RE BUFÈ








Questa canzone è antichissima, nasce in Sicilia (e va a sapere dove di preciso, ne esistono diverse versioni con varianti dialettali locali) ai tempi della dominazione francese, quando Carlo I d’Angiò divenne Re di Sicilia, Re di Napoli, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e Re titolare di Gerusalemme, re Bufé, viscottu e miné dopo la sconfitta a Benevento di Manfredi di Svevia.
A tradire il riferimento satirico francese (gli angioini non furono molto amati dai loro sudditi siciliani, dalla “sconfitta di Benevento” fino alla cacciata di Carlo I d’Angiò e dei francesi dominatori con i “vespri siciliani” passarono solo pochi anni) è quel nome del re in questione, quel Bufè, che deriva dal francese buffet e che è rimasto nel siciliano arcaico come buffetta che significa il tavolo da cucina, il desco, la mensa familiare.
Ci sono i re di spade, quelli di denari, quelli di coppe, quelli di bastoni e i re da tavola, che sarebbe come dire i re da operetta, e con questo tipo di re che noi abbiamo a che fare in questa canzone, un re che viene presentato come inaffidabile, uno che da la sua parola e poi la ritira perché non gli conviene onorarla, un re che manca proprio dell’onore che è depositato nelle sue parole e che diventano legge perché è un re appunto a pronunciarle e non un “carusu, vavusu, fitusu, viscottu e minusu” qualunque. 






 

Trascrivo il testo come lo ricordo io, è leggermente diverso da quello che mette in musica Alfio Antico nel filmato che vi propongo:

C'era 'na vota 'n re, Bufè, viscottu e minè
'stu re avia 'na figghia, bafigghia, viscottu e minigghia.
Sta figghia, bafigghia, viscottu e minigghia,
avia 'n aceddu, bafeddu, viscottu e mineddu
Gn'iornu st'aceddu, bafeddu, viscottu e mineddu abbulau.
Allura lu re, bufè, viscottu e minè fici nu bandu e dissi:
"A cu' trova l'aceddu, bafeddu, viscottu e mineddu
ci rugnu a me figghia, bafigghia viscottu e minigghia".
Iù u truvai l'aceddu, bafeddu, viscottu e mineddu”,
ci rissi 'n carusu, vavusu, fitusu, viscottu e minusu.
Allura , lu re, bufè, viscottu e minè ci dissi:
"A tia carusu e iu pi 'naceddu bafeddu, viscottu e mineddu,
ti rava a me figghia bafigghia, viscottu e minigghia?
Ah! Vattinni, vavusu, fitusu, viscottu e minusu!".






 

È sostanzialmente intraducibile, perché molti dei termini usati sono onomatopeici, puri suoni che nel proseguire dello scioglilingua sempre più veloce si intrecciano alla musica e incantano ipnoticamente.






 

Inizia con: “C’era una volta un Re, Bufé ...” e se “viscottu” significa biscotto (che però non c’entra un cavolo col re e con la canzone), “miné” non mi risulta significhi qualcosa; questo re aveva una figlia (e anche qui “bafigghia” e “minigghia” non hanno alcun significato), la quale aveva un uccello (“aceddu”, dove “bafeddu” e “mineddu”, ormai l’avrete capito, non significano nulla).
Insomma, se il re è Bufé, la figghia sarà sarà bafigghia e l’aceddu sarà “bafeddu”; se il re è “miné”, la figghia sarà “minigghia” e l’aceddu, ovviamente, “mineddu ... ça va sans dire; il “carusu”, invece, non appartenendo alla casa regnante, non sarà “bacarusu” ma, purtroppo per lui e per distinguerlo, “vavusu”, “fitusu e pure “muvvusu”, ritorna però per lui nel finale  la radice min- unita però al suffisso -usu.






 

Chissà perché, però, “viscottu” è universale, ecumenico, cosmico, multilaterale; può darsi che l’ignoto menestrello si sia ispirato per la sua ballata all’arte di confezionare un ottimo tiramisù, dove in ogni strato occorre mettere una fila di biscotti. 






 

Un giorno questo uccello volò via (“abbulau”), allora il re fece un bando che diceva: “Chi cattura l’uccello di mia figlia, l’avrà in sposa; allora un ragazzo (“carusu”, ma nella canzone si tratta invece di un uomo vecchio e calvo), bavoso (“vavusu”), lercio, sporco (“fitusu”), .... , grida: “Io l’ho trovato...”.






 

Al che il re, guardatolo con attenzione, lo caccia via (“Vattinni”) e gli replica: “Ma davvero credevi che io per un uccello ... avrei dato in sposa mia figlia ... a un ragazzo lercio, bavoso, .... ???







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