nasce da una incompletezza del soggetto non può non essere interessato in qualche modo, non riesce a liberarsi dalle catene del bisogno, e non basta trascendere il fatto fisico e il qui ed ora, per fare dell’amore il veicolo verso il mondo delle idee incorruttibili ed eterne, verso l’idea iperuranica dell’amore, che coincide col Sommo Bene, che è sinonimo di Grande Bellezza (non certo quella di Sorrentino), perché in questo caso l’amore si perde per diventare eterna contemplazione del Vero in un mondo diverso da quello che ciascuno di noi vive nel qui ed ora.
Mi fa riflettere invece l’apparizione di Alcibiade, quasi a conclusione del dialogo platonico, che scompiglia i canoni classici secondo i quali si era svolto tutto il dialogo, e affonda l’amore nella concretezza della sua viva esperienza; secondo i critici parla del suo amore non corrisposto per Socrate, secondo Lacan parla, invece, del suo desiderio di essere l’eromenos di Socrate e nel contempo di essere l’erastes di Agatone.










L’apparizione è memorabile, Alcibiade in tutto il suo splendore e la sua bellezza, completamente ebbro da non reggersi in piedi (che contrasta con la morigeratezza che si erano dati tutti i commensali almeno fino a quel momento), sorretto dalla flautista e da altre persone, col capo ornato da una corona d’edera e di viole e cinto da moltissimi nastri, introduce nel banchetto l’elemento dionisiaco, che contrasta fortemente col livello di astrazione teorica e di distacco con cui si era parlato dell’amore fino ad allora … da qui in poi chiunque intervenga deve attenersi alle leggi dionisiache e parla dell’amore in prima persona, non per astratto o per sentito dire.
Anche Socrate spezza questa antica tradizione quando, nel suo ingresso in casa, disillude Agatone dicendogli che la saggezza non si trasmette per contatto fra chi ne è più dotato e chi lo è meno, non fluisce dal pieno al vuoto come nei vasi comunicanti; la saggezza (ma sono sicuro che vige lo stesso discorso anche per ciò che riguarda le faccende dell’amore) deve essere concepita, nasce da una fecondazione piuttosto o di insufflazione, eispnḗlas, della virtù-saggezza-amore attraverso l’atto sessuale fra l’adulto e il ragazzo, fra l’erastès e l’eròmenos.
Ed era proprio che l’eromenos diventasse a sua volta erastes lo scopo di questo apprendistato e di questo amore a tempo (in genere durava da quando il ragazzo superava i dodici anni di età, fino allo spuntare della barba e dei peli, o finché non diventava adulto), che cioè divenisse da amato amante, perché l’uomo greco doveva essere attivo e propositivo e perché l’amante, come ci dice Fedro nel Simposio, è un essere più divino dell’amato, perché egli è posseduto dal dio (eros).
E, invero, sia Achille, sia persino Alcesti (che era una donna), col loro gesto da amati diventano amanti, da oggetti d’amore diventano soggetti dei loro sentimenti, da persone legate a qualcuno per necessità o immaturità, diventano uomini liberi capaci a loro volta di fecondare e far partorire (apprendendo l’arte della maieutica) l’uomo che c’è in ciascun ragazzo, l’amante che c’è in ciascun amato.
Ecco di cosa ride Aristofane, e con lui Platone, della confusione che Pausania fa fra le regole dell’amore e quelle dell’economia, sembra dire: “Come sarebbe semplice se anche l’amore seguisse le regole del mercato, dove io sono piuttosto bravo e riscuoto un certo successo, sempre beninteso che l’amore sia però disinteressato, una roba in cui al limite ci si scambia la reciproca virtù”.
E come fai a distinguere nei gesti cosa è virtuoso da ciò che è vizioso? Questo Pausania non sa dircelo: è virtuosa qualunque cosa ispirata dal bene, dall’amore celeste, dalla virtù, ed è viziosa qualunque cosa ispirata dal male, dall’amore volgare e dal vizio … vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare!!!
Noi non ridiamo di Pausania, perché in fondo la pensiamo come lui, non riusciamo nemmeno a pensare all’amore di Alcesti, non comprendiamo quello di Achille, o di Ettore alle porte Scee, ci sembrano gesti inutili, da cui non se ne è ricavato nulla, completamente assurdi.
L’amore per noi è ricevere, e non si tratta soltanto di oggetti, benessere o benefici, siamo persone sensibili, abbiamo attraversato l’amor cortese e il romanticismo, aborriamo l’amore per interesse, esorcizziamo l’amore per contratto (almeno in apparenza, ma poi ci sposiamo tutti e non vediamo l’ora che il nostro amore sia celebrato pubblicamente con quanta più pompa è possibile e che le nostre firme, quelle del prete o del sindaco e quelle dei testimoni siano apposte nere sul bianco del registro comunale).








È ricevere amore, è sentirsi amati, è essere eromenos e non erastes, non riusciamo a pensare all’amore che non ci dia la felicità o almeno che non migliori sensibilmente la nostra vita altrimenti meglio stare soli che male accompagnati.
Il fatto di sapere che mi ami … ma quanto mi ami … perché mi ami … cosa ami di me … pesare, misurare, catalogare, impacchettare l’amore e farne una confezione regalo è molto importante per noi uomini moderni, e pare lo fosse anche per Pausania; come potremmo renderci conto di essere amati se non esistono gesti esplicativi e inequivocabili dell’amore di chi dice di amarci, talvolta sottoponiamo i malcapitati partner a prove sempre più ardue e due, fino a sfiorare l’impossibile … ecco che qualsiasi amore si dilegua sul nascere.
Per tutte queste persone, invece, è meglio amare che essere amati, è Fedro a introdurre questo discorso dicendo che: “ Colui che ama è cosa più divina di chi si lascia amare, perché un dio lo possiede” (180b), l’amare non solo infonde l’amore in chi ancora non ama [ricordate il dantesco: “Amor ch’a nullo amato amar perdona” (Inferno, V, 103)?], e non si tratta della banalità del non puoi non ricambiare chi te vole bbene overamente, ma del non puoi non sentire la forza dell’amore che l’altro prova per te … non puoi scambiare l’amore per un calesse.
Ma non è nemmeno questo il punto fondamentale, gli antichi greci erano convinti che l’amore fosse la forza più potente della natura, non solo “l’amore move il sole e l’altre stelle” (Paradiso XXXIII,145), ma è l’unica forza capace di trasformare il cucciolo dell’uomo da essere immaturo e incapace di badare a se stesso, in un adulto forte, superbo, maturo, dotato di intelletto, libero e in grado di amare a sua volta: di trasformare l’eromenos (l’amato) in erastes (amante).








Platone non riesce a liberarsi del concetto di amore che deriva da una mancanza e che è finalizzato a qualcosa, seppure questa cosa sia la cosa più nobile che riesce ad immaginare: raggiungere l’idea eterna ed imperitura della Grande Bellezza che coincide col Sommo Bene (perché tutto ciò che era bello era anche necessariamente buono per gli antichi greci).
Non riesce ad immaginare un amore che non sorge da una carenza, da un’incompletezza, che non sia legato al bisogno, che non sia schiavo del desiderio e che non sia legato da un nodo infernale alla dannazione della memoria.
Un amore che non chiede niente, che non vuole niente, che non vuole assoggettare l’altro annullandone l’alterità, che non vuole travolgerlo col proprio modo d’essere, un amore che è gioia oceanica e non figa dalla solitudine, dalla disperazione o dalla paura di non esistere o della morte, un amore che non chiede benessere, felicità, di farmi esistere e sentirmi vivo, amato, approvato, riconosciuto, apprezzato.

Un amore, per dirla con Lacan, che non pretende che l’altro mi dia ciò che non ha, che non chiede all’altro ciò che non può darmi, che in realtà non chiede nulla … per questo ha tutto, perché solo quando riesco a rinunciare a tutto, possiedo tutto … perché non ne ho bisogno.








"Meglio piccamora non pinsaricci, meglio starsene a taliare il mari che, a Vigàta o a Boccadasse, sempre mari è". (Andrea Camilleri, Gli arancini di Montalbano). 

Commenti

  1. Al termine di questa lettura mi resta il dubbio che la tua conclusione, come quella di Lacan probabilmente, sia più idonea per un iperuranio che per la terra. Non per spezzare una lancia per Socrate, sarebbe ingenuo da parte mia e inutile per lui, ma mi sembra che la lettura più "terrena" dell'amore sia proprio la sua. E' un iperuranio di solitudine, senza nessuna fuga, occhio al lapsus calami in versione digitale ;-). Un iperuranio dove è vero che tutti hanno da dare e nessuno chiede ma questo iperuranio esprime una autonomia anomala, alle soglie dell'autismo, ed è insensibile alle richieste, perché quelcuno che chiede ci sarà pure a questo mondo. Penso che tutto il discorso del dare e ricevere, e soprattutto la differente qualità dei due atti, è marcio di un maschilismo, sia pure altolocato. Non ricordo le mie impressioni quando lessi a suo tempo il Simposio, non l'ho riletto di recente e forse farei bene a darmi una rinfrescata. Ciao.

    RispondiElimina
  2. La mia riflessione sull’amore è, in questo contesto, appena accennata, ed è diversa sia da quella di Lacan, sia da quella di Socrate/Platone. Entrambi, volendo affrancare l’amore dal bisogno (da cui sono però convinti che sorga), lo condannano ad essere schiavo del desiderio; per inciso, questa è anche la posizione del cristianesimo.
    Possiamo immaginare un amore che non sia necessità, bisogno, annullamento di sé e dell’altro nell’impeto del desiderio? Possiamo immaginare un amore esautorato dal ricevere per essere e che sia soltanto piacere di stare, stare con, essere-con, esserci … come dicevano gli esistenzialisti?
    Io credo di si, la Infant Research ci trasmette l’immagine di un bambino che ricerca più il piacere del contatto con la madre che il perseguire la gratificazione delle sue necessità fisiologiche (che pure sono essenziali); non solo, il bambino ricerca attivamente la relazione e vi pone fine quando è stanco o non ha voglia, e suscita nella madre altrettanto (se non di più) piacere nell’essere insieme, non è un essere totalmente passivo come abbiamo preferito pensarlo.
    Il Cristianesimo, l’Evoluzionismo, Nietzsche, Freud e anche Lacan hanno veicolato un’immagine dell’amore asimmetrica, in cui c’è chi da e chi riceve, chi è maturo, saggio e virtuoso e chi non lo è, chi è forte e capace e chi no, chi domina e chi è sottomesso … questo è maschilismo se vuoi, ma anche classismo e tante altre cose.
    Da un lato l’adulto sano, forte, maturo, capace di produrre beni in quantità tali da poter mantenere un nucleo di persone intorno a sé, dall’altro la donna, il bambino, l’anziano, il povero, l’inetto, l’incapace, il poco determinato e tenace, il perdente e il fallito, che ruotano tutti intorno a lui e che gli si sottomettono.
    È questa concezione, questa autonomia, a mio parere, ad essere anomala, perché giustifica il potere che l’uomo borghese che produce ha usurpato per qualche secolo, o qualche millennio se partiamo dal cittadino della polis greca e dal cives romanus.
    Filosofia, religione e scienza, non so quanto inconsapevolmente, sono servite da puntelli a questo potere, perché filosofi, padri della chiesa e scienziati appartenevano ai detentori di questo potere ed anche chi possedeva le leve del potere politico, mediatico, burocratico … chi tesseva ogni giorno la realtà in cui viviamo e aveva anche il potere di cambiarla, faceva parte di questo gruppo.
    È possibile un legame non dettato dal bisogno e dal desiderio e che non crei storia e memoria che condiziona il presente ed il futuro? È possibile un amore senza memoria e senza desiderio? Sto cercando di valutare questa possibilità nel mio post a puntate SENZA MEMORIA E SENZA DESIDERIO; mi rendo conto che finora ho solo sfiorato il problema, ed anche che sarà molto difficile poterlo esprimere in maniera comprensibile e senza tediare a morte chi mi legge.
    Evito di ringraziarti per le tue attente letture e di dirti quanto sia prezioso il tuo punto di vista e i tuoi commenti, tanto lo sai.
    Ciao
    P.S. Sono andato a controllare il lapsus calami e mi sono messo a ridere leggendolo, pazzesco come ciò che non vorresti esprimere salti fuori in modo inatteso, come la polvere fuoriesca da sotto il tappeto. Ora che l’hai additato mi toccherà tenerlo perché altrimenti chi legge il tuo commento non capirà a cosa ti riferisci. :-)))

    RispondiElimina
  3. Il fatto che tu abbia messo l'evoluzionismo nell'elenco mi ha fatto pensare che il problema non è l'asimmetria ma il valore che a questa viene assegnato. Il problema come sempre non è descrittivo, è normativo! Nelle nostre relazioni c'è sempre una asimmetria, ma è mobile, non è facilmente individuabile dove sia il meglio e il peggio, fatte salve ovviamente le situazioni di malessere. Sto seguendo il tuo post a puntate, anche se non commento mi sto divertendo molto. A presto

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

SOGNO DI UN’OMBRA L’UOMO

ACCOPPIAMENTO UMANO E "NORMALE"

UN GELATO PER SAVIANO