venerdì 21 febbraio 2020

,,, E MI SOVVIEN L'ETERNO 2






Maoi - Isola di Pasqua



By Alan Schaeffer

Alina Noir - All the love we need



Questo post è il seguito naturale di quest’altro ( ... E MI SOVVIEN L'ETERNO 1), pubblicato qualche mese fa, e sarà seguito da un terzo ed ultimo post già quasi terminato nella sua architettura basilare; ci tengo a precisare che gran parte di questo post è stata scritta allora, quando Andrea Camilleri era ancora in vita e stava bene: ho lasciato tutti i verbi al presente, come se fosse ancora qui con noi, perché per me è come se ci fosse ancora, quelli come lui non muoiono mai finché c’è qualcosa che tiene vivo il ricordo e finché c’è qualcuno che ricorda.



Cortina d'Ampezzo



Andrea Camilleri - Conversazione su Tiresia - Teatro Greco di Siracusa - 2018

Teatro Greco di Siracusa - Edipo Re

Teatro Greco di Siracusa

Baia di Giardini Naxos (da Taormina)



“αἰὼν παῖς ἐστι παίζων πεσσεύων παιδὸς ἡ βασιληίη”. (Eraclito , DK 22 B 52).
“L’eternità (aión) è un fanciullo che si trastulla (paȋzon) lanciando i dadi (tessere, pedine, pietruzze o giocando col tavoliere): il potere sovrano è (nelle mani di) di un fanciullo”. (Eraclito , DK 22 B 52).






Tony Goble, Goble Birdface





Matariki



“Un nascere e un perire, un costruire e un distruggere, che siano privi di ogni imputabilità morale e si svolgano in un’innocenza eternamente uguale – si ritrovano in questo mondo solo attraverso il giuoco dell’artista e del fanciullo. Come giuocano il fanciullo e l’artista, così il fuoco eternamente vivo giuoca, costruisce e distrugge in piena innocenza. Questo è il giuoco che l’Eone giuoca con se stesso. Trasformandosi in acqua e terra, egli costruisce come un fanciullo torri di sabbia vicino al mare, costruisce e distrugge; di tanto in tanto egli ricomincia daccapo il giuoco”. (Friedrich Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei greci e scritti 1870-1873, pp. 172-173).



Taormina

Andrea Camilleri - Conversazione su Tiresia - Teatro Greco di Siracusa - 2018 

Teatro Greco di Siracusa - Euripide, Le Baccanti - 2012 


Van Gogh - Notte Stellata

Maoi . Isola di Pasqua





“Quale un fanciullo, con assidua cura,
di fogliolini e di fuscelli, in forma
o di tempio o di torre o di palazzo,
un edificio innalza; e come prima
fornito il mira, ad atterrarlo è vòlto,
perché gli stessi a lui fuscelli e fogli
per novo lavorio son di mestieri;
così natura ogni opra sua, quantunque
d’alto artificio a contemplar, non prima
vede perfetta, ch’a disfarla imprende,
le parti sciolte dispensando altrove.
E indarno a preservar se stesso ed altro
dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
eternamente, il mortal seme accorre
mille virtudi oprando in mille guise
con dotta man: che, d’ogni sforzo in onta.
la natura crudel, fanciullo invitto,
il suo capriccio adempie, e senza posa
distruggendo e formando si trastulla”.
(Giacomo Leopardi, Palinodia, 154-172, 1835).





Testa di Ulisse - Gruppo di Polifemo - Sperlonga

Van Gogh - Notte Stellata - Venere (dettaglio)

Persephone


Recanati - Piazza Leopardi




“Diventato cieco mi è venuta una curiosità immensa, di capire … no, capire no, è un verbo sbagliato, non si può capire. Ma di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me. E allora ho pensato che venendo qui, in questo teatro, fra queste pietre veramente eterne, sarei riuscito ad averne almeno un’intuizione”… non possiamo fare ad Andrea Camilleri l’affronto di credere che questo suo anelito di eternità sia dovuto al fatto che col crescere dei suoi anni stia cercando di mettere ordine alle sue cose terrene, di far pace con il suo “fattore” per poter affrontare serenamente quella “eternità” che ormai sente così vicina a sé.
Camilleri ha più volte dichiarato il suo “agnosticismo”, che potrebbe con più precisione definirsi ateismo, perché egli non dice: “Non so e non sono in grado di sapere se un dio esiste”, dice piuttosto: “…questo atteggiamento agnostico, [non nasce] da letture, da romanzi, da filosofie varie ma è un atteggiamento naturale, spontaneo” e ancora, nella stessa intervista: “… Dio non sta nella mia vita. Ci stanno molte cose nella mia vita, ci sta l'idea di spirito sicuramente, non ci sta materialismo banale o altro. Ci sta ‘Perché non possiamo dirci cristiani di Benedetto Croce’. Ma la  fede, quella non ce  l'ho”.
Altrove riconosce di essere non un ateo militante ma un “non credente possibilista”, e questo perché la dichiarazione di non credere in Dio dell’ateo paradossalmente afferma l’esistenza del Dio di cui dice di non credere, perché scomodarsi a negare qualcosa che non esiste, perché definirti come uomo per ciò che non sei e per ciò in cui non credi, invece di declinare ciò che sei e ciò in cui credi?
Il possibilismo di Camilleri non è dirsi: “C’è una luce in fondo al tunnel” o “Spero che l’universo abbia un senso e che qualcuno di infinitamente superiore a noi ci abbia creati per qualche scopo”, ma è piuttosto non accettare limiti preconcetti sul suo cammino, rendere la sua ricerca esistenziale potenzialmente infinita, non limitata da assunzioni a priori, da assolutismi che tracciano prima della partenza i confini del percorso o addirittura bloccano il cammino illudendoti di essere giunto alla meta.
Camilleri ritiene che: “… qualsiasi atto che sia assoluto è sempre un atto di una presunzione mostruosa e, siccome ritengo di non avere una tale presunzione, dico: ma vabbé, per me le cose stanno così, poi… si vedrà”; è “presunzione mostruosa” porre Dio come fine e scopo dell’esistenza dell’uomo, e imporlo non solo a sé stessi, ma a tutti, come se incontrare anche un solo individuo che non crede sia un insulto e un nocumento per la propria credenza.
Naturalmente sono presunzioni mostruose anche altre creazioni filosofiche, ideologiche, politiche e culturali che hanno cercato o cercano di diffondersi, di far proselitismo, di espandersi, di colonizzare/convincere/catechizzare/sottomettere chiunque incontreranno, perché vogliono l’obbedienza cieca e assoluta, la fede sconfinata, l’assoggettamento totale (o anche solo formale).
Non importa poi che si chiamino cristianesimo, islam, ebraismo,  illuminismo, positivismo, comunismo, capitalismo, liberalismo e i più recenti presenzialismo e virtualismo, per i quali è più importante apparire che essere e in cui siamo ciò che appare, ed è meglio essere virtuali che reali, creando un mondo in cui la finzione diventa realtà e della realtà se ne perdono le tracce.


Maoi - Isola di Pasqua

Stella cadente

Salvador Dalì - L'Aurora, 1948

Teatro Greco di Siracusa - Euripide, Le Baccanti - 2012

Teatro Greco di Segesta


Teatro Greco di Siracusa


Dio non è presente non soltanto nella vita quotidiana di Andrea Camilleri, ma non lo troverete nemmeno nei suoi romanzi, tutti i suoi personaggi si comportano e ruotano come se questo dio non esistesse, non ne avvertono l’esigenza nel loro agire, al massimo diventa un alibi o strumento per giustificare un potere e rendere lecito il sopruso e il proprio dominio sull’altro.
L’idea di Dio è un grande equivoco per il viaggiatore esistenziale, ti illude di aver trovato l’assoluto, già pronto e confezionato,  senza essere partito e senza alcuna fatica, in realtà è una battuta d’arresto, un appendere al chiodo le scarpe da trekking e infilare le pantofole, un abbandonare la curiosità che è la fiamma stessa dell’intelligenza: per questo Dio, qualsiasi Dio, è più un deterrente che un catalizzatore per la crescita dell’umanità, solo quando la morsa di Dio si allenta nascono opere d’ingegno e artistiche geniali.
L’idea di Dio spegne ogni curiosità, annulla ogni cammino, rende vana ogni ipotesi di progresso perché solo in Dio vi è la perfezione, e puoi giungere a Dio solo per grazia divina, la grazia delle fede, o in virtù delle opere, che sono opere di coscienza e non di conoscenza, Dio ti chiede di operare senza capire (per questo è così difficile meritarsi il paradiso, ed è difficile se non impossibile percorrere le strade dell’ascesi), mentre tutto il tuo essere anela al cambiamento attraverso la conoscenza.
E non solo l’idea di Dio, ma nemmeno la morte ci ferma da questo anelito verso l’infinito, e non parlo soltanto della concezione scettico pietistica che ne ha Epicuro quando dice: “Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più. Non  è nulla dunque, né per i vivi né per i morti, perché per quelli non c’è, questi non sono più”. (Lettera a Meneceo).
Faccio riferimento alle più recenti cognizioni psicoanalitiche circa l’impossibilità per l’essere umano di pensare alla propria morte, espresse con le stesse parole di Freud: “In verità è impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte, e ogni volta che cerchiamo di farlo possiamo constatare che in effetti continuiamo ad essere ancora presenti come spettatori. Perciò la scuola psicoanalitica ha potuto anche affermare che non c’è nessuno che in fondo creda alla propria morte, o, detto in altre parole, che nel suo inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità”. (Sigmund Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, OSF, Vol. VIII°, Boringhieri, Torino, p. 137, 1915).
E ancora, nello stesso testo: “Il nostro inconscio non crede dunque alla propria morte, si comporta come se fosse immortale”. (Ibid., p. 144).
Per Sigmund Freud l’inconscio, così come possiamo ricostruirlo attraverso i sogni, i lapsus, gli atti mancarti, i sintomi psicopatologici, ecc., è sprovvisto di razionalità, di logica, del senso dello spazio e del tempo, ogni cosa può esistere anche se in palese contraddizione con un’altra ugualmente e contemporaneamente presente, non esiste il senso del lontano o del vicino, né esiste il senso del tempo: passato presente e futuro, tutto ciò che pensiamo o sogniamo esiste per noi qui e adesso, non importa se è lontano nello spazio o nel tempo e non importa se non esiste più (se è, cioè, morto) o se non esiste ancora (se è, cioè, una nostra aspettativa o una nostra creazione).










Qualcuno un giorno chiese a Freud quando era già famoso, non ricordo chi e nemmeno se ciò avvenne nel corso di un’intervista o in qualche altra occasione, perché nei suoi scritti avesse trattato di qualsiasi tipo di angoscia (di castrazione, di frammentazione, di spaesamento,…, si era occupato persino dell’angoscia della nascita, la paura di venire al mondo), e non avesse mai preso in considerazione l’angoscia di morire, che pure è evidente ed è molto diffusa.
Freud gli rispose che a suo parere non esisteva, né avrebbe potuto esistere, un’angoscia di morte in quanto tale, perché finché siamo in vita la morte non possiamo neppure immaginarla, ciò che comunemente viene rubricata con questi termini è in realtà l’angoscia di non aver vissuto bene, di non aver realizzato i nostri sogni e i nostri desideri, di dover rinunciare per sempre a ciò che costituisce l’anima stessa della nostra essenza, ciò a cui abbiamo anelato per tutta la vita. 
Se la riflessione freudiana è prettamente psicologica, Emanuele Severino (morto appena qualche giorno fa: il 17-01-2020) affronta il problema della morte e dunque dell’eternità da un punto di vista fenomenologico-esistenziale; egli scrive: “L’essere è eterno. E appare eternamente in questo attuale apparire – che non è “mio”, ma sono io stesso. Da sempre e per sempre l’uomo è la rivelazione dell’essere, satellite che accompagna in eterno la costellazione dell’essere. […] L’essere eternamente appare legato al suo “è” dalla necessità dominatrice; pertanto eternamente appare il senso verace e concreto della dominazione della necessità, in cui consiste la struttura della verità dell’essere. Eterna rivelazione della verità dell’essere, l’uomo vive, in questo senso, «la vita degli dèi» (Fedro). Ma la «pianura della verità» (Ibidem) gli sta davanti tutta raccolta e ferma e in questo fermo spettacolo abita l’uomo in eterno. […] La sua casa è la verità che gli sta eternamente davanti. Eppure la sua originaria abitazione è un’irrequietezza infinita. L’essenza dell’uomo, dunque, è quella di vivere in una irrequietezza costante, perché vittima di un’alienazione: egli fa esperienza della contraddizione della verità, ovvero il suo apparire finito in modo contestuale alla sua essenza ultima che è l’eternità del tutto e quindi di sé. Questa contraddizione è l’alienazione costitutiva dell’essenza dell’uomo. Il toglimento di questa alienazione è l’assurdo: l’apparire finito che diventa l’indiventabile apparire infinito dell’essere. In prima istanza, l’essenza dell’uomo è costituita pertanto da un’alienazione figlia della coesistenza dell’apparire finito delle cose, ma anche dell’apparire finito trascendentale, e il suo essere dimorato presso l’essere eterno – di cui egli ne è custode e testimone”. (Emanuele Severino, La terra e l’essenza dell’uomo, p. 215).
Le prime rudimentali intuizione dell’eternità, antecedenti ad ogni interesse per la psicoanalisi e per la filosofia esistenzialista, le ho avute in certi pomeriggi a casa mia, quando mi chiudevo in camera mia sbarrando la porta e la pesante persiana in legno della finestra, facevo il buio più totale e in quell’atmosfera surreale mi distendevo sul mio letto e ascoltavo con le cuffie The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd.
Era un momento eccezionale per me, perché purtroppo mia madre non capiva nulla di privacy, chiunque venisse a cercarmi di persona o per telefono lo faceva entrare o me lo passava, senza alcun filtro e senza chiedermi se volevo riceverlo o volevo rispondergli, era strano che unico momento che rispettasse della mia intimità fosse questo raccogliermi in ascolto e in meditazione in camera mia, in questo caso non solo diceva a chiunque che ero occupato e non potevo ricevere visite o telefonate, ma lei stessa evitava di fare il minimo rumore ed esortava a far piano a chiunque in casa.
La musica del Pink Floyd, dal vivo stavolta, è stata la colonna sonora di una serata indimenticabile con Sabrina, la mia ragazza di allora, nella sua casa di Venezia, durante l’unico concerto in questa città della leggendaria band nel 1989, mentre orde di barbari erano calati in città, emettendo grugniti e suoni gutturali, saltando e ballando per calli e campielli e trasformando la più bella città del mondo in un rivoltante immondezzaio, in un porcile disgustoso, l’odore di piscio e di sudore è andato via solo dopo una settimana, ma durante quella sera e quella notte lei ed io siamo stati in paradiso.
Da un lato la strada del divino che guarda indietro o in avanti, all’origine e alla fine dei tempi, dall’altro una strada che costruisce da sé man mano un percorso di conoscenza che parte da sé e ad esso si ricongiunge.


Magic of the Mountains - Ivaylo Petrov

Christian Schloe







Potremmo dire che con l’avanzare dei suoi anni Andrea Camilleri sente l’urgenza non di capire, in questo caso l’apparato razionale non solo non serve a comprendere qualcosa che sfugge all’intelletto umano, ma è addirittura dannoso, perché ti porta fuori strada, non puoi applicare la logica, l’intelligenza, il raziocinio, la geometria euclidea o quella analitica cartesiana, il principio di non contraddizione o quello delle scienze empiriche e naturali nella ricerca dell’eternità, perché essa non ha corpo, non ha peso, non ha sostanza, non è misurabile, non è percepibile ai sensi, non si può dividere o sommare, sottrarre o moltiplicare, non si può elevare a potenza e non se ne può estrarre la radice.
Si può però intuire, cioè cogliere all’improvviso nella sua immediatezza e nella sua essenza, o si può sentire come se fosse un brivido, un vortice, un’illuminazione, una vertigine, come esserne attraversati da parte a parte, solo in particolari condizioni, a me ad esempio è capitato di sfiorarla quando da bambino ascoltavo rapito i racconti favolosi degli anziani, tutto ciò che dicevano, i fatti e le persone che invocavano, erano per me simili ad esseri mitologici, che ti trasportavano nell’incanto, dove ogni cosa era possibile.
Da bambini questo senso di infinito, di assoluto è presente in tutto ciò che facciamo, solo a quell’età è possibile provare un senso di amore sconfinato per tutto ciò che ci piace e un odio altrettanto intenso per tutto ciò che non ci piace, quante cose abbiamo amato da piccoli molto più di quanto amiamo le persone da adulti.
Forse questo amore infinito per la natura che ci circonda è presente anche nelle civiltà primitive e agli albori della storia, anche se non dovessimo simpatizzare con la teoria ottocentesca dell’ontogenesi che ricapitola e ripercorre i passi della filogenesi; poi crescendo e credendo di essere evoluti ci siamo relativizzati, non riusciamo più a tuffarci nell’assoluto, dovunque costruiamo solidi confini entro cui vivere ogni nostra esperienza, ci ridimensioniamo, scambiamo (come scrisse Freud) il nostro piacere assoluto per un po’ di sicurezza e di tranquillità.
Da adulti facciamo rumore, da bambini eravamo rumore; da adulti possiamo anche amare qualcuno, da bambini eravamo amore, oggi possiamo anche fare le proteste per salvare il clima e la natura, il selvaggio era la natura, ad essa apparteneva completamente (pulvis eris, et in pulverem reverteris).
O la scorgevo nel bisbiglio delle donne che parlano fra di loro sottovoce e si tramandano chissà quali segreti, nella zona più recondita della loro casa, al sicuro da orecchie estranee e dove anche i maschi erano esclusi, eccetto i bambini, orecchie innocenti; o nell’assistere ad un’agonia lenta e dolorosa, nel mistero della morte in cui cala all’improvviso una sorta di smarrimento, terrore e di rispetto.
Prima ancora che da Frinico, Eschilo, Sofocle ed Euripide, prima che Tespi, l’antico attore greco, si contrapponesse al coro del ditirambo ingaggiandolo in un dialogo, in una dialettica, in una drammatizzazione, prima dei riti in onore di Dionisio, la tragedia greca nasce dalle chiacchiere che le donne si scambiavano privatamente nel gineceo, la parte più intima della loro casa, il coro di una tragedia ricalca la voce delle donne, il loro punto di vista sulla realtà e sulla quotidianità.



Dolomiti - Tre Cime di Lavaredo

Dolomiti - Tre Cime di Lavaredo




Le donne si contrapponevano fra di loro incalzandosi con domande e risposte, come gli exarcontes (i capi corifei) del ditirambo intonato durante il culto di Dioniso, nei loro discorsi, proprio come nell’antico rituale prima e poi nella tragedia, le donne sfioravano il sacro e il profano, le passioni umane, l’intelligenza, la gioia, il terrore, la ragione, l’identità, il vivere civile (la vita sociale), l’educazione dei fanciulli, il sesso, la fertilità, la bellezza, la giovinezza, il coraggio, la virilità, le imprese eroiche e la morte.
L’intera cultura, l’arte, il pensiero, in Grecia antica furono assorbiti dall’immane compito di negare la morte sul piano estetico ed esistenziale, creando opere eterne ed immortali, compiendo gesta eroiche per le quali si sarebbe stati ricordati per l’eternità, credendo fermamente che la vera morte non fosse quella decretata dal cuore che smette di battere e dal cervello che smette di pensare, ma dall’oblio, dal silenzio e dallo smettere di ricordare, dalla cancellazione della memoria collettiva.
Tespi è l’elemento maschile che irrompe come attore e antagonista nella costruzione sociale della realtà che facevano le donne all’interno della casa e che trasmettevano ai propri figli, rendendo così questa loro costruzione la realtà dominante: fu la prima persona a recitare indossando una maschera (che significava la completa fusione fra l’interprete e ciò che interpretava) a non rivestire un ruolo sacro, pur impersonando il ruolo di un Dio o di un eroe.
È l’unico anche a mantenere sulla scena il suo Io individuale che si contrappone al coro, che rappresenta la collettività del rito sacro. E’ l’unico a mantenere la sua attività, contro la passività del coro e degli spettatori, che non partecipano più attivamente al rito, ma vi assistono inerti, solo così si genera la catarsi, che non è alienazione ed annullamento dell’identità fino all’estasi (uscire fuori di sé) e all’orgiasmo dionisiaco, come nel rito, ma liberazione da tutto ciò che ostacola una più completa conoscenza di sé, inizia a vedere ciò che ha sempre saputo, ciò che i non iniziati non vedono.
Scrive Nietzsche a questo proposito: “L’incantesimo è il presupposto di ogni arte drammatica. In questo incantesimo chi è esaltato da Dioniso vede se stesso come Satiro, e come Satiro guarda a sua volta il dio, cioè nella sua trasformazione egli vede fuori di sé una nuova visione, come compimento apollineo del proprio stato. Con questa nuova visione il dramma è completo”. (Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, p. 60).
L’eternità la cogli nella voce ambrata, latte e miele, di una donna innamorata nell’atto di godere di te, una voce che ti da i brividi perché sembra emergere dalla notte dei tempi, quando sorse primigenia la luce, la vita e l’unione fra i sessi, la cogli nel momento sacrale in cui violi, gradito e invitato, una intimità, in cui cioè i confini dell’Io, di sé e dell’altro, si dissolvono e tu ti lasci scivolare in un’ebbrezza infinita, in uno stupore attonito depersonalizzante e derealizzante che crea angoscia e piacere, ansia e godimento, perché ti perdi sapendo di ritrovarti.
La cogli sulla vetta di una montagna, in fondo al mare, sul ciglio di un abisso, nel placido mormorio di un ruscello di montagna, nell’aria frizzante del mattino, nell’odore di bosco e di legna, cullato dalle onde oceaniche mentre riposi nell’amaca della cabina di un veliero di lungo corso, nel sapore del pane e del salame com’erano un tempo, in una intuizione improvvisa, in un guizzo, in un lampo della mente tua o altrui, in un sorriso, in un ammiccare di ciglia, in una moina o in una camminata …








Teatro Greco di Siracusa

Maoi che guardano la Via Lattea - Isola di Pasqua


Camilleri l’eternità vorrebbe coglierla in quelle antiche pietre del teatro greco di Siracusa, eterne non perché esistono da sempre, ma perché hanno catturato le parole dette e quelle recitate, hanno ascoltato Edipo, Oreste, Eracle, Medea, Ippolito, Andromaca, Elettra, Ifigenia, Agamennone, Ulisse, …, che dipanavano gli eterni temi del tragico, che affonda le mani nelle origini stesse dell’esistenza dell’uomo e libra le sue ali fino ad oggi.
Le voci degli eroi vengono dalla terra, di Ettore, Achille, Agamennone, Menelao, Aiace, Diomede parla la terra, parlano le pietre, parlano gli zoccoli dei loro cavalli che scalpitano sul selciato, di Ulisse no, invece, di lui parla la voce del mare, le onde di bonaccia o quelle di burrasca, ne parlano le Sirene, ne parlano Scilla e Cariddi dal più profondo del mare, ne parla Nausicaa che raccolse l’eroe dal mare e al mare lo restituì, perché al mare apparteneva.
Noi uomini moderni siamo più inclini ad essere più degli uomini drammatici che tragici, mentre la tragedia è già nota ed è eterna perché appartiene al destino stesso dell’uomo, del dramma non si conosce il finale, non sappiamo come andrà a finire, è aperto a molteplici sviluppi e ad un’infinità di conclusioni.