MISREAD




“Si scrive per popolare il deserto... per non morire...
per essere ricordati e per ricordare... anche per dimenticare...
anche per esser felici... per far testamento... per giocare...
per scongiurare, per evocare... per battezzare le cose...
per surrogare la vita, per viverne un'altra...
per persuadere e amorosamente sedurre... per profetizzare...
per rendere verosimile la realtà...
Tante sono, suppergiù, le ragioni per scrivere.
Una di più, ma forse una di meno (non ho contato bene),
delle ragioni per tacere”.

(Gesualdo Bufalino, Le ragioni dello scrivere).




"Ce qui se passe dans le domaine de l'écriture n'est-il pas dénué de valeur si cela reste «esthétique», anodin, dépourvu de sanction, s'il n'y a rien, dans le fait d'écrire une œuvre, qui soit un équivalent de ce qu'est pour le torero la corne acérée du taureau, qui seule – en raison de la menace matérielle qu'elle recèle – confère une réalité humaine à son art, l'empêche d'être autre chose que grâces vaines de ballerine?"
(Michel Leiris, De la littérature considérée comme une tauromaquie).


“Nessun piacere ha gusto per me se non posso comunicarlo. Non mi viene nell’anima una bella idea senza che mi dispiaccia di averla prodotta da solo, e di non avere a chi offrirla”.
(Michel de Montaigne, Essays, III, 9, p. 1325).



“No: in tanti casi è necessario e pietoso, – concluse Carlotta, – scrivere senza dir niente, piuttosto che non scrivere affatto".
(Wolfgang Goethe, Le affinità elettive).



Se scrivi ti seguiranno solo coloro che sanno leggere, chi ode la notte e chi beve l’alba non capirà le tue parole;
se scrivi in una determinata lingua, ti seguiranno solo coloro che comprendono questa lingua;
se scrivi su un sito internet ti seguiranno solo coloro che hanno una connessione internet e conoscono quel sito;
se scrivi su twitter ti seguiranno solo gli amanti della sintesi e i neotestamentari [“Sia il vostro parlare si, si; no, no (anche “Mi piace” è ammesso); il superfluo procede dal maligno” Matteo, 5, 37];
se scrivi su facebook ti seguiranno solo gli amanti del banale e del “mi piace che ti piaccia ciò che mi piace per piacerti”;
se scrivi su tumblr ti seguiranno solo i seguaci del copia-incolla, di quelli che alla fine pubblicano le stesse immagini, la stessa musica, gli stessi gif, che visto uno li hai visti tutti perché è un continuo “reblogged” l’uno dall’altro, come un amplesso cosmico;
se scrivi su un blog non ti seguirà nessuno, perché i blog sono morti e noi che ancora ci aggiriamo sulle loro macerie come ectoplasmi non ce ne siamo resi conto e non ci siamo resi conto che siamo morti anche noi con loro;
se scrivi un libro la cosa più probabile che ti possa accadere sarà che avrai abbattuto una foresta … inutilmente, a meno che tu non sia la nuova Emily Dickinson o il nuovo Fëdor Dostoevskij o che tu abbia scritto qualcosa che resti (ma cosa potrebbe ancora restare se non c’è più un flusso di cultura che si perpetua dalla notte dei tempi, un discorso che possa scorgere e conservare quanto di meglio venga detto, una memoria dei nuovi ed interessanti contributi, quando tutto è fruizione momentanea giocata su sentimenti che durano quanto le fiaccole di carnevale?);
se scrivi del sociale oggi dovrai mostrare il sangue, le turpitudini e le oscenità, dovrai sezionare cadaveri e rimestare anche più volte nel fango: perché questo s’intende oggi per sociale: mostrami qualcosa che faccia più schifo di me;
se scrivi di politica ti seguiranno tutti (perché tutti oggi parlano di politica), alcuni per insultarti perché ti ostini a non pensarla come loro, altri per elogiarsi visto che ci sei anche tu a dar loro ragione;
se scrivi di cultura ti seguiranno solo i narcisisti, perché oggi che la cultura non esiste più passa per cultura solo l’erudizione e lo sfoggio di nozioni che chissà per quale ragione dovrebbero porre queste persone parecchi gradini al di sopra degli altri;
se scrivi di te stesso, delle tue emozioni, delle tue sensazioni, dei tuoi pensieri .., che è davvero tutto ciò che puoi scrivere (e che finisci per scrivere anche quando ti sembra di parlare d’altro, anche quando ti nascondi dietro i paraventi più disparati) … non ti seguirà nessuno, perché a nessuno interessa conoscere chi sei, perché nessuno sa più chi o cosa è lui.




"Per il proseguimento o meno di una qualsiasi relazione – e per poter poi parlare di comunicazione interpersonale con più completezza – risulta determinante una forma di comunicazione, quella non verbale. Ecco dunque che per un comico o un cabarettista, per un manager, un prete o un professore, la comunicazione non è più solo uno strumento, ma diviene lo scopo supremo: farsi capire per poi provocare una reazione nell’uditorio (risata sana e liberatoria, dialogo costruttivo, contrizione o pentimento, apprendimento e crescita culturale).
La comunicazione odierna, fatta di velocità e aggressività, rischia di diventare noiosamente monotematica e omologata ai media e ai social. I due poli della comunicazione, l’emittente e il ricevente, oggi captano milioni di input più che di messaggi, a cui spesso reagiscono chiudendosi ancor di più in se stessi per cercare di decifrarli.
A mio parere, dunque, la comunicazione non verbale rimane oggi la forma basilare e più importante della comunicazione, quella dove si può essere ancora spontanei, creativi e soprattutto se stessi, riportando il significato della parola al suo etimo naturale, ovvero communicatio, “partecipazione”, il “rendere comune”. Spero si ritrovi questo senso soprattutto nella didattica scolastica, dove spesso chi insegna comunicazione non riesce a comunicare con chi ascolta, e nella politica, dove si assiste alla strumentalizzazione riduttiva e meschina del partecipare (ovvero si chiede di farlo agli elettori, ma non si partecipa alla loro vita).
Oggi si comunica tanto e si ascolta poco, ma l’ascolto è una disciplina essenziale nella comunicazione. Come disse Plutarco in L’arte di ascoltare, «la natura ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare".
(Enrico Bertolino).




"La più piccola parola
è circondata da acri ed acri di silenzio,
e perfino quando riesco a fissare
quella parola sulla pagina
mi sembra della stessa natura
di un miraggio, un granello di dubbio
che scintilla nella sabbia".
(Paul Auster).



Commenti

  1. Io sono immune da fb, tw, tumblr o come cavolo si chiama, non mi hanno mai catturata, non mi sono mai iscritta, e mai lo farò. Ma con i blog è diverso. Entrare in un blog per me, il più delle volte ... è come sedermi in un comodo divano e... rimanere in ascolto. Non ne "frequento" molti, questo è vero, però da quei pochi che frequento ricevo sempre qualcosa che in qualche modo mi fa crescere. Credo tu sia ingiusto nel dire che i blog sono morti e con loro anche noi. I blog hanno "respiro" anche nel silenzio. E se a volte si concedono delle pause o decidono di dire fine al loro percorso, basta andare a rileggerli qua e là, prendendo un post a caso, di un anno a caso, di un mese a caso, per ricominciare a sentire il " pum pum pum" del loro Cuore.
    Ciao Garbo.
    Ti abbraccio.
    Cri

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Forse il nostro affannarci intorno alle parole non è che un gioco di fortuite coincidenze. A volte mi pare che il vecchio Leibniz avesse ragione con le sue monadi, la sua metafisica della solitudine è struggente. Dopotutto è desiderio di lasciare un segno il nostro affanno, come le lumache che lasciano una scia di muco, a guardarlo fa senso ma senza quello non saprebbero andare avanti e poi basterà la prossima pioggia a lavare via tutto. La nostra comunicazione, quando comunichiamo, è immersa nel silenzio degli sguardi, delle espressioni, delle piccole pieghe della pelle e dei muscoli che non si condividono in rete. La nostra comunicazione è immersa nel silenzio della riflessione. Il silenzio si condivide stando l'uno di fronte all'altro, riflettendo appunto, come in uno specchio perché il silenzio stesso è uno specchio. C'è poco spazio per il silenzio nei social, lo specchio è rotto perché riflette immagini spaventose. "Oggi si comunica tanto e si ascolta poco" perché il silenzio che l'ascolto richiede ci parlerebbe della nostra assenza, ecco perché nei social quello che avviene è un immenso monologo collettivo, come disse Galimberti. Ci sono monologhi più interessanti di altri e a volte barlumi di comunicazione, fortunatamente ma come per tutte le nostre forme di comunicazione biosogna avere orecchie attente per ascoltare. Un saluto a te caro Garbo.

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  4. @ Cri,
    Quello che intendo dire con la frase lapidaria “i blog sono morti” non è soltanto il fatto che è diminuito paurosamente il loro numero complessivo, che non ci sono molte nuove aperture, che molti sono passati dal blog a facebook, a twitter, a tumblr e che dire adesso che hai un blog è come dire che giri ancora con la Topolino o un’altra qualsiasi macchina d’epoca, non solo datata, ma anche poco potente.
    È da qualche anno che anche chi rimane si lamenta della poca vitalità e ha ragione da vendere, il mio blog, aperto nel 2005 (http://garbo.ilcannocchiale.it/) aveva decine di commenti per ogni post, ogni argomento che proponevo veniva dibattuto, in qualche modo questa partecipazione ti ripagava in parte della fatica di scriverlo, del tempo che ci impiegavi a “confezionare” un discorso che potesse essere interessante e gradevole da leggere.
    Oggi noto una certa svogliatezza, quasi disinteresse … o meglio, disincanto, come se niente più fosse capace di destare la nostra attenzione o il nostro interesse; scriviamo di tanto in tanto di argomenti estemporanei e ogni post più che seguire il filo di un dialogo con altre persone che ci frequentano solitamente e in cui anche qualche estraneo può inserirsi perché si tratta di un dibattito più ampio che prosegue nei giornali, nei salotti, nelle aule di tribunale, nei palazzi della politica, nei centri della cultura, sembra più un’apparizione che ti crea stupore o indifferenza e che ti lascia attonito invece di stimolare il tuo pensiero e la tua partecipazione.
    Potrei farti un lungo elenco di blogs in cui lo scambio si limita ai saluti o non c’è alcuno scambio (una lunga serie di posts con nessun commento o con qualche commento straordinario, nel senso che è straordinario che ci sia, non per il suo contenuto).
    Non voglio dire che non esistano più blogs che scrivano cose interessanti, o coinvolgenti o emotivamente cariche, voglio dire che si è perso il contatto, il rapporto fra chi scrive e chi legge; oggi i posts (parlo soprattutto dei miei, ma mi pare di scorgere lo stesso intento nella maggioranza di blogs sopravvissuti) non hanno più un destinatario, sono solo la voce di colui che grida nel deserto, uno che sicuramente è in cerca di interlocutori, ma che non sembra averli ancora trovati o ne ha trovati così pochi che si sta chiedendo se non sia il caso di invitarli a bere un caffè e farsi una chiacchierata insieme invece di continuare un dialogo pubblico.
    Ma questo tipo di scrittura senza alcun destinatario a lungo andare deteriora il contenuto, perché nessuno dei lettori si sente davvero coinvolto anche emotivamente, nessuno pensa sia stato scritto (anche) per lui e nessuno sente davvero (anche) un po’ suo ciò che sta leggendo; e deteriora anche l’immagine soggettiva di chi scrive … in molti casi mi stupisco di leggere cose anche interessanti, anche molto ben scritte, ma che non riesco a far mie perché le sento un po’ “lasciate la” piuttosto che scritte per qualcuno e anche per me, le trovo distanti dei contenuti, come chi parlasse dell’ultima delibera che riguarda le norme edilizie del comune di Roccasecca, e non riesco a farmi un’idea abbastanza chiara e non banale su chi possa essere davvero la persona che scrive, quella che sta al di la dello schermo.
    Non so se è un’esigenza soltanto mia, ma mi pare di no, qualcun altro la pensa come me in questo, non si tratta soltanto di uno scambio di informazioni o di trovare qualcosa, uno scritto, una musica, un’immagine, un insieme di queste cose che possa darmi un’emozione, o stimolare e arricchire il mio pensiero; io, come Socrate, provo piacere a dialogare con le persone e trovo più interessante chi parla che ciò che dice.
    Un abbraccio.

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  5. @ Antonio,
    Io sono quanto di più diverso ci possa essere da Leibnitz, anche la mia formazione professionale è la psicoanalisi relazionale che ha il suo precursore in Ferenczi (allievo di Freud)) e in Sullivan e che ha avuto come esponente più noto e rappresentativo Stephen Mitchell, uno che scrive, ad esempio:
    “Tutte le motivazioni personali hanno una lunga storia relazionale. Se il Sé è sempre inserito in contesti relazionali, reali o interni, allora tutte le motivazioni importanti sono comparse e hanno preso vita e forma in presenza e attraverso le reazioni di altri significativi”. (Speranza e timore in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 147).
    Oppure:
    “Gli esseri umani si usano l’un l’altro non solo per cercare sicurezza, protezione, controllo e autoregolazione; attraverso l’interazione diventiamo vivi, sviluppiamo capacità e allarghiamo la consapevolezza personale in un modo che sarebbe impossibile in isolamento”. (Ibid., p. 149).
    “Desiderio di lasciare il segno” senza dubbio, ma la motivazione immediata di una relazione è la piacevolezza dello stare insieme, e la memoria di questa piacevolezza non viene cancellata da alcuna pioggia… nemmeno la morte riesce a scalfirla … e ti parlo per esperienza personale.
    Concordo con te quando dici che si potrebbero (il condizionale è mio) cogliere molti più aspetti di un’altra persone se solo potessimo osservare il linguaggio corporeo, non verbale, molto più legato all’emotività di una persone, ma non è detto che ciò avvenga o che sia così scontato, perché se uno è cieco lo è sia che si trovi di fronte ad un monitor sia che si trovi di fronte ad una persona e, nello stesso tempo, anche di fronte ad un monitor potresti farti un’idea non banale di un’altra persona e di ciò che sta vivendo in quel momento.
    L’immagine di Galimberti dell’immenso monologo collettivo è affascinante, ma siamo proprio sicuri che questo monologo sia circoscritto ai “social”? Le difficoltà relazionali non sono il morbo del secolo(o del periodo storico) che miete più vittime del cancro e delle malattie cardiovascolari insieme? Tutto questo parlare di “relazione” non avviene forse perché la relazione fra gli esseri umani oggi è un problema?
    Io credo che ci sia una grossa difficoltà a considerare l’altro come “altro”, a non volerlo a tutti i costi addomesticare, prevedere, similizzare, cooptare, antropofagizzare perché sia meno terrificante ed impegnativo, meno inquietante; molte separazioni e divorzi avvengono quando si affaccia alla mente di qualcuno dei coniugi che il proprio partner è appunto un’altra persona e non un’estensione di sé.
    Naturalmente, il tentativo di eliminare l’altro, la polarità dialettica esterna al mio essere ciò che sono, elimina, o elide, o deteriora moltissimo la costruzione della propria identità; senza un autentico scambio con un altro esterno e reale non avviene una costruzione del Sé altrettanto autentica e reale, ma ciò che Bauman definisce un soggetto liquido, indeterminato, che non ha più soltanto idee confuse, ma sentimenti confusi, che non sa più chi è né cosa vuole, uno che si approccia agli altri cercando di scorgere l’immagine di chi è e di cosa dovrebbe volere per essere felice (o per trovare la piacevolezza nel rapporto di cui parlavo prima), uno che, come dice Corrado Guzzanti, va "a dentoni".
    Ciao

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  6. Caro Garbo, il mio richiamo a Leibniz è una manifestazione di scoramento ma la sua monadologia resta, a mio avviso, una metafisica della solitudine che raramente ho trovato in altre opere filosofiche e letterarie. Una manifestazione di scoramento è anche l'esergo del mio blog. Quella frase di Saramago, decisi di metterla molto tempo dopo l'apertura del blog, quando mi resi conto che il desiderio di aprire una tavola rotonda, un circolo virtuale era miseramente naufragato. Senza addentrarsi nel sé relazionale, e non conosco altre forme di sé che non siano patologiche, e rimanendo al semplice scambio di opinioni (che semplice non è mai se c'è veramente scambio), è evidente che l'argomentazione richiede un continuo percorso di andata e ritorno e in questo percorso si arricchisce di elementi che neanche erano presenti all'inizio o lo erano solo in nuce. La chiamano dialettica! Immagina cosa sarebbe un dialogo qualsiasi di Platone se alla prima frase di Socrate un Alcibiade pigro dicesse "mi piace" e al secondo tentativo di Socrate di far dire qualcosa al suo interlocutore questi rispondesse...con il silenzio! Questo sono i nostri scambi, oddio non proprio i nostri, ma molti di quelli che si osservano in rete. L'affermazione di Galimberti merita attenzione proprio perché rivela il lato patologico della rete. Ne abbiamo parlato (scritto) altre volte, non c'è da parte mia demonizzazione o cieco entusiasmo, noto soltanto che la "facilitazione" della comunicazione spesso la banalizza, come l'uso continuo di una protesi che potenziasse le nostre gambe le porterebbe inevitabilmente all'atrofia. Un saluto a te e Nair/Cri.

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  7. Hola Garbo, Palomita es así, se establece aquí con nosotros, pero los tres primeros días después de que te has ido no descansaba no tocar a nadie. Ahora, sin embargo, acepta la proximidad de Maya y sólo fue hasta Aguilar de la Frontera con ella que montaba. Creo que se le pasa el lote, y todos te echo de menos ya.
    ¡Adiós, Ines.
    Escribimos porque tenemos el boligrafo :-)

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  8. Paoletta82.ilcannocchiale.it17 dicembre 2014 15:31

    Era un pò che non passavo di qui e con piacere ora che ci ritorno trovo un post in cui mi trovo tantissimo! PRoprio in questi giorni facevo delle considerazioni simili e quando ora ti leggevo mi sembrava di ripercorrere un pò i pensieri che mi hanno attraversato la mente qualche sera fa.
    Cavolo, cmq posso dirla una cosa? Più il tempo passa e più è sempre peggio. Ogni giorno, ogni volta è sempre più difficile comunicare. Ormai scrivere su un blog, raccontare di sè e condividere emozioni e pensieri è diventato come un terno al lotto, solo che magari fosse facile farlo! magari si vincesse qualchecccosa!
    Più scrivi e narri di te per farti conoscere e più dentro di te cresce quel senso di solitudine, grande, enorme, che nessuno ti ascolti, che a nessuno interessi sapere, conoscerti...
    Quanta amarezza...
    Ciao Garbo, buon pomeriggio e.. ti seguo eh, son tornata e ora passerò più spesso, promesso! :) bacio

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  9. Creo que Paloma está bien con tigo y con tus hijas, entonces, es una excusa para visitarte. Me alegro que Blanca tiene aficion por Maya. Con o sin una boligrafo, escribimo lo mismo ... y tu lo sabes ;-)
    ¡Hola, Inesita!

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  10. @ Paoletta,

    ben ritrovata! Si, è sempre peggio … è una sporca guerra, ma qualcuno deve pur combatterla … passami la cartucciera della Gatling e accendimi un sigaro, Baby! :-) Passerai più spesso? Me lo prometti? Giurin giurello? A presto, allora!

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  11. Mah, in generale dissento. Credo che sia naturale il desiderio di condividere con qualcun altro ciò che ripassa per la testa, nel momento in cui ti ritrovi a leggere pensieri simili ai tuoi o vedi che c'è chi si pone domande analoghe alle tue. Ma ne ho piene le scatole di questo continuo reflusso dalla soggettività all'oggettività: leggi una cosa, dici la tua e trovi puntualmente il solito imbecille che vuole sapere chi sei. Come già detto, lo trovo assurdo in un contesto in cui, palesemente, non frega niente a nessuno di chi passa di lì, non al punto di preoccuparsi di sapere che fine ha fatto nel momento in cui sparisce improvvisamente. Eliminato il problema della soggettività, resta il semplice commento (di non si sa chi) a qualcosa che si è letto. Non vedo altro. Parlare di emozioni suscitate mi sembra pretenzioso. Le emozioni le suscitano le persone, non le cose o gli oggetti che diventano vivi in virtù delle persone che ti ricordano, ma se le persone a cui fanno capo non le conosci non vedo come possano suscitarti emozioni, restano cose. Nel bel film L'età dell'innocenza il protagonista, cercando la sua amata che non vede da molto tempo, vede un ombrellino parasole e crede che sia suo: la immagina con quell'oggetto per le mani. Quando riapre gli occhi e scopre che l'ombrellino non è suo, ma di una perfetta sconosciuta, quell'oggetto diventa insignificante e privo di interesse. Ecco, coi blog è lo stesso. A me non succede mai di identificarmi con quello che leggo. Sono pensieri di perfetti sconosciuti, hanno un valore oggettivo che posso valutare razionalmente e senza implicazioni emotive. E meno male. Se così non fosse mi emozionerei e mi affezionerei a chi scrive certe cose, immaginandolo simile a me. Come è già successo e non succederà più. Quando si scopre cosa genera un'emozione, questa viene razionalizzata. Ma un'emozione razionalizzata non può che essere astratta, quindi finta. È solo l'inutile proiezione di se stessi su qualcun altro.

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  12. Comunque direi che l'incapacità di immedesimarsi in ciò che di legge è senz'altro meglio del contrario. Tutto sommato, restare assorbiti da cose, persone e faccende che non ti riguardano minimamente, serve a farti opportunamente dimenticare le tue.

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