martedì 1 dicembre 2020

LA COMARE DI BATH (IL PROLOGO)











FRAMMENTO III



Prologo DELLA COMARE DI BATH

Prologo al Racconto della Comare di Bath

[Brano estratto da Geoffrey Chaucer, Canterbury Tales, I racconti di Canterbury, 1387 circa, ed Mondadori, Milano, 1986, p. 97-111].


«Non ci fosse altra autorità al mondo, a me basterebbe l’esperienza per dirvi quanti guai ci sono nel matrimonio. Difatti, signori miei, di mariti alla porta di chiesa ne ho avuti cinque (tante sono invero le volte che mi sono sposata!), e tutti a loro modo erano uomini in gamba. Però, non molto tempo fa, m’è stato detto che, siccome Cristo più d’una volta non si recò a nozze, a Cana in Galilea, con quell’esempio m’avrebbe avvertito che anch’io più d’una volta non avrei dovuto sposarmi. E sentite poi che aspre parole disse Gesù, Dio e uomo, rimproverando la Samaritana presso il pozzo: “Cinque mariti hai già avuto”, le fece “ma l’uomo che ti ha sposato ora non è tuo marito!”. Proprio così le fece. Che cosa veramente intendesse, non lo saprei dire. Ma, mi domando io, perché mai il quinto uomo della Samaritana non doveva essere suo marito come gli altri? Era forse stabilito quanti mariti dovesse avere? In vita mia non ho mai sentito parlare a questo proposito d’un numero definito. La gente può mettersi a discutere e a questionare fin che vuole, ma io so, senza tante storie, che Dio ci ha espressamente comandato di crescere e di moltiplicare: è questo che per me fa testo. So che ha pure detto che mio marito avrebbe dovuto lasciare il padre e la madre per prendere me, ma non ha mai fatto menzione d’alcun numero, né di bigamia né di … ottogamia. E allora perché accanirsi tanto? Ecco, pensate al saggio re messer Salomone: credo che di mogli ne avesse altro che una! [«… Ed ebbe settecento principesse per mogli e trecento concubine» (I Re, 11, 3)]. Dio volesse che anch’io potessi rinfrescarmi almeno la metà di lui! Quanta grazia di Dio con tutte quelle mogli! Nessun uomo al mondo n’ebbe mai tanta … Dio solo sa quante volte questo nobile re, m’immagino marciasse allegramente all’attacco con ciascuna di loro la prima notte, gagliardo com’era! Ma, grazie al Cielo, i miei cinque me li sono sposati anch’io! E benvenuto il sesto, quando capiterà! Infatti, dico la verità, di far la verginella non me la sento proprio. Una volta che mio marito da questo mondo se ne sia andato, posso benissimo sposarmi con qualche altro cristiano, perché allora, come dice l’apostolo [San Paolo], sono di nuovo libera, a Dio piacendo, di maritarmi con chi voglio. Non dice affatto che sia peccato sposarsi … anzi, meglio sposarsi che ardere. Che m’importa se la gente parla male di Lamech e della sua bigamia? [La Bibbia cita due persone col nome di Lamech o Lamec, uno discendente di Adamo e di Set, figlio di Matusalem, padre di Noè (Genesi, 525-31), l’altro discendente di Caino, sempre figlio di Matusalem ma non fa alcun riferimento a Noè, ebbe due mogli: Ada e Zilla o Sella (Genesi, 4, 18-34)] … So benissimo che Abramo era un sant’uomo, e così Giacobbe, da quanto mi risulta: eppure ciascuno di loro ebbe più d’un paio di mogli; e così molti altri uomini santi. Da che mondo è mondo, quando mai avete visto l’Altissimo proibire espressamente il matrimonio? Avanti, ditemelo. E dove mai ha imposto la verginità? Vi assicuro, lo so anch’io che, parlando di verginità, l’apostolo disse di non avere al riguardo nessun precetto. Si può si, consigliare a una donna di rimanere casta, ma un consiglio non è mai un comandamento. Insomma, Dio si fida del nostro buon senso. Se avesse veramente imposto la verginità, avrebbe con quell’atto condannato il matrimonio. E allora, se non si spargesse nessun seme, anche chi è vergine come farebbe a nascere? Paolo non se la sentì proprio d’imporre una cosa sulla quale dal suo Maestro non aveva nessuna prescrizione. Ecco, mettiamola in palio, la verginità: l’acchiappi chi può, vediamo chi corre meglio. Non si tratta di qualcosa che va bene per tutti, ma solo per chi, a Dio piacendo, ne abbia la forza. So bene che l’apostolo era vergine; però, sebbene scrivesse e dicesse di volere che tutti fossero come lui, questo non era altro che un consiglio alla verginità. E dato che con me è già stato così indulgente da permettermi di diventare una moglie, non ci sarebbe niente di male se, una volta morto il mio compagno, mi risposassi; non si tratterebbe cioè di peccato di bigamia. “Meglio sarebbe non toccar donna …” [“Riguardo a quanto mi avete scritto, è bene per l’uomo non toccare donna …” (Paolo, 1 Corinzi, 7,1)], però l’apostolo voleva dire nel suo proprio letto, tra le sue coltri, perché mettere insieme fuoco e paglia è pericoloso … Voi capite l’immagine di questo esempio. Insomma, lui riteneva la verginità più perfetta della fragilità del matrimonio. Ma io di fragilità parlerei piuttosto se lui e lei vivessero casti tutta la vita. Dico francamente la verità: a me la verginità non fa nessuna invidia, anche se sia preferibile alla bigamia. C’è a chi piace rimaner puro di corpo e di spirito: io mi accontento del mio stato. Sapete, nella casa di un signore non è che tutti i vasi siano d’oro: ce ne sono anche di legno, eppure servono al padrone. Dio ci chiama a sé in diversi modi, e ciascuno ha da Dio il suo dono particolare: chi questo e chi quello, come a lui piace. Gran perfezione è la verginità, e così pure la continenza unita alla devozione. Ma Cristo, che è fonte di perfezione, non a tutti ordinò di andare a vendere quel che avevano per darlo ai poveri, seguendo così la sua strada. Egli parlava a quelli che vogliono vivere perfettamente. Però, signori miei, con vostra licenza, io non sono fra questi. Il fiore dei miei anni io lo voglio dedicare agli atti e al frutto del matrimonio. E poi, insomma, ditemi: a che scopo furono fatti gli organi della generazione? e perché in modo così perfetto? State pur certi che per niente non vennero fatti. Disputi chi vuole, e dica il pro e il contro, che vennero fatti per depurare l’urina, e che quelle due coserelle servono solo per distinguere una femmina da un maschio e basta … Ah, dite di no? In pratica sapete bene che non è così! Ma tanto perché i chierici non se la prendano con me, dico questo: che vennero fatti sia per una ragione che per l’altra, cioè sia per la praticità che, a Dio piacendo, per godimento di genitura. Se no, perché starebbe scritto nei libri che il marito deve pagare il suo debito alla moglie? E con che cosa pagherebbe, se non usasse il suo bravo strumento? Vedete dunque che vennero dati a tutte le creature sia per depurare l’urina che per procreare. Con ciò non dico che tutti quanti, avendo l’arnese che vi ho detto, siano obbligati a usarlo solo per procreare, perché allora nessuno si prenderebbe più cura della castità. Cristo era vergine, pur essendo un vero uomo. E così, da che mondo è mondo, ci sono stati molti santi che hanno trascorso la loro vita in perfetta castità. Io, però, i casti non li invidio. Loro saranno puro seme di frumento, mentre noi maritate ci chiamiamo pan d’orzo: eppure dice Marco che, di pan d’orzo, Gesù nostro Signore tolse la fame a parecchia gente. Insomma, io m’accontento dello stato in cui Dio ci ha chiamate, e non sto a fare la preziosa. Da brava moglie, voglio usare quella mia cosa con la stessa generosità con cui il Creatore me l’ha data. Dio me ne guardi dal fare la schifiltosa! Mio marito potrà prendersela sera e mattina, ogni volta che avrà voglia di farsi pagare il suo debito. E voglio un marito che non si tiri indietro, che mi sia sempre debitore e schiavo e, fin quando sono sua moglie, abbia le sue tribolazioni nella carne [Si riferisce alle parole di Paolo: “Se però prendi moglie, non pecchi; e se una vergine si marita, non pecca; ma tali persone avranno tribolazione nella carne, e io vorrei risparmiarvela” (1 Corinzi, 7, 28)]. Fin che vivo, son io che ho diritto sul suo corpo, non lui. Così dice l’apostolo, e ai nostri mariti raccomanda di amarci come si deve, raccomandazione che mi garba in tutto e per tutto …».












A questo punto saltò su l’Indulgenziere: «Signora» disse «per Dio e per San Giovanni, voi sapete perorarla bene la vostra causa! Povero me, ero lì lì per prendere moglie: perché dovrei pagarla tanto cara con la mia carne? Forse è meglio che per ora non mi sposi!».  «Eh, aspetta!» fece lei; «il mio racconto non è neanche incominciato. Dovrai sorbirtene un altro barile prima che io abbia finito, ma altro che birra ti dovrai bere! Quando poi ti avrò raccontato la mia storia sui triboli del matrimonio - io me ne intendo, perché ho passato tutta la mia vita sotto quella frusta -, allora mi dirai se vuoi ancora bere dalla botte che spillerò. Attento, prima di fare quel passo: d’esempi te ne posso portare a decine. Chi non approfitta dell’esperienza altrui, diventerà lui d’ammonimento agli altri. Queste precise parole scrive Tolomeo: leggi il suo Almagesto, e le troverai». «Ma vi prego, signora» disse allora l’Indulgenziere «se non dispiace a voi, come avete incominciato, finite pure la vostra storia. E non state a far risparmi con nessuno: insegnateci con la vostra pratica, a noi che siamo giovani».

«Ben volentieri», disse lei «se vi fa piacere. Prima però, vorrei pregare tutta la compagnia che, se qualche volta parlo a vanvera, non se l’abbia a male per ciò che dico; ho solo intenzione di scherzare. Ed ecco, signore, ora vi racconto la mia storia … Non vorrei poter più bere né vino né birra, se non dico la verità, ma dei mariti che ho avuto tre erano buoni e due cattivi. I tre buoni erano ricchi e vecchi, a stento riuscivano a far fronte ai patti con cui s’erano vincolati a me. Capite bene cosa voglio dire, perdio! M’aiuti il Cielo, ma mi vien da ridere a pensare con che fatica di notte li facevo lavorare! mentre a me, parola mia, non me ne importava niente. Ormai m’avevano dato terre e denaro: non c’era più bisogno che mi dessi da fare per conquistarne l’amore o riverirli. Mi amavano già tanto, perdio, che non sapevo più che farmene del loro amore! Una donna di giudizio, certo, fa di tutto pur di ottenere l’amore quando ne sia senza. Ma siccome quelli erano completamente in mano mia e mi avevano dato tutte le loro terre, perché avrei dovuto preoccuparmi d’accontentarli di più di quanto mi desse comodo e profitto? Li facevo già tanto lavorare, parola mia, che spesso di notte cantavano il miserère! Non era per loro, ve l’assicuro, il prosciutto che certi uomini prendono a Dunmow nell’Essex [Anticamente in alcuni priorati delle contee inglesi, come Dunmow nell’Essex, Wychnoure nello Staffordshire, veniva offerta una coscia di prosciutto o un quantitativo di fette di bacon, a ciascuna coppia che dopo un anno e un giorno di matrimonio era pronta a giurare di essere felice e che non avevano rimpianti. La consuetudine veniva denominata ‘flitch of bacon custom’, e pare che fossero rare le coppie che si aggiudicavano il suino stagionato. Sembrava che questa tradizione fosse scomparsa agli albori del XVIII secolo, invece a Dunmow sembra essere ancora in vita, ed ogni anno la coppia designata viene portata in corteo]».

Me li governavo così bene a modo mio, che ciascuno era felice e contento di portarmi gaie cose dalla fiera. Erano poi lietissimi se qualche volta li prendevo con le buone, perché di solito Dio sa come li investivo malamente. Ecco, sentite come mi comportavo, soprattutto voi sagge donne mi capite. Così bisogna parlare e metterli nel sacco, tanto non c’è uomo che sappia spergiurare e mentire neppure la metà di una donna. Non vi dico questo, pensando che le donne non siano giudiziose, ma solo in caso che agiscano inavvertitamente. Ah, una donna di giudizio che sappia il fatto suo, riesce a fargli credere persino che una cornacchia può impazzire, chiamando poi a testimone la fantesca che con lei è d’accordo [Jeoffrey Chaucer narra la storia di un marito geloso (Racconto dell’Economo, a sua volta preso pari pari da Ovidio, Metamorfosi, II, 531-632) che lascia una cornacchia a guardia della moglie; l’uccello al ritorno dell’uomo fa la spia delle scappatelle della consorte, ma questa, d’accordo con la sua fantesca, fa credere all’uomo che la cornacchia sia impazzita, protesta la sua innocenza e pretende che l’uomo uccida la bestiaccia spiona]. Ma sentite come dicevo io: «Messer vecchio cagnolone, è tutto qui il suo corredo? Guarda com’è elegante la moglie del vicino! Lei fa sempre bella figura dovunque vada, mentre io me ne sto chiusa in casa perché non ho uno straccio decente. E tu che fai, sempre in casa della vicina? È tanto bella? Ne sei tanto innamorato? Che hai da parlottare sempre con la serva? Benedicite, messer vecchio sporcaccione, devi piantarla coi tuoi sollazzi! Quando poi io, senza colpa, ho un compare o un amico, tu ti metti a latrare come un demonio se solo vado o m’intrattengo in casa sua! Torni sempre ubriaco come un sorcio ed hai il coraggio di far la predica dal pulpito! Mi vieni a dire ch’è una gran disgrazia sposare una donna povera, perché costa; se è ricca e di gran paraggio, allora dici che è una tortura sopportarne la superbia e le mattane; se poi è bella, brutto mascalzone matricolato, dici che ogni vizioso la vorrebbe e che non può rimanere onesta una che viene sempre assalita da ogni parte. Insomma, c’è chi ci vuole per la nostra ricchezza, chi per le nostre forme e la nostra bellezza; questa perché sa cantare o ballare, quella perché è garbata e parla bene, quell’altra perché ha mani e braccia graziose; così, a sentir le tue storie, tutte vanno al diavolo. Dici che non c’è muro di castello che tenga, quando è così a lungo assalito da ogni parte. Se poi è brutta, dici che smania per ogni uomo che le capita sotto gli occhi e gli salta addosso come una cagna, finché non trova qualcuno con cui mettersi a contrattare. A sentir te, non c’è oca nel lago, per grigia che sia, che voglia starsene senza maschio. Perché è difficile, dici, tenersi qualcosa che nessuno ti fa la grazia di volere. Ecco che cosa dici, buono a nulla, quando vieni a letto; e aggiungi che nessun uomo di buon senso dovrebbe mai sposarsi, né chi voglia andare in paradiso. Che un colpo secco di tuono e un lampo di fuoco ti spezzino quel tuo collo raggrinzito! Mi vieni a dire che muri cadenti, fumo e moglie brontolona fanno scappare l’uomo di casa [È uno dei Proverbi di Salomone]. Ah, benedicite! con un simile vecchio, come si fa a non brontolare? Dici che noi donne teniamo nascosti i nostri difetti fin che non siamo al sicuro, e che poi li mettiamo bene in mostra; bel proverbio da spiritoso! Dici che i buoi, gli asini, i cavalli e perfino i cani vengono messi alla prova diverse volte, e così i catini e le bacinelle, prima di essere comprati, e cucchiai e sgabelli e altra simile roba. Ma delle mogli no, nessuno fa la prova finché non si siano sposate; e dici che allora finalmente, vecchio maligno rimbambito, mettiamo in mostra i nostri difetti. Dici anche che mi offendo se tu non ti metti a lodare le mie bellezze, e non mi guardi negli occhi e mi dici ‘cara’ di qua e ‘cara’ di là; o se non mi festeggi il giorno del compleanno con nuovi abiti eleganti, se non porti rispetto alla balia e alla fantesca in camera mia, alla gente di mio padre e ai suoi soci. Ecco che cosa dici, vecchio barile di fandonie! A proposito poi di Gioacchino, il nostro apprendista, solo perché ha i capelli ricci che risplendono come l’oro, e mi fa qua e là qualche servizio, ti sei lasciato prendere da tutti quei sospetti infondati. Io, quello, non lo vorrei neanche se tu morissi domani! Dimmi piuttosto: perché, accidenti, mi nascondi sempre le chiavi dello scrigno? È roba mia come tua, perdio! Vuoi far passare madonna per un’idiota? Ah, no, per quel messere che è San Giacomo, se anche farai il matto, non sarai mai padrone del mio corpo e della mia roba. O l’uno o l’altra: è inutile che mi guardi con quegli occhi. Che bisogno c’è di star sempre a spiarmi e a sorvegliarmi? Sembra che tu voglia chiudermi nel tuo scrigno! Invece dovresti dire: moglie, va pure dove ti pare, divertiti, non permetterò a nessuno di far chiacchiere; so che siete una brava moglie, madonna Alice. A noi non piace l’uomo che si da cura e pensiero di dove andiamo: vogliamo essere libere noi. Beato fra tutti gli uomini il saggio astrologo, messer Tolomeo, che nel suo Almagesto dice questo proverbio: saggezza massima è di non curarsi mai di chi abbia in mano il mondo. Che in altri termini vuol dire: quando tu hai abbastanza, che t’importa, che t’interessa se gli altri se la spassano allegramente? A dire il vero, se permettete, vecchio babbione, di quella mia cosa ne avete ogni notte a sazietà. Ed è proprio un gran meschino chi vuole impedire ad uno di accendere la candela alla sua lanterna: non è che gli porti via la luce, perdio! Tu ne hai già abbastanza, e dunque smettila di lamentarti. Appena poi ci agghindiamo con un vestito e qualche prezioso ninnolo, eccoti subito a dire che la nostra castità è in pericolo; e, accidenti, ti fai forte citando le parole dell’apostolo. Voi donne vi acconcerete con abiti fatti di castità e verecondia, diceva lui, senza trecce nei capelli né gioielli vistosi e perle, senza oro e sontuose vesti. Ma per me il tuo testo e la tua rubrica non valgono più d’un moscerino. Anche questo hai detto: che io sono come una gatta. A una gatta basta strinare un po’ di pelo, e quella se ne sta rincantucciata in casa. Però, se la gatta ha il pelo liscio e lustro, non rimane a casa neppure mezza giornata, ma se  ne scappa via prima dell’alba a mettere in mostra la sua pelliccia e a miagolare. Il che vuol dire che se fossi elegante, messer farabutto, anch’io scapperei fuori a mettere in mostra la sottana. Messer vecchio balordo, che ti serve spiarmi tanto? 











Anche se tu pregassi Argo coi suoi cento occhi di farmi da guardiacorpo come meglio potesse, parola mia, non ci riuscirebbe se io solo volessi: caspita, saprei io fargliela in barba! Dici anche che ci son tre cose che scompigliano questo mondo, e che nessuno potrebbe sopportarne una quarta [“Tre cose fanno tremare la terra, anzi, quattro che non può sopportare: uno schiavo che diventa re, uno stolto che sguazza nella ricchezza, una giovane spregevole che trova marito, una schiava che soppianta la padrona” (Proverbi, 30, 21-23)]. Ah, caro messer mascalzone, Gesù t’accorci la vita! Ancora predichi e dici che una moglie odiosa è proprio una di queste disgrazie. Ma non ci sono altri esempi per le tue parabole, senza che c’entri una povera moglie? Paragoni l’amore di una donna a un inferno, a una terra sterile senz’acqua. Lo paragoni al fuoco greco, che più brucia più ha voglia di bruciare ogni cosa che s’incendi. Dici che, come i vermi rodono una pianta, così una moglie a poco a poco distrugge suo marito; e che questo, lo possono sapere soltanto quelli che si son legati a una moglie …”.

«Così, signori, come avete sentito … facevo toccar con mano ai miei vecchi mariti d’aver detto proprio così quando erano ubriachi. Tutto era falso naturalmente, ma io avevo per testimoni Gioacchino e mia nipote. Oh Dio, quante pene e quanti dolori davo a quei poveri innocenti, santa passione di Cristo! Mordevo e nitrivo come una cavalla. Ero io che mi lamentavo, pur essendo in colpa; altrimenti chissà quante volte l’avrei passata male. Chi per primo arriva al mulino, per primo macina. Io ero sempre la prima a lamentarmi, e così cessava ogni nostra guerra. Subito dopo erano ben felici di scusarsi per colpe che in vita loro non avevano mai commesso. Li accusavo di correre dietro alle ragazze, mentre, quelli, coi loro acciacchi, a stento si reggevano in piedi. Eppure ognuno in cuor suo si sentiva solleticato, perché pensava che mi preoccupassi di lui! Giuravo che le mie uscite di sera erano per spiare con che ragazze si accompagnasse. E con quella scusa ogni tanto me la godevo … Noi siamo nate con la furbizia addosso: in questa vita, inganni, piagnistei e filo da torcere, Dio ne ha dati alle donne in grande abbondanza. D’una cosa mi vanto: che con l’astuzia o con la forza o in qualche altro modo, brontolando e grugnendo continuamente, alla fine avevo sempre partita vinta. Soprattutto a letto se la passavano male perché li strapazzavo sempre senza lasciarli mai godere. Appena sentivo che lui mi toccava i fianchi, non volevo più rimanere a letto, finché, per scusarsi, non mi regalava qualcosa, e allora finalmente gli permettevo di sfogare il suo capriccio. Lo dico sempre a tutti: guadagni chi può, perché ogni cosa ha il suo prezzo e a mani vuote non si acchiappa nessun falco. Pur di avere qualche vantaggio, sopportavo tutta la sua fregola facendo finta d’aver appetito, anche se a me il lardo stagionato non è mai piaciuto. Ecco perché avrei sempre preferito litigare. 

Ci fosse stato anche il papa seduto accanto a loro, a tavola non li avrei mai risparmiati: vi giuro che ribattevo parola per parola. Mi aiuti l’onnipotente e vero Iddio, se in questo istante dovessi far testamento, non avrei da lasciar loro neppure una parola che non sia stata resa. La facevo così lunga con le mie discussioni, che per loro era meglio arrendersi, altrimenti non avremmo mai avuto  pace. Perché, se anche si fosse messo a fare il leone inferocito, era sempre lui che alla fine avrebbe dovuto cedere. E allora gli dicevo: “Caro, venite a vedere com’è mansueta Wilkin, la nostra pecorella! Venite qui, mio sposo, lasciate che vi dia un bacio sul ganascino! Dovreste essere tutto paziente e buono, e aver coscienza tenera e scrupolosa, voi che tanto predicate la pazienza di Giobbe. Siate sempre tollerante, voi che sapete così bene predicare, se non dovremo insegnarvi noi come sia giusto lasciare in pace la moglie. Uno dei due deve per forza cedere: dato che l’uomo è più ragionevole della donna, tocca a voi essere paziente. Che vi prende per lamentarvi e brontolare in questo modo? È solo perché volete quella mia cosa? Ma prendetevela tutta, ecco, e tenetevela! Per San Pietro, accidenti a voi se non l’amate come si deve! Perché, se volessi venderla, la mia belle chose, potrei andarmene in giro fresca come una rosa, e invece voglio serbarla tutta per il vostro dente. Veramente siete voi, perdio, che bisognerebbe biasimare!”. Questi erano i discorsi che facevamo. Ma ora vi parlerò del mio quarto marito.

«Il mio quarto marito era un bagascione, ossia aveva un’amante … e pensare che io ero giovane e piena di foga, caparbia e forte, e allegra come una gazza! E come ballavo al suono dell’arpa! Sapevo anche cantare come un usignolo, appena avevo bevuto un sorso di buon vino. Neanche Metellio, quel lercio zoticone, quel porco che ammazzò la moglie a bastonate perché beveva vino (fossi stata io sua moglie!), non sarebbe riuscito a farmi smettere di bere [Di questo Metellio che uccide la moglie perché aveva bevuto del vino ne accenna lo storico Valerio Massimo nel suo Factorum et dictorum memorabilium libri IX]. E dopo il vino, dovevo subito pensare a Venere, perché, com’è vero che il freddo genera la grandine, così a bocca buona corrisponde buona coda! E donna vinosa è senza difesa, come in pratica sanno i lussuriosi. Ma, Cristo Signore! quando mi viene in mente la mia gioventù e la mia allegria, mi sento solleticare il cuore alla radice. Ancor oggi mi fa bene al cuore pensare che ai miei tempi me la son goduta. Ma gli anni, ahimè, che avvelenano tutto, mi hanno tolto bellezza e vigore … E che vadano, salute! il diavolo se li accompagni! La farina è partita, non c’è che dire: non mi resta che vendere come posso un po’ di crusca. Eppure ho ancora intenzione di stare allegra … ma torniamo ora al mio quarto marito. Come vi dicevo, avevo in cuore un gran dispiacere che se la spassasse con un’altra. Ma per Dio e per San Giossa [Santo bretone, fondatore d’un famoso monastero nella diocesi di Amiens. Questa parte della Francia divenne molto nota agli inglesi dopo le spedizioni di Edoardo III], me la pagò.  Gli feci una croce dello stesso legno: non che usassi del mio corpo in modo sconcio, ma, veramente, lanciavo agli uomini certe occhiate, da farlo friggere nel suo stesso grasso di rabbia e di cieca gelosia. Perdio, fui il suo purgatorio in terra, e perciò spero che la sua anima sia ora in paradiso! Dio sa quante volte dovette mettersi a sedere e cantare con le scarpe che gli facevano male! Nessuno al mondo, all’infuori di Dio e di lui, seppe mai in quanti modi lo tormentassi senza pietà. Morì al mio ritorno da Gerusalemme, e giace sepolto sotto l’arco del coro. La sua tomba, certo, non è preziosa come il sepolcro di Dario, lavorato con tanta finezza da Apelle: non sarebbe stato che uno spreco, seppellirlo con tanto lusso. Ma che stia in pace, e Dio lasci riposare l’anima sua, ora che è nella fossa dentro la bara!











«E passiamo a parlare del mio quinto marito. Dio voglia che la sua anima non vada all’inferno! Eppure con me fu il più mascalzone: ne risento ancora lungo tutta la nervatura delle mie costole, e sempre ne risentirò, fino al termine dei miei giorni. Ma a letto era così fresco e gaio, e per di più sapeva sollecitarmi così bene, quando aveva voglia della mia belle chose, che se anche m’avesse rotto tutte le ossa, avrebbe saputo subito riconquistarsi il mio amore. Credo di averlo amato più di tutti, proprio perché era duro nel suo amore per me. È proprio vero che noi donne abbiamo strani capricci a questo riguardo: appena c’è una cosa che non sia facile avere, vi piangiamo e strepitiamo dietro tutto il giorno; proibiteci una cosa, e noi vogliamo proprio quella; teneteci strette e noi scappiamo; con renitenza tiriamo fuori la nostra mercanzia: troppa gente al mercato fa salire il prezzo, e prezzo troppo modico fa scadere la merce. Son tutte cose che una donna di buon senso sa. Il mio quinto marito (Dio gli benedica l’anima!) , quello che sposai per amore e non per interesse, era stato per qualche tempo studente ad Oxford. Poi aveva abbandonato le scuole e s’era messo a pensione in casa della mia comare, che viveva nella nostra città. Dio le protegga l’anima, anche lei si chiamava Alice. E conosceva il mio cuore e le mie faccende private meglio del nostro parroco, vi assicuro. A lei confidavo tutto. Sia che mio marito avesse fatto una pisciatina contro un muro o qualcosa che avrebbe potuto costargli la vita, a lei, a un’altra donna fidata e a mia nipote, alla quale volevo molto bene, avrei raccontato ogni segreto. Dio solo sa quante volte lo facevo: e lui diventava tutto rosso e si accendeva in faccia di vergogna, rimproverandosi d’avermi fatto certe confidenze. 

Una volta, durante una quaresima (andavo spesso da mia comare, dato che m’è sempre piaciuto mettermi in ghingheri e andare verso marzo, aprile e maggio, a sentir chiacchiere da una casa all’altra) capitò che Giannino, lo studente, e la mia comare madonna Alice ed io ce ne andassimo a passeggio per i campi. Mio marito era a Londra per tutta la quaresima, e perciò avevo maggior comodo di svagarmi, di vedere e di farmi vedere da gente allegra. Come sapere altrimenti in che modo o dove far dono delle mie grazie? ragion per cui facevo le mie visite alle vigilie e alle processioni, alle prediche e ai pellegrinaggi, alle sacre rappresentazioni e ai matrimoni, sempre con le mie belle gonne scarlatte. Non c’era pericolo che i vermi, le tarme o i tarli me ne rodessero un solo filo. E sapete perché? … perché le avevo sempre indosso! Ma ora vi dico cosa mi capitò. Dunque, camminavo per i campi, quando questo studente ed io ci trovammo in tale confidenza, che col bel garbo gli parlai e gli dissi che se fossi rimasta vedova m’avrebbe avuta in moglie. Perché veramente, lo dico senza nessuna vanteria, in fatto di matrimoni non ho mai mancato di previdenza, e neppure in altre cose. Per me, cuor di topo non vale un fico quand’abbia un solo buco per scappare: se gli manca quello, è rovinato! … Gli detti a intendere che m’aveva stregata (mia madre mi aveva insegnato questa astuzia). Gli dissi che avevo sognato di lui tutta la notte: che voleva uccidermi mentre giacevo supina, e che tutto il mio letto era coperto di sangue; ma che pur speravo mi portasse bene, perché sangue vuol dire oro, a quel che m’hanno insegnato. E tutto era falso: non avevo fatto nessun sogno. Solo che, in questa come in tante altre cose, seguivo gl’insegnamenti della mia vecchia … Ma ora, signore, vediamo, che cosa stavo per dire? Ah si, perdio, ho ripreso il filo! 












Quando il mio quarto marito fu nella bara, naturalmente piansi, e feci il viso triste come bisogna che facciano le mogli, dato che c’è l’usanza, e mi coprii la faccia col fazzoletto.  Ma siccome m’ero già provveduta d’un compagno, non piansi gran che, ve l’assicuro. L’indomani mio marito fu portato in chiesa, seguito dai vicini che gli facevano il compianto: fra questi c’era anche Giannino il nostro studente. Dio m’aiuti! ma quando lo vidi camminare dietro la bara, mi parve che avesse un paio di gambe e di pieduzzi così netti e belli, che tutto il mio cuore gli diedi in signoria. Avrà avuto venti primavere, e io, a dir la verità, avevo quarant’anni, ma conservavo ancora denti da puledra. Ed erano denti ben distanziati che mi si addicevano: avevo così il marchio del suggello di Santa Venere [Nel medioevo si attribuiva a Venere, trasformata da dea dell’amore in santa cristiana, seppure mantenente la sua straordinaria bellezza, il diastema dentale, e lo si riteneva una canone  imprescindibile della bellezza femminile, come lo era un lieve strabismo, detto appunto strabismo di venere; questa caratteristica è scomparsa dagli attributi moderni di bellezza, ma se ne trova ancora traccia in donne affascinanti come Brigitte Bardot e Madonna]. M’aiuti Iddio, ma ero calorosa e bella, ricca, ancora giovane e ben fornita; e vi garantisco che, come dicevano i miei mariti, avevo la miglio quoniam che si potesse trovare [perché] che si potesse trovare. Difatti io appartengo sa Venere per il sentimento, ma il mio cuore è di Marte: Venere mi ha dato passione e cuore, e Marte il mio trepido ardimento. Il mio ascendente era il Toro, e Marte era nel Toro. Ahimè, ahimè, che amor fu mai peccato! Io ho sempre seguito la mia inclinazione per virtù della mia stella: perciò non ho mai saputo rifiutare a un buon diavolo la mia camera di Venere. E poi ho il segno di Marte sulla faccia e anche in un altro posto segreto … Dio mi perdoni, ma non ho mai saputo amare con discrezione. Ho sempre seguito il mio appetito, corti o lunghi, neri o bianchi che fossero; purché mi amassero, non stavo a guardare se erano poveri o di che rango. Che debbo dirvi? Alla fine del mese, l’allegro studente Giannino, ch’era così garbato, mi sposò con gran solennità, e io gli diedi tutte le terre e le rendite che prima erano state date a me. Ma dovetti subito pentirmene amaramente, perché non gli andava nulla di quello che mi piaceva.

Perdio, una volta, per avergli strappato una pagina da un libro, mi diede una tale sberla, che per il colpo diventai completamente sorda da un orecchio. Testarda lo ero, come una leonessa, e avevo la lingua d’una gran pettegola, e andavo sempre in giro da una casa all’altra, per quanto lui me l’avesse proibito. E perciò spesso mi faceva la predica, citandomi le gesta degli antichi romani; come quella d’un certo Simplicio Gallo che abbandonò la moglie e non ne volle più sapere, solo perché un giorno l’aveva vista guardar fuori dalla porta a capo scoperto. Mi nominò anche un altro romano che abbandonò la moglie, perché, a sua insaputa, una volta era andata ai ludi estivi. E poi cercava nella sua bibbia quel proverbio del Qoèlet che proibisce e vieta severamente a un uomo di lasciar andare in giro la propria moglie. Anzi, diceva esattamente così:


“Chi si costruisce la casa senz’alari,

Chi spinge il cavallo cieco nel fossato

e lascia che sua moglie vada per santuàri,

Merita sulla forca d’essere impiccato!”».

[In tutto il Qoèlet, o Ecclesiaste, non esiste un testo simile].



Ma era tutto inutile. Per me i suoi proverbi e i suoi antichi detti non valevano una gallozza, e non volevo che mi trovasse a ridire. Odio chi mi viene a far vedere i miei difetti, e Dio sa che non sono là sola. Questo lo mandava completamente in bestia, ma io non volevo cedere per nessun motivo. Ecco, per San Tommaso, vi voglio veramente raccontare perché gli strappai la pagina dal libro e perché mi diede quel tal colpo che mi fece rimaner sorda. Aveva un libro che si divertiva a leggere notte e giorno; lo chiamava "Valerio e Teofrasto", e con quel libro rideva sempre a crepapelle. C'entrava anche un letterato di Roma, un cardinale, detto San Gerolamo, con un suo trattato contro Gioviniano; c'erano pure Tertulliano, Crisippo, Trotula ed Eloisa, quella che faceva la badessa non lontano da Parigi; e poi le parabole di Salomone, l'"Arte" di Ovidio e molti altri testi, tutti rilegati in un unico volume. 











[Il libro dello studente comprendeva testi che avevano tutti per argomento l'infelicità dello stato matrimoniale: «Valerio» sta per un trattato storico in forma epistolare ("Epistola Valerii ad Rufinum de Non Ducenda Uxore") composto da Walter Map intorno al 1200; Teofrasto era noto anche per una sua opera sul matrimonio ("Liber de Nuptiis") e così San Gerolamo ("Epistola adversus Jovinianum") e Tertulliano (“De Monogamia"). Crisippo, più che con il filosofo stoico, sembrerebbe identificarsi con un personaggio menzionato appunto da San Gerolamo; mentre Trotula sarebbe una dotta ostetrica salernitana (undicesimo secolo), autrice di trattati sulle malattie delle donne, la cura dei bambini e l'uso dei cosmetici; Eloisa, «che faceva la badessa non lontano da Parigi», è senz'altro la sventurata amante di Abelardo]. 

Ogni sera e ogni giorno, appena aveva tempo ed era libero da altri impegni, leggeva quel libro che parlava di cattive mogli. Sapeva su di loro più vite e miracoli di quanti ve ne siano nella Bibbia su mogli virtuose. Certo, è impossibile che un letterato parli bene delle donne, a meno che non si tratti della vita di qualche santa; ma mai di nessun'altra. Chi dipinse il leone, ditemi, chi? [Allusione a una favola di Esopo, in cui un artista, in quanto uomo, dipinse il leone come più debole appunto dell'uomo, e venne perciò redarguito dall’animale].

… Perdio, se le donne scrivessero storie, come fanno i chierici nei loro oratori, direbbero degli uomini più male di quanto la razza d'Adamo possa mai riparare! I figli di Mercurio e quelli di Venere agiscono in modo completamente opposto: [«Figli di Mercurio» erano gli studiosi, che a quei tempi generalmente rimanevano celibi; «figlie di Venere» erano invece le donne.] Mercurio ama la saggezza e la dottrina, Venere le spese e le baldorie. E per la loro diversa disposizione, l'uno sale quando l'altra scende. Così, Dio sa perché, Mercurio nei Pesci cala, mentre Venere ascende; e Venere tramonta quando Mercurio sorge. Ecco perché il chierico non loda mai la donna. E quando è vecchio, non sapendo più compiere lavori di Venere che valgano una ciabatta, allora il chierico si mette a sedere e, nel suo rimbambimento, scrive che le donne non sanno tener fede al matrimonio!... Ma torniamo al punto, al perché, dicevo, venni percossa per un libro, perdio!... Una sera dunque, Giannino, mio marito, si mise a leggere il suo libro, seduto accanto al fuoco, incominciando da Eva, che col suo peccato portò alla rovina tutto il genere umano, motivo per cui fu ucciso lo stesso Gesù Cristo, il quale ci redense col sangue del suo cuore; ed ecco che già qui si trovava espressamente detto come la donna fosse la perdizione dell'umanità intera. Mi lesse poi come Sansone perdette i suoi capelli: mentre lui dormiva, la sua bella glieli tagliò con le forbici, e in seguito a questo tradimento egli diventò cieco da tutt'e due gli occhi. Poi, se non sbaglio, mi lesse di Ercole e della sua Deianira, la quale lo costrinse a darsi fuoco. Non si scordò neppure delle pene e dei dolori sofferti da Socrate con le sue due mogli, né di come Santippe gli buttasse la piscia in testa... quel poveruomo restò secco come un morto e s'asciugò il capo senza dir altro che: 'Prima tuona e poi piove!'. Arrivò perfino a dirmi che per lui la storia di Pasifae, regina di creta, era una soave storia... meglio non parlarne! è una cosa schifosa... quella sua lussuria e quel suo innamoramento! [Pasifae, moglie di Minosse, invaghitasi d'un toro bianco e accoppiatasi con lui tramite uno stratagemma inventato da Dedalo, generò il Minotauro]. La storia di Clitennestra poi, quella che per libidine fece uccidere il marito a tradimento, la lesse addirittura con devozione. [Con l'amante Egisto, Clitennestra uccise il marito Agamennone, e fu a sua volta uccisa dal figlio Oreste].

Mi raccontò anche in che circostanza Anfiarao perse la vita a Tebe: mio marito tirò fuori una leggenda sulla moglie di costui, Erifile, la quale, per una spilla d’oro, avrebbe di nascosto rivelato ai Greci in che punto si nascondesse suo marito, e perciò questi trovò a Tebe la malasorte. [Anfiarao, mitico re d'Argo e indovino; nella guerra contro Tebe cercò di sottrarsi alla morte nascondendosi, ma fu tradito dalla moglie Erifile, che i figli uccisero per vendetta]. Mi raccontò di Livia e di Lucilla, due che uccisero il marito: l'una per amore e l'altra per odio. Livia una notte avvelenò il marito perché non lo poteva più vedere. La lussuriosa Lucilla, invece, era così innamorata di suo marito che, per costringerlo a pensare sempre a lei, gli diede da bere un certo filtro d'amore che prima dell'alba lo fece morire. Ecco quale sarebbe il destino dei mariti! Mi raccontò poi come un certo Latumio si lamentasse con l'amico Arrio perché nel suo giardino cresceva un certo albero, al quale, disse, le sue tre mogli s'erano impiccate per cattiveria d'animo. 'Carissimo fratello,' gli disse Arrio ‘dammi un ramo di quell'albero benedetto, lo pianterò anche nel mio giardino!' Mi lesse casi più recenti di altre mogli: chi aveva ammazzato il marito a letto e s'era poi fatta suonar tutta la notte dall'amante, mentre il morto giaceva supino sul pavimento; chi lo aveva fatto fuori, conficcandogli un chiodo nel cervello mentre dormiva; e chi gli aveva messo il veleno nelle bevande. Disse più male di quanto il cuore possa immaginare; e per giunta sapeva più proverbi di quanti fili d'erba crescano al mondo. 'Meglio vivere con un leone,’ diceva 'o con un drago schifoso, che con una donna abituata a litigare.' Oppure: 'Meglio stare in alto sopra il tetto che con una moglie stizzosa dentro casa: sono così malvagie da odiare per dispetto tutto ciò che il marito ama'. Diceva: 'Una donna perde il pudore, appena perde la camicia'. E poi ancora: 'Una bella donna che non sia casta, è come un anello d'oro nel naso d'una scrofa'... Chi può capire, o anche solo immaginare, la pena e il tormento che avevo dentro il cuore? Vedendo che non la voleva mai finire di leggere tutta la notte quel maledetto libro, all'improvviso gliene strappai tre pagine, proprio mentre leggeva, e gli azzeccai un pugno così forte sulla guancia, che lui andò a finire riverso dentro il fuoco. Balzò su come un leone impazzito e mi cacciò a sua volta un tal pugno in testa, che rimasi stecchita sul pavimento. Vedendo che non mi muovevo più, si prese paura ed era lì per scappar via, quando all'ultimo ripresi i sensi: 'Ah, traditore ladro, m'hai ammazzata?' dissi. 'E m'hai così assassinata per le mie terre? Ma prima di morire, voglio darti un bacio'. Lui mi venne vicino, si mise in ginocchio, e disse: 'Licetta, sorellina cara, mi aiuti Iddio, non ti picchierò mai più! Se ho fatto questo, la colpa è stata tua. Perdonami, te ne supplico!'. Ma io di scatto gli diedi una botta sulla faccia e gli dissi: 'To', ladro, così almeno mi sono vendicata! Ora voglio morire, non posso più parlare'. Ma alla fine, con gran pena e fatica, riuscimmo a metterci d'accordo. Lui mi diede tutta la briglia in mano, lasciandomi il governo della casa e delle terre, come pure della sua lingua e delle sue mani, ed io gli feci subito bruciare il libro. E dopo che con astuzia riebbi tutto il comando e lui mi disse: ‘Mia cara fedele moglie, finché vivi fa' come vuoi; abbi cura del tuo onore e dei miei beni'... da quel giorno non facemmo più nessuna lite. M'aiuti Iddio, fui con lui gentile come nessun'altra moglie, dalla Danimarca all'India, e anche fedele; e così fu lui con me. Prego Iddio che, dall'alto della sua maestà, gli benedica l'anima con la sua dolce misericordia! Vi narrerò ora il mio racconto, se ancora avete voglia d’ascoltare».













Eccovi ora le parole scambiate fra il Cursore e il Frate.


Il Frate scoppiò a ridere, quand'ebbe udito tutto questo: «Eh, signora,» disse «ch'io possa aver gioia e beatitudine, se questo non è un lungo preambolo per un racconto!».

E il Cursore, sentendo il Frate sghignazzare, fece: «To', per le due braccia di Dio, un frate vuol sempre intromettersi da tutte le parti! Guardate, buona gente, fa come la mosca che va a finire in ogni piatto e su ogni faccenda... Cos'hai da dire sulla preambulazione? Ma va'! tu piuttosto ambula, trotta, cammina oppure mettiti a sedere, guastafeste che non sei altro!».

«Ah, è così, messer Cursore?» disse il Frate. «Ebbene, parola mia, prima d'andarmene, racconterò una storiella o due d'un cursore, da far ridere tutta la gente che è qui!»

«E invece, Frate, sia maledetta la tua faccia,» disse il Cursore «e maledetto me, se prima d'arrivare a Sittingbourne [A circa quaranta miglia da Londra]. non racconterò io due o tre storielle di frati, che ti faranno crepare il cuore, visto che pazienza non ne hai ...»

Gridò il nostro Oste: «Smettetela, e subito!». Poi soggiunse: «Lasciate che questa donna racconti la sua storia. Vi comportate come gente ingozzata di birra. Su, madonna, narrate il vostro racconto, che è meglio».

«Prontissima, messere,» rispose lei «come voi volete, se questo degno Frate lo permette...»

«Ma certo, signora,» fece costui «dite pure, sono tutt’orecchi!».


Qui termina il Prologo della Comare di Bath.