venerdì 11 dicembre 2020

LA COMARE DI BATH (IL RACCONTO)



 









RACCONTO DELLA COMARE DI BATH


Qui comincia il Racconto della Comare di Bath


Ai vecchi tempi di re Artù, di cui i britanni dicono un gran bene, tutto questo paese era pieno di fate. La regina degli elfi, con la sua allegra compagnia, andava spesso a ballare sui verdi prati: questo almeno, stando ai libri, era quello che si credeva allora. Parlo di molte centinaia d’anni fa. Certo, al giorno d’oggi, gli elfi nessuno più li vede, perché adesso la grande carità cristiana e le preghiere dei questuanti e degli altri santi frati, che percorrono ogni terra e ogni corso d’acqua, fitti come moscerini in un raggio di sole, benedicendo sale, camere, cucine, pergolati, città, borghi, castelli e alte torri, villaggi, granai, stalle e fattorie, hanno fatto sparire le fate. Dove una volta passeggiava un elfo, ora cammina un frate questuante, il quale, sia di notte che di giorno, recitando mattutini e orazioni sante, va a fare il giro della zona. Le donne ormai possono proprio circolare al sicuro: in ogni cespuglio e sotto ogni albero non c’è altro incubo che lui, e da lui non avranno che un po’ di disonore …

Dunque, si dava il caso che questo re Artù avesse a palazzo un gagliardo baccelliere. Un giorno costui se ne tornava a cavallo dal fiume, tutto solo, quando ad un tratto vide camminare davanti a sé una ragazza, e là sul momento, per quanto lei resistesse, le tolse a viva forza la verginità. Quest’oltraggio sollevò un tale clamore e tali proteste presso re Artù, che il cavaliere venne per legge condannato a morte, e già stava per rimetterci la testa (così ordinava infatti allora lo statuto), quando la regina e diverse altre dame si misero ad implorar grazia presso il re, finché costui non decise per il momento di concedergli salva la vita e di rimetterlo al giudizio della sovrana, perché decidesse lei se ucciderlo o salvarlo.

La regina ringraziò come meglio seppe il re e parlò poi col cavaliere, quando un giorno le sembrò opportuno. Gli disse: «Non puoi ancora esser sicuro d’averla scampata completamente … Io ti concedo salva la vita, solo se saprai dirmi quale sia la cosa che più desiderano le donne. Pensaci bene, e nessun ferro ti sfiorerà più il collo! … Se non sai dirmelo subito, ti do il permesso d’andare, per un anno e un giorno, a cercar di trovare un’adeguata risposta a questa domanda; basta che tu m’assicuri, prima di partire, che senz’altro farai ritorno».














Il cavaliere ci rimase male e sospirò tristemente … ma insomma, non poteva certo fare quel che voleva! Così finalmente si decise a partire, promettendo che sarebbe tornato alla fine dell’anno con la risposta che Dio gli avesse fornita. Prese dunque congedo e se ne andò per la sua strada. 

Andò di casa in casa, dovunque avesse la pur minima speranza di poter scoprire che cosa amassero di più le donne. Ma non riuscì mai ad arrivare in alcun posto dove vi fossero almeno due persone che su questa faccenda si trovassero d’accordo. Chi diceva che le donne amano soprattutto la ricchezza, chi la buona reputazione e chi il divertimento; questi dicevano i bei vestiti, quelli l’andare a letto e rimaner vedove spesso per risposarsi … Qualcuno sosteneva che quel che più ci sta a cuore è l’essere adulate e accontentate; ed era assai vicino al vero, non c’è che dire: l’uomo ci conquista soprattutto coi complimenti; di fronte alle galanterie e alle premure, tutte, chi più chi meno, alla fine ci sciogliamo … Altri dicevano che ci piace soprattutto sentirci libere di fare come vogliamo, senza che qualcuno venga a rinfacciarci i nostri difetti, ma anzi dica che siamo giudiziose e per niente stupide. Se qualcuno infatti ci punge sul vivo, non ce n’è una fra tutte che non recalcitri, a sentirsi dire la verità. Provate, e vedrete se non è vero! Per viziose che siamo dentro, vogliamo sempre essere considerate sagge e prive di peccato … C’era anche chi diceva che a noi fa gran piacere esser ritenute costanti, riservate e ferme nella decisione presa, e incapaci di rivelar qualunque cosa che ci venga confidata. Ma questa è una storia che non vale un manico di rastrello. Noialtre donne, perdio, non sappiamo nascondere nulla! Pensate a Mida … volete sentirne la storia?












Fra gli altri fatterelli, racconta Ovidio che Mida aveva, sotto i lunghi capelli che gli crescevano in testa, due orecchie d’asino; e nascondeva questo suo difetto agli occhi della gente come meglio poteva, con ogni astuzia, tanto che, all’infuori di sua moglie, nessuno ne sapeva niente. Egli l’amava molto e, fidandosi di lei, la pregò di non parlare ad anima viva di questa sua imperfezione. Lei gli giurò che mai, per nulla al mondo, avrebbe commesso l’impertinenza o la mancanza di procurare un così cattivo nome a suo marito; sarebbe stata una vergogna anche per lei! In seguito, però, le sembrò di dover morire a tenere nascosto questo segreto; le parve proprio di sentirsi tutta gonfia intorno al cuore: almeno qualche parola doveva per forza uscire … Non osando confidarsi con nessuno, corse là vicino a una palude (fin che vi giunse, il suo cuore era tutto in fiamme!) e, come il tarabuso che gracida nella melma, lei mise la bocca dentro l’acqua: «Non mi tradire, acqua, col tuo mormorio», disse «lo dico soltanto a te e a nessun altro: mio marito ha due lunghe orecchie d’asino! … Ah! … che sollievo al cuore! Ormai è fuori. Non potevo più tenerla, veramente». Di qui si può vedere che, se anche per un po’ resistiamo, dobbiamo poi per forza sfogarci e non riusciamo proprio a trattenere alcun segreto. Se v’interessa come questa storia andasse a finire, leggete Ovidio [In realtà nel racconto di Mida che Ovidio fa nelle sue Metamorfosi (XI, 174-193), non è la moglie del re che svela il suo segreto, ma il suo barbiere, che lo affida ad una buca da lui scavata e subito ricoperta dopo essersi sfogato] e lo saprete.

Intanto quel cavaliere di cui vi parlavo, vedendo che non sarebbe mai riuscito nel suo intento (a scoprire, cioè, che cosa amassero di più le donne), pur con l’animo profondamente oppresso, s’avviò a far ritorno. In realtà non poteva più rimanere, era venuto proprio il giorno in cui doveva ritornare. E così strada facendo, mentre tutto preoccupato cavalcava lungo il margine del bosco, vide a un tratto ventiquattro dame che stavano danzando, o forse anche più … Spronò allora difilato verso quella danza, sperando d’ottenere finalmente qualche saggio avvertimento. Ma ecco, prima ancora che vi arrivasse, la danza era svanita senza che lui neppure si accorgesse dove! … Là non c’era anima viva, all’infuori d’una megera che stava seduta tra il verde, l’essere più lercio che si potesse immaginare.













Di fronte al cavaliere quella vecchia s’alzò dicendo: «Messer cavaliere, di qui la strada non va più avanti. Sull’onor vostro, ditemi, che cosa cercate? Potrei forse esservi utile. Noialtri vecchi sappiamo tante cose …». «Vecchia mia», fece il cavaliere «sono spacciato se non riesco a sapere quale sia la cosa che le donne desiderano di più … Se tu potessi aiutarmi, saprei io come ricompensarti!». «Vi prendo in parola, qua la mano!» fece lei. «Se voi, potendo, farete la prima cosa che vi chiederò, io prima di sera ve lo dirò». «Eccoti la mano» disse il cavaliere «accetto». «Allora» proseguì lei «potete stare tranquillo che la vostra vita è salva. Son pronta a scommettere la testa che la regina dirà come dico io! Vorrei vedere se la più orgogliosa di quante portano in capo fazzoletto o reticella avesse il coraggio di negare quel che v’insegnerà io … Andiamo, senza fare altri discorsi». Gli bisbigliò poi qualcosa all’orecchio, esortandolo a stare allegro e a non aver paura.

Appena giunsero a corte, il cavaliere annunciò che s’era attenuto al giorno fissato e che, come aveva promesso, la sua risposta era pronta. S’adunarono dunque per sentire questa risposta nobildonne e damigelle e vedove (queste, se non altro perché hanno buon senso …) con la regina seduta al posto di giudice. E fu quindi fatto entrare il cavaliere. Venne poi ordinato a tutti di far silenzio e che il cavaliere dicesse finalmente all’assemblea quale fosse la cosa che le donne amavano di più al mondo, Il cavaliere non rimase di sicuro la impalato come una bestia … ma rispose pronto alla domanda, a voce alta, in modo che tutta la corte lo sentisse: «Mia sovrana signora», disse «quel che le donne desiderano è poter dominare il loro marito o innamorato ed essere nel comando superiori a lui. Questo è il vostro maggior desiderio, uccidetemi pure se non è vero. Potete fare come volete … io sono nelle vostre mani».

In tutta la corte non vi fu dama, damigella o vedova che s’opponesse alle sue parole, ma tutte dissero che veramente meritava d’aver salva la vita. A questo punto, s’alzò la vecchia che il cavaliere aveva incontrata seduta fra il verde: «Pietà!» disse «mia sovrana signora regina! Prima che la corte si sciolga, rendetemi giustizia. Sono stata io a dar la risposta al cavaliere, e lui mi ha promesso che, potendo, avrebbe fatto la prima cosa che gli avessi chiesto … Ebbene» soggiunse «davanti a questa corte io vi chiedo, messer cavaliere, che mi prendiate in moglie. Sapete benissimo che v’ho salvata la vita. Sul vostro onore negatelo, se non è vero!». Rispose il cavaliere: «Ah, me sventurato! so bene qual era la mia promessa … Ma, per amor di Dio, fammi un’altra richiesta. Prenditi tutte le mie ricchezze, ma non la mia persona!». «Ah no!» fece lei «piuttosto tutt’e due dannati! Per brutta, vecchia e povera che io sia, rifiuterei tutti i metalli e le pietre preziose che sono sotto o sopra la terra, pur di essere vostra moglie e l’amor vostro!». «L’amor mio?» fece lui. «No, la mia dannazione! Ah, che uno del mio grado dovesse finire così malamente! …». 













Ma fu tutto inutile. Il fatto è che alla fine fu costretto e dovette per forza accettare di sposarla, ed eccolo prendersi la sua vecchia e andarsene a letto … Qualcuno forse potrebbe accusarmi di negligenza, perché trascuro di riferirvi l’allegria e il tripudio che vi furono quel giorno alla festa. Ma è presto detto. Non vi fu né festa né allegria, ma soltanto una gran tristezza e una gran mestizia: la sposò infatti di nascosto la mattina e se ne rimase rintanato per tutto il giorno come un gufo, tanto era avvilito per la bruttezza di sua moglie …

Ma la maggior pena che il cavaliere provò nel suo animo, fu quando con sua moglie venne condotto a letto! Non fece che voltarsi e rivoltarsi da una parte all’altra. La vecchia sposa, sempre sorridente, si coricò e gli disse: «Benedicite, mio caro sposo! È così che un cavaliere si comporta con sua moglie? È questa la legge della corte di re Artù? Sono tutti così schizzinosi i suoi cavalieri? … Io sono il vostro amore e vostra moglie. Son io che vi ho salvato la vita, e non vi ho davvero fatto mai torto. Perché dunque vi comportate così con me fin dalla prima notte? Sembrate proprio uno che abbia perso la ragione! Che colpa ho commesso? Per amor di Dio, ditemelo, che se posso cercherò di rimediarvi».

«Rimediarvi?» disse il cavaliere. «Ahimè, no, no, non c’è più nessun rimedio! Sei così ripugnante e vecchia, e per giunta di così bassa schiatta, che non c’è proprio da meravigliarsi se mi giro e mi contorco. Dio volesse che mi si spezzasse il cuore!».














«Tutto qui» fece lei «il motivo della vostra irrequietezza?». «Si, certo» rispose lui «ti sembra poco?». «Ebbene, signore», ella disse «se volessi, in tre giorni, io potrei rimediare a tutto … Però voi dovreste comportarvi bene con me. Parlare invece di schiatta, di nobiltà che discende da antica ricchezza e in grazia della quale si diventa gentiluomini, è una pretesa che non vale un pollo! Guardate, piuttosto, chi è sempre onesto con sé e con gli altri, e cerca sempre di agire più nobilmente che può; quello è il più gran gentiluomo. Cristo vuole che prendiamo da lui la nobiltà, non dai nostri antenati con la loro antica ricchezza. Anche se ci hanno lasciato tutto in eredità e noi perciò ci vantiamo d’essere d’elevata condizione, non possono in alcun modo averci lasciato la loro vita onesta, che è quella che li ha fatti diventar nobili, invitandoci a seguirli per quella strada. Dice bene quel saggio poeta di Firenze che si chiama Dante, con questa frase … Sentite in che tipo di rima è il motto di Dante:


“Rade volte risurge per li rami

L’umana probitate; e questo vole

Quei che la dà, perché da Lui si chiami”

[Purgatorio, VII, 121-123 - Raramente la nobiltà dell’uomo risorge su per i rami dell’albero, ossia sale, in quanto i rami sono in alto rispetto al tronco, dai padri ai figli; e ciò vuole Dio, Quei che la dà, perché la nobiltà da Lui s’invochi e si riconosca che da Lui deriva].


Difatti dai nostri vecchi non possiamo pretendere che beni temporali, i quali si possono anche corrompere o danneggiare. Questo, come lo so io lo sanno tutti; se la nobiltà s’innestasse naturalmente nel sangue, nessuno mancherebbe mai di fare con nobiltà il suo bravo dovere, sia in pubblico che in privato. Non potrebbe commettere nessuna offesa, nessun peccato. Prendete il fuoco e portatelo nella casa più buia che ci sia di qui fino ai monti del Caucaso, chiudete le porte e andatevene: quel fuoco continuerà tranquillamente ad ardere, come se fossero in ventimila a guardarlo. La sua funzione naturale, ve lo garantisco sulla mia vita, è quella di bruciare fino a spegnersi. Di qui si vede che la nobiltà non è legata a possedimenti, perché la gente non sempre esegue naturalmente le proprie funzioni, come appunto fa il fuoco. Dio sa quante volte si vede il figlio d’un gentiluomo commettere vergognosi atti da villano! Chi pretende di essere nobile, solo perché è nato da una nobile famiglia con antenati aristocratici e virtuosi, se non si mette anche lui a far qualcosa di buono, seguendo l’esempio dei suoi illustri antenati ormai defunti, non sarà mai nobile, pur avendo il titolo di duca o di conte. Plebeo lo diventi comportandoti male. La nobiltà non è semplicemente la rinomanza dei tuoi antenati con la loro gran bontà; questa è una cosa estranea alla tua persona; la tua nobiltà proviene soltanto da Dio. È dalla grazia che proviene la nostra vera aristocrazia; non si tratta di qualcosa che ci viene lasciato in eredità con le nostre terre. Pensate, dice Valerio [Valerio Massimo, storico romano, vissuto fra il I° secolo a.C. e il I° secolo d.C.], quanto fu nobile Tullio Ostilio che s’innalzò a gran nobiltà dalla miseria! Leggete Seneca, leggete anche Boezio: vi troverete chiaramente espresso che nobile è soltanto colui che compie azioni nobili. Perciò, caro marito, concludendo, io vi dico che, anche se i miei vecchi erano plebei, io spero soltanto che il buon Dio mi conceda la grazia di vivere onestamente; e allora si che sarò nobile, quando comincerò a vivere onestamente e senza peccato … In quanto poi al fatto che voi mi rimproverate perché sono povera, io vi dico che anche il sommo Iddio, in cui crediamo, decise di trascorrere la sua vita in volontaria povertà; e penso che chiunque, uomo, ragazzino o donna, riesca a comprendere che Gesù, re del Cielo, non avrebbe mai scelto una vita immorale [durante il medioevo la povertà era considerata una vergogna, l’uomo doveva fare tutto ciò che era in suo potere per sostenere dignitosamente la famiglia e per soccorrere i poveri e gli afflitti]. Cosa certamente onesta è la povertà lieta: lo dice Seneca [che infatti era povero e viveva in miseria], e con lui altri sapienti. Chi s’accontenta della propria povertà, secondo me, è ricco, anche se non avesse nemmeno la camicia. Povero è chi smania per qualcosa che non può avere; ma chi non ha nulla e non desidera nulla è ricco, anche se per voi non è che un miserabile. Chi è veramente povero è contento. Giovenale dice a questo proposito: “Mettendosi in viaggio, il povero può ridere e cantare se incontra i ladri”. La povertà è un bene che a torto viene disprezzato e, secondo me, un grande stimolo all’operosità e anche una grande apportatrice di saggezza, per chi sappia accettarla con pazienza. Ecco che cos’è la povertà: una ricchezza che nessuno cercherà mai di derubarci. Spesso è la povertà che insegna all’uomo, caduto in basso, a ritrovare il suo Dio e se stesso. La povertà per me è come una lente che aiuta a distinguere i veri amici. Perciò, signore, siccome non vi ho fatto alcun male, non rimproveratemi più perché sono povera … Voi però, signore, mi rimproverate anche d’essere vecchia. Eppure, come se già non fosse scritto in autorevoli libri, voi gentiluomini onorati dite che un vecchio va trattato bene e chiamato per rispetto padre; potrei citarvi diversi autori se volessi … Ma oltre che vecchia voi dite che son brutta: ebbene, allora non avrete paura d’esser tradito; vi assicuro che bruttezza e vecchiaia son due grandi custodi della castità. Tuttavia, poiché so che cosa a voi può far piacere, saprò adeguarmi al vostro appetito … Dunque scegliete, una delle due: o mi tenete brutta e vecchia fino alla morte, ed io sarò per voi una moglie fedele e umile senza mai darvi dispiaceri per tutta la vita; oppure mi volete giovane e bella, e accettate il rischio d’aver la casa sempre piena di gente per causa mia e forse anche qualche altro luogo … Scegliete voi come vi piace».















Pensa e sospira, il cavaliere alla fine disse: «Mia signora, amor mio e mia cara moglie, mi affido al vostro saggio consiglio. Scegliete voi stessa quel che a voi e a me sia di maggior piacere e onore. L’uno o l’altro non ha importanza: a me basta ciò che a voi piace». «È dunque mio il comando» chiese lei «se posso scegliere di far come mi piace?». «Ma certo, moglie!» disse lui «credo che sia meglio». «Baciatemi» disse lei «non siamo più adirati, perché in fede mia voglio essere per voi l’una e l’altra cosa, cioè sia bella che buona. Dio mi faccia morire pazza, se non sarò per voi buona e fedele come nessuna moglie al mondo. E se domani non sembrerò anch’io una signora, una imperatrice o una regina d’oriente o d’occidente, disporrete della mia vita e della mia sorte come vorrete. Alzate il lenzuolo e guardate …».

E quando il cavaliere vide tutto questo, che in realtà lei era bella e giovane, se la strinse con gioia fra le braccia, col cuore inondato di beatitudine. Mille volte di seguito si mise a baciarla, e lei gli obbedì in ogni cosa che potesse dargli piacere e godimento. E così vissero fino alla fine, in perfetta gioia. Cristo Gesù ci mandi dunque mariti mansueti, giovani e freschi a letto, e la grazia di sopravvivere a quelli che ci sposiamo; e inoltre prego Gesù d’accorciare la vita a quelli che non vogliono lasciarsi governare dalle mogli; e ai vecchi rabbiosi, tirchi nello spendere, Dio mandi subito una gran peste!


Qui termina il Racconto della Comare di Bath





9 commenti:

  1. Da quel che ho capito la Comare di Bath viaggia in lungo e in largo, incontra e conosce cavalieri, è molto brava nelle rime poetiche e possiamo senza dubbio considerarla una donna emancipata per il suo tempo. Certo, avevo letto che è una donna benestante, cosa importante per l'epoca dove il numero dei poveri è quanto meno elevato e di sicuro erano poche le donne che potevano fare quella vita.

    Ma ciò che mette in risalto il racconto è senza dubbio la mentalità dell'epoca, i dialoghi scendono in questioni importanti. Come "se posso scegliere di far come mi piace" e il cavaliere gli dice "Ma certo, Moglie!".

    Questo, e altri particolari, sono aspetti che di cui mi meraviglio se penso a quell'epoca. Invece, come già ai tempi di Leonardo da Vinci giusto per fare un esempio, esistevano donne che superavano la loro condizione (e la tipica mentalità dell'uomo - padrone) riuscendo a lasciare anche una loro impronta. Rimane lo stesso un periodo storico molto maschile (sono sempre gli uomini a comandare, a fare le guerre e altri disastri) ma qualcosa si salva grazie alle donne alcune di queste sono state ritratte appunto da Leonardo da Vinci ma anche da altri.

    Piacevole lettura e godimento per gli occhi con le foto, il video lo guarderò con più calma nei prossimi giorni.

    Un salutone

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    1. Potremmo pensare alla comare di Bath come ad una proto-femminista, come è stato scritto da autorevoli commentatori, io in realtà preferisco pensarla come ad una donna fiera, orgogliosa, libera e determinata a godersi la vita finché può, ma traendo insegnamento dall’esperienza passata e dalle sue letture illuminate.
      Donne così sono esistite in ogni tempo e, fortunatamente, esisteranno sempre, qualunque sia la forma esterna di controllo e di potere esercitati da forze esterne per piegarne la vitalità e la gioia di vivere.
      Questa donna pone un quesito immenso: cosa desidera la donna più di qualunque cosa. È un quesito tuttora aperto (anche Freud aveva rinunciato a dare una risposta, nonostante i suoi approfonditi studi con donne isteriche, che gli hanno permesso l’accesso alla comprensione della psiche femminile) a cui nemmeno le donne sanno rispondere.
      La comare di Bath da una sua risposta nel suo bel racconto, ma il desiderio di prevalere sull’uomo rischia di ridurre il rapporto fra i sessi ad una mera lotta per il potere, che pure esiste, ma c’è chi dice che l’anelito verso il predominio sia solo una piccola parte dell’amore, da ascrivere al senso del possesso, mentre correnti di piacere e di tenerezza si affacciano altrettanto impetuosi in un rapporto.
      C’è chi pensa che la lotta per il potere sia conseguente al deterioramento, alla frustrazione dell’amore o al rifiuto dell’amore, e non avrebbe tutti i torti se leggiamo in controluce molti dei casi di violenza e di femminicidio che purtroppo la cronaca ci racconta.
      Qualunque sia il desiderio della donna, è urgente il dibattito, perché da esso dipende gran parte della possibilità di un rapporto gradevole e reciprocamente soddisfacente fra uomini e donne, e la prevenzione di gran parte della violenza che si scatena all’interno delle relazioni ai nostri giorni.
      Forse dovremmo rifondare dalle origini il rapporto amoroso possibile fra due esseri umani in cui l’aggressività, probabilmente ineliminabile in qualsiasi rapporto, sia giostrata in un gioco simbolico fra le parti e non agita.
      Ti ringrazio ancora una volta per i tuoi commenti e ti auguro una buona domenica. Ciao

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  2. Passo per farti gli auguri di Buon Natale e Buone Feste! Nei prossimi giorni avrò molto da fare e non avrei avuto tempo. Ho fatto di nuovo capolino sul mio blog per gli auguri.
    Un salutone

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  3. Caro Garbo, non passo di qui da un bel po', perchè faccio sempre una gran fatica a mandare commenti, sono felice di ritrovare i tuoi magnifici postoni.Buon anno.
    Specchio

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  4. "L'amore è la legge più grande che possa mai toccare a un uomo su questa terra, e per amore s'infrangono ogni giorno dappertutto le leggi e i giuramenti più assoluti."
    G. Chaucer

    Ciao Garbo, buon tutto....

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  5. Buon Natale e Buone Feste!
    Ciao Garbo, un abbraccio.
    Nou

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  6. Ormai il Natale è passato. E vabbè, Buon Santo Stefano, Garbo.
    E vista l’ora, ti lascio anche la buonanotte.
    E mettiamoci pure un abbraccio, va’.
    E che dici, un sorriso a quest’ora ci può stare? Eventualmente lo tolgo. Ma perché poi lo dovrei togliere? Ma che cavolate sto scrivendo?
    Notte ancora, Garbo.

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  7. Miei cari amici Accade, Specchio, Julia, Nou e Nair,
    apprezzo molto i vostri auguri e ricambio di cuore. Buone Feste a voi tutti. Poiché mi è piaciuta in particolar modo, rilancio la citazione di Julia a chiunque vorrà leggerla e saprà apprezzarla: "L'amore è la legge più grande che possa mai toccare a un uomo su questa terra, e per amore s'infrangono ogni giorno dappertutto le leggi e i giuramenti più assoluti”. (G. Chaucer).
    Un abbraccio

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