VERBA VANA AUT RISUI APTA NON LOQUI










“«Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro.» «No, certo. Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo  per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi . Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine , alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi. Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell’asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù… Ma qui, qui…» ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Guglielmo teneva davanti, «qui si ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia… Tu hai visto ieri come i semplici possono concepire, e mettere in atto, le più torbide eresie, disconoscendo e le leggi di Dio e le leggi della natura. Ma la Chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza. La incolta dissennatezza di Dolcino  e dei suoi pari non porrà mai in crisi l’ordine divino. Predicherà violenza e morirà di violenza, non lascerà traccia, si consumerà così come si consuma il carnevale, e non importa se durante la festa si sarà prodotta in terra, e per breve tempo, l’epifania del mondo alla rovescia. Basta che il gesto non si trasformi in disegno, che questo volgare non trovi un latino che lo traduca. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura. Al villano che ride, in quel momento, non importa di morire: ma poi, cessata la sua licenza, la liturgia gli impone di nuovo, secondo il disegno divino, la paura della morte. E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini? Per secoli i dottori e i padri hanno secreto profumate essenze di santo sapere per redimere, attraverso il pensiero di ciò che è alto, la miseria e la tentazione di ciò che è basso. E questo libro, giustificando come miracolosa medicina la commedia, e la satira e il mimo, che produrrebbero la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione del difetto, del vizio, della debolezza, indurrebbe i falsi sapienti a tentar di redimere (con diabolico rovesciamento) l’alto attraverso l’accettazione del basso. Da questo libro deriverebbe il pensiero che l’uomo può volere sulla terra (come suggeriva il tuo Bacone a proposito della magia naturale) l’abbondanza stessa del paese di Cuccagna. Ma è questo che non dobbiamo e non possiamo avere. Guarda i monacelli che si svergognano nella parodia buffonesca della Coena Cypriani. Quale diabolica trasfigurazione della sacra scrittura! Eppure nel farlo sanno che ciò è male. Ma il giorno che la parola del Filosofo giustificasse i giochi marginali della immaginazione sregolata, oh allora veramente ciò che stava a margine balzerebbe al centro, e del centro si perderebbe ogni traccia. Il popolo di Dio si trasformerebbe in una assemblea di mostri eruttati dagli abissi della terra incognita, e in quel momento la periferia della terra conosciuta diventerebbe il cuore dell’impero cristiano, gli arimaspi sul trono di Pietro, i blemmi nei monasteri, i nani dal ventre grosso e dalla testa immensa a guardia della biblioteca! I servi a dettare la legge, noi (ma anche tu, allora) a ubbidire alla vacanza di ogni legge. Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!». «Perché? Mi batterei, la mia arguzia contro l’arguzia altrui. Sarebbe un mondo migliore di quello in cui il fuoco e il ferro rovente di Bernardo Gui umiliano il fuoco e il ferro rovente di Dolcino».
«Saresti preso ormai tu stesso nella trama del demonio. Combatteresti dall’altra parte del campo dell’Armageddon, dove dovrà avvenire lo scontro finale. Ma per quel giorno la chiesa deve saper imporre ancora una volta la regola del conflitto. Non ci fa paura la bestemmia, perché anche nella maledizione di Dio riconosciamo l’immagine stranita dell’ira di Geova che maledice gli angeli ribelli. Non ci fa paura la violenza di chi uccide i pastori in nome di qualche fantasia di rinnovamento, perché è la stessa violenza dei principi che cercarono di distruggere il popolo di Israele. Non ci fa paura il rigore del donatista, la follia suicida del circoncellione, la lussuria del bogomilo, l’orgogliosa purezza dell’albigese, il bisogno di sangue del flagellante, la vertigine del male del fratello del libero spirito: li conosciamo tutti e conosciamo la radice dei loro peccati che è la radice stessa della nostra santità. Non ci fanno paura e soprattutto sappiamo come distruggerli, meglio, come lasciare che si distruggano da soli portando protervamente allo zenit la volontà di morte che nasce dagli abissi stessi del loro nadir. Anzi, vorrei dire, la loro presenza ci è preziosa, si iscrive nel disegno di Dio, perché il loro peccato incita la nostra virtù, la loro bestemmia incoraggia il nostro canto di lode, la loro sregolata penitenza regola il nostro gusto del sacrificio, la loro empietà fa risplendere la nostra pietà, così come il principe delle tenebre è stato necessario, con la sua ribellione e la sua disperazione, a far meglio rifulgere la gloria di Dio, principio e fine di ogni speranza. Ma se un giorno – e non più come eccezione plebea, ma come ascesi del dotto, consegnata alla testimonianza indistruttibile della scrittura – si facesse accettabile, e apparisse nobile, e liberale, e non più meccanica, l’arte dell’irrisione, se un giorno qualcuno potesse dire (ed essere ascoltato) io rido dell’Incarnazione … Allora non avremmo armi per arrestare quella bestemmia, perché essa chiamerebbe a raccolta le forze oscure della materia corporale, quelle che si affermano nel peto e nel rutto, e il rutto e il peto si arrogherebbero il diritto che è solo dello spirito, di spirare dove vuole!». «Licurgo aveva fatto erigere una statua al riso». «Lo hai letto sul libello di Clorizio, che tentò di assolvere i mimi dalla accusa di empietà, che dice come un malato fu guarito da un medico che lo aveva aiutato a ridere. Perché bisognava guarirlo, se Dio aveva stabilito che la sua giornata terrena era giunta alla fine?». «Non credo lo abbia guarito dal male. Gli ha insegnato a ridere del male». «Il male non si esorcizza. Si distrugge». «Col corpo del malato». «Se è necessario». «Tu sei il diavolo,» disse allora Guglielmo. Jorge parve non capire. Se fosse stato veggente direi che avrebbe fissato il suo interlocutore con sguardo attonito. «Io?» disse. «Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto. Tu sei il diavolo e come il diavolo vivi nelle tenebre. Se volevi convincermi, non ci sei riuscito. Io ti odio, Jorge, e se potessi ti condurrei giù, per il pianoro, nudo con penne di volatili infilate nel buco del culo, e la faccia dipinta come un giocoliere e un buffone, perché tutto il monastero ridesse di te, e non avesse più paura. Mi piacerebbe cospargerti nel miele e poi avvoltolarti nelle piume, portarti al guinzaglio nelle fiere, per dire a tutti: costui vi annunciava la verità e vi diceva che la verità ha il sapore della morte, e voi non credevate alla sua parola. bensì alla sua tetraggine. E ora io vi dico che, nella infinita vertigine dei possibili, Dio vi consente anche di immaginarvi un mondo in cui il presunto interprete della verità altro non sia che un merlo goffo, che ripete parole apprese tanto tempo fa»”.  

(Umberto Eco, Il nome della rosa, Settimo Giorno, Notte).







“Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col sangue. Scrivi col sangue: e allora imparerai che il sangue è spirito. Non è cosa dappoco intendere il sangue altrui: io odio i perdigiorno che leggono. Chi conosce il lettore, non fa più nulla per il lettore. Ancora un secolo di lettori - e anche lo spirito emanerà fetore. Che a tutti sia lecito leggere, finisce per corrompere non solo lo scrivere ma anche il pensare. Un tempo lo spirito era dio, poi divenne uomo e ora sta diventando addirittura plebe. Chi scrive in sangue e sentenze, non vuole essere letto ma imparato a mente. Sui monti la via più diretta è quella da vetta a vetta: ma per questo occorre che tu abbia gambe lunghe. Le sentenze devono essere vette: e coloro ai quali si parla devono essere grandi e di alta statura. L'aria sottile e pura, il pericolo vicino e lo spirito colmo di allegra malvagità: queste cose stanno bene insieme. Attorno a me voglio dei folletti, perché io sono coraggioso. Il coraggio che caccia via gli spettri, si crea poi dei folletti: il coraggio vuol ridere.
Io non ho più sentimenti in comune con voi: questa nube, che io vedo sotto di me, questa pesante cupezza, di cui rido, - proprio questa è la vostra nube temporalesca. Voi guardate verso l'alto, quando cercate elevazione. E io guardo in basso, perché sono elevato. Chi di voi è capace di ridere e, insieme, di essere elevato? Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere. Coraggiosi, noncuranti, beffardi, violenti - così ci vuole la saggezza: che è femmina e sa amare solo il guerriero. Voi mi dite: «La vita è pesante da portare». Ma perché mai avreste la mattina il vostro orgoglio e la sera la vostra rassegnazione?
La vita è pesante da portare: ma, per favore, non fate troppo i delicati! Noi siamo tutti quanti graziosi e robusti asini e asine. Che cosa abbiamo in comune con il bocciolo di rosa, che trema per il peso di una goccia di rugiada? È vero: noi amiamo la vita non perché ci siamo abituati alla vita, bensì all'amore. Nell'amore è sempre un po' di demenza. Ma anche nella demenza è sempre un po' di ragione. E anche a me, che voglio bene alla vita, pare che tutti quanti tra gli uomini abbiano della farfalla e della bolla di sapone, sappiano meglio di tutti che cos'è la felicità.
Veder vagheggiare queste animule lievi scioccherelle leggiadre volubili - è qualcosa e induce Zarathustra alle lacrime e al canto. Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l'ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, - grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità! Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo. Così parlò Zarathustra”.
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Del leggere e scrivere).

William Adolphe Bouguereau (French, 1825-1905) - Souvenir, 1894




“È già molto tempo che gli antichi dèi finirono: - e, invero, ebbero una buona e lieta fine da dèi! Essi non trovarono la morte nel ‘crepuscolo’,  - questa è la menzogna che si dice! Piuttosto: essi risero una volta da morire, fino a uccidere se stessi! Questo accadde, quando la più empia delle frasi fu pronunciata da un dio stesso, - questa «Vi è un solo dio! Non avrai altro dio accanto a me!». – un vecchio dio barbuto e burbero, un dio geloso trascese a questo modo: - E allora tutti gli dèi risero e barcollarono sui loro seggi e gridarono: «Ma non è proprio questa la divinità, che vi siano dèi ma non un dio?». Chi ha orecchi, intenda”.
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Degli apostati).







“Sébastien Maillard per il gruppo francese.
Sébastien Maillard:
Santo Padre, ieri mattina durante la Messa ha parlato della libertà religiosa come diritto umano fondamentale. Ma nel rispetto delle diverse religioni fino a che punto si può arrivare nella libertà di espressione, che anche quella è un diritto umano fondamentale? Grazie.
Papa Francesco:
Grazie della domanda, è intelligente. Credo che tutte e due siano diritti umani fondamentali: la libertà religiosa e la libertà di espressione. Non si può… pensiamo… Lei è francese, andiamo a Parigi! Parliamo chiaro. Non si può nascondere una verità, che ognuno ha il diritto di praticare la propria religione, senza offendere, liberamente. Così facciamo, vogliamo fare tutti. Secondo, non si può offendere, fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, cioè in nome di Dio. A noi quello che succede adesso ci fa un po’… ci stupisce. Ma sempre pensiamo alla nostra storia: quante guerre di religione abbiamo avuto! Lei pensi alla "notte di San Bartolomeo"… come si capisce questo? Anche noi siamo stati peccatori su questo. Ma non si può uccidere in nome di Dio. Questa è una aberrazione. Uccidere in nome di Dio è un’aberrazione. Credo che questo sia la cosa principale sulla libertà di religione: si deve fare con libertà, senza offendere, ma senza imporre ed uccidere.
La libertà di espressione. Ognuno non solo ha la libertà, il diritto, ha anche l’obbligo di dire quello che pensa per aiutare il bene comune. L’obbligo. Pensiamo ad un deputato, ad un senatore: se non dice quello che pensa che sia la vera strada, non collabora al bene comune. E non solo questi, tanti altri. Abbiamo l’obbligo di dire apertamente, avere questa libertà, ma senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dott. Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, gli arriva un pugno! E’ normale! E’ normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede. Papa Benedetto in un discorso – non ricordo bene dove – aveva parlato di questa mentalità post-positivista, della metafisica post-positivista, che portava alla fine a credere che le religioni o le espressioni religiose sono una sorta di sottocultura, che sono tollerate, ma sono poca cosa, non fanno parte della cultura illuminata. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla delle religioni, le prende in giro, diciamo "giocattolizza" la religione degli altri, questi provocano, e può accadere quello che accade se il dott. Gasbarri dice qualcosa contro la mia mamma. C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana. E io non posso prenderla in giro. E questo è un limite. Ho preso questo esempio del limite, per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti come quello della mia mamma. Non so se sono riuscito a rispondere alla domanda. Grazie”.






Commenti

  1. Far dialogare Eco e Nietzsche mi toglie, piacevolmente, ogni ulteriore commento. Tu stesso del resto non aggiungi altro se non le tue eloquentissime immagini che mi fanno ridere e m'intristiscono perché il comico è lo "sfogo artistico del disgusto per l’assurdo", come disse Nietzsche. Ciao

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  2. Non prendersi troppo sul serio e sorridere/ridere, all'occorrenza, fa bene.
    Solo le menti aperte possono permetterselo.
    Non parliamo, scriviamo, - invece - dei seriosi i quali sono veramente pericolosi.

    Ciao da luigi, con un sorriso di compiacimento per il post

    Ciao da luigi

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  3. Io… credo di essere una portatrice sana del Sorriso. Penso sia … forse la cosa più bella e più spontanea che possiedo. Davvero.
    Eih, non per questo lo spreco inutilmente , intendiamoci eh! No No. Assolutamente.
    Il Sorriso è prezioso e chi lo spreca per nulla è decisamente uno sciocco.
    Sai, l'ho ereditato da mio padre, il mio tenero e grande papà, si. Che bello pensare a Lui in questo momento.
    Il pensiero di Jacopo Fò è delizioso e fa riflettere. Ora me lo stampo e lo appendo in ufficio. Potrebbe servire a molti, specialmente in questi tempi…
    Certo che tu sei veramente mitico, Garbo. Sforni di quei post che è impossibile non passare a rileggere . Oggi devo proprio lasciarti uno Smack con Sorriso ^__^.
    (p.s. Pure i Temptations sono miticiiiiiiiiii ^_^)
    Cri

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  4. @ Antonio,
    sono d’accordo con Nietzsche (e credo anche con te che lo citi): il comico coglie esattamente l’assurdità di ogni gesto, di ogni discorso, la sua linea di frana, in un attimo ti spoglia e ti mostra nudo come un verme; lo stesso Freud ci scrive sopra un trattato nel 1905 Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, forse il suo libro meno citato, sicuramente il meno conosciuto, ma dice che attraverso il “witz” (motto di spirito, arguzia) si colgono spesso verità molto profonde di una persona riguardo ad una situazione.
    Anche i sogni, soprattutto in persone di una certa intelligenza possono essere ironici o auto-ironici e Freud faceva notare come spesso i sintomi nevrotici appaiano ridicoli a chi li osserva, più che penosi o drammatici, come sono per il nevrotico.
    Ridicolizzare qualcuno è forse l’arma più potente contro ogni potere, per questo in ogni tempo se ne sono presi provvedimenti; nelle corti medioevali e rinascimentali chi aveva questo dono poteva esercitarlo a condizione di indossare i panni del buffone, solo egli poteva permettersi di dire la verità al principe, soprattutto le verità scomode, senza essere giustiziato.
    Spesso il buffone era l’unico che diceva la verità al principe, che era normalmente circondato dall’adulazione, ma anche le vesti di buffone non garantivano salva la vita se persino un imperatore illuminato come Federico II privò i buffoni di ogni diritto civile e li si poteva bastonare a piacimento.
    Però, ne rimane tracia indelebile in Shakespeare, ad esempio, quando Amleto rinnega ogni rapporto che aveva fino ad allora allacciato, quando decreta che non ha più madre, zio, precettore, fidanzata, amici o persone di cui possa fidarsi, quando si ritrova solo con la sua disperazione, disseppellisce dalla fossa comune il teschio di Yorick, il buffone che l’aveva fatto ridere da bambino ma che gli aveva sempre detto la verità, e a lui recita il famoso monologo del: “To be or not to be …”.
    (segue)

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  5. Un potere sano è quello che non soltanto tollera il comico, ma ne ride insieme a lui e ne trae insegnamento, perché il comico, quando colpisce nel segno, ti indica l’assurdità di qualcosa, gli specchi su cui ti stai arrampicando.
    Anch’io talvolta ricorro al comico per sottolineare ai miei pazienti qualcosa di assurdo, ma nel mio ambito se voglio essere efficace devo cogliere non soltanto il momento giusto ma devo aspettare di avere un legame solido con i miei pazienti, altrimenti potrebbero reagire male, come mi accadde quando lavoravo in una comunità terapeutica e portai la colazione a letto ad uno dei ragazzi che non erano scesi insieme agli altri, trasgredendo così le regole della comunità.
    Successivamente ho adottato molti interventi paradossali, che hanno riscosso quasi tutti ottimi successi: ho fatto girare un tizio con una valigia vuota con la scritta: “Allora io me ne vado!” per un giorno intero all’interno della CT, perché minacciava di andarsene (era un suo diritto) ogni volta che qualcuno ostacolava un suo desiderio; ho messo un altro a raccogliere foglie secche cadute dall’albero con una pinzetta delle ciglia generosamente prestata per l’occasione da una collega perché spaccava il capello in 24, finché non si è stancato; ho intimato ad un altro ancora di raccogliere e contare i sassi della ghiaia e deporli su piatti di plastica fino a sfinirsi perché era profondamente convinto di essere un incapace e ho fatto diventare matto un altro ragazzo dicendo che in cucina servivano dei peperoni (lui andava nell’orto a raccoglierli) … ehm no, intendevo dire zucchine (anche in questo caso andava di buon grado) … meglio melanzane (ritornava sotto il sole a raccoglierle) …. e le cipolle? Come facciamo senza cipolle? (è impallidito, ma è andato di nuovo e forse ha iniziato a pensare che lo stessi esasperando di proposito) … e come facciamo senza il radicchio? (ha borbottato qualcosa, ma è tornato sul campo) … e due pomodori ce li vogliamo mettere? (Ha buttato per terra il berretto, i guanti e la roncola, me ne ha dette di tutti i colori, ha preso la porta ed è uscito).
    Solo a quel punto gli ho detto che era ora, che finalmente era riuscito ad incazzarsi invece di farsi schiacciare dalle richieste altrui e da ciò che credeva che gli altri si aspettassero da lui.
    Ciao

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    Risposte
    1. Caro Garbo questa tornata di dichiarazioni di Francesco mi ha rinforzato nella mia convinzione, se ce ne fosse bisogno, che i miei valori non possono e non potranno mai essere quelli di un qualsiasi pontefice, per quanto "illuminato" e "simpatico" possa essere. Posso ammirare la persona, posso condividere i suoi richiami a un'etica della solidarietà ma non potrò mai abbracciare i valori che lo in-formano. Questi uomini non capiranno mai l'umorismo sferzante di Voltaire, non capiranno mai il valore del dubbio. E' questo il fondamento della tolleranza, un'etica che i nipoti di Voltaire hanno "insegnato" alla chiesa ma senza successo perché la stessa democrazia non ha imparato nulla da Voltaire. E' per questo che penso che in questo "scontro di valori", orribile espressione, tra islam e occidente, l'azione del papa è sicuramente utile a calmare gli animi ma in definitiva è un cuneo destinato ad allontanare l'occidente dall'immagine ideale che ha di sé stesso e che non ha mai avuto se non in rare occasioni.
      Ti lascio questo articolo di Slavoj Zizek che sono sicuro apprezzerai. A presto.

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  6. @ Luigi,
    intanto un grazie per quel sorriso di compiacimento Credo come te che non riuscire a sorridere di se stessi, prendersi troppo sul serio, sia la via più diretta per l’irrigidimento, la chiusura, l’integralismo e persino la malattia mentale … la prima cosa che si spegne quando insorge un disturbo psichico è il sorriso, è un segnale d’allarme.
    Ciao

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  7. @ Cri,
    non vale, non è giusto, oserei dire non è umano che hai un bel sorriso e non lo condividi con gli altri, il sorriso è come una scintilla che accende i sorrisi altrui, forse il più bel regalo che tu possa fare ad una persona … oltre a tutti gli aggettivi che ha trovato Jacopo Fo io aggiungerei che non ti compromette in alcun modo, il sorriso è anche pulito.
    Trovo, invece, molto più intimo ridere, la risata è più personale, più diretta, si ride con una persona e quando accade è qualcosa di speciale … non con tutti ridi con la stessa intensità, con lo stesso gusto, non con tutti ti piace ridere.
    Mi fa piacere che ti piacciano i miei post e la musica che metto ... poi, se vuoi sapere qual è il mio stato d’animo mentre scrivo … ascolta la musica che suggerisco, ti aiuta a capire il resto più a fondo, con lo stesso spirito, con la medesima lunghezza d’onda emotiva.
    Appunto sul mio petto impavidamente il tuo “smack + sorriso” come un gagliardetto o come la stella dello scudetto del campionato :-).
    Ciao.

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  8. Condivido la tua opinione sul ridere.. E' come una reazione chimica, ci vogliono le condizioni giuste.. E la reazione ti fa stare bene..
    Ho da poco riletto Leopardi ed è proprio lui che ha detto: Chi è capace di ridere è padrone del mondo.
    Ciao
    Julia

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  9. Ahahah adorabile, Garbo, sei semplicemente adorabile e parlo seriamente, non è una presa in giro!
    Questo post e sosprattutto le immagini, molto espressive, mi sono piaciute tanto!
    Ciao, buon pomeriggio! Scappo ma ritorno :)
    Paola

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  10. sosprattutto naturalemtne voleva essere soprattutto ma poi mi è uscito sospiro/soprattutto!

    Pardon se mi sono dilungata! :p

    Bacio!

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  11. @ Julia,
    sorridere e ridere sono entrambe espressioni sociali, cambia (a mio parere) il grado di intimità che si crea e anche la profondità che si raggiunge … è come se quando vogliamo ridere scegliessimo con chi farlo, e poi attribuissimo a questa persona la capacità di saperci far ridere, il che accresce ancora di più il potere che le abbiamo dato su di noi già selezionandola a attribuiamo a lei il nostro benessere.. Si, forse è una reazione chimica. Leopardi è straordinario, ogni volta che lo rileggo trovo nuove perle, nuovi filoni auriferi nella sua opera. Anch’io, come il mio omonimo cantante, “vorrei regnare sulle cose che cambiano”, essere il “padrone del mondo” in questo senso … forse una risata me lo permetterà, forse una risata ci renderà liberi, e non il lavoro :-)
    Ciao

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  12. @ Paoletta,
    grazie Paolé, scappi e torni, lo so già, tutto il mondo lo fa, e anche l’assassino torna sempre sul luogo del delitto e il postino suona sempre due volte. Ok, “sosprattutto” era “soprattutto”, e “naturalemtne” cos’era? Ahhhh, la fretta, ahhhh le donne … stanno sempre a correggersi, col rossetto, col fard, col mascara, con creme ed unguenti, con l’henné, con la matita, con la penna, con i tasti di un cellulare dopo aver digitato un messaggio … :-)
    Bacio a te

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  13. @ Antonio,

    Grazie, Antonio, per l’articolo di Zizek, non mi sono capitate molte cose intelligenti da leggere dopo “Parigi”. Ne condivido in gran parte il pensiero ma, riguardo a Voltaire, ai philosophes e alla tematica dei diritti civili liberali, socialisti e comunisti, credo che l’intera questione vada rielaborata indipendentemente dal fondamentalismo islamico e dagli attacchi terroristici, che a mio parere poco hanno a che fare con i nostri principi sociali, con i nostri valori, col nostro stile di vita e molto, invece, hanno a che fare con le politiche predatorie dell’Occidente in Medio Oriente, terra in cui la tradizione colloca la culla stessa dell’Islam e abitata attualmente da milioni di islamici.
    Gli ideali di libertà, di tolleranza, di uguaglianza, di Voltaire sono dei principi a priori, è come se dicessero l’uomo nasce libero, tutti gli uomini sono uguali, la tolleranza è un bene a prescindere, e su questi presupposti uno stato liberale crea delle istituzioni per difenderle e promuoverle; ebbene, tutto ciò non basta se non educhi anche l’individuo alla libertà, alla tolleranza, all’uguaglianza.
    Perché questi valori non sono innati, sono delle faticose conquiste, e basta semplicemente trovarti ad abitare a Tor Sapienza quando qualcuno decide di riempirla scriteriatamente e indiscriminatamente di immigrati, perché tutte queste belle parole vadano a farsi benedire. Basta un attentato terroristico perché la paura, la diffidenza, l’odio ti facciano credere che in realtà l’Islam è una cultura feroce, inferiore, poco evoluta rispetto alla nostra.
    Qualsiasi cosa sia presente in noi soltanto nella testa (in fondo i philosophes erano giunti con la sola ragione a questi principi, era sensato e ragionevole che le cose stessero così, che ci comportassimo in tal modo, che costruissimo uno stato, un Mondo, in base a questi principi limpidi, chiari e distinti) ben presto inizia a zoppicare e crea mostri immani … solo pochi anni dopo la rivoluzione fece rotolare, appunto, le teste … allo stesso modo l’Inquisizione aveva bruciato gli eretici che ardevano di fede contro i preti grassi e ricchi che avevano fatto delle religione n mercato.
    I principi che ispirano le grandi ideologie della modernità occidentale hanno creato mostruosità, guerre, abomini, repressioni, stermini, genocidi e tuttora viviamo sull’orlo del baratro; l’islam forse è soltanto un’utile valvola di sfogo che il nostro cinismo è riuscito a trovare per non scannarci a vicenda, così come gli ebrei furono quella che i totalitarismi del XX° secolo trovò per non annientarsi reciprocamente (gli ebrei furono perseguitati in tutta Europa e in Russia, non solo in Germania).
    Naturalmente, il discorso non finisce né può finire così, ben presto avremo modo, purtroppo, di riprenderlo, perché credo che avremo occasione di continuare a parlarne.
    Ciao

    RispondiElimina

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