IMPERFETTE ARMONIE


NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)


A Genova esistono tuttora la piazzetta e il vicolo dello amor perfetto, una delle leggende dice che nel 1502 il re di Francia Luigi XII venne in città perché voleva conquistare il doge e i suoi notabili alla sua causa contro la Spagna. In quell’occasione il marchese Cambiaso organizzò un ballo di gala in cui Luigi incontrò la giovanissima Tommasina Spinola (già sposa dell’anziano Luca Battista Spinola), con la quale ballò per tutta la serata e per la quale sembra fosse scoccata una folgorazione, un colpo di fulmine, ampiamente ricambiato. Altre occasioni di incontro sembra non ve ne siano state e il re qualche giorno dopo riparti alla volta della Francia; Tommasina, sconvolta dal dolore per la perdita del suo amore, lasciò il marito e si rinchiuse in clausura in una casa nel vicolo adiacente, in attesa del ritorno del suo amato. La sua nutrice, sperando forse di liberarla (e di liberare anche se stessa) da quella clausura e da quella afflizione in cui versava la sua padrona, diffuse la falsa notizia della morte di Luigi; Tommasina reagì nel più tragico dei modi: togliendosi la vita. Quando Luigi tornò a Genova, stavolta come nemico, non mancò di informarsi della sorte di Tommasina e, saputa la disgrazia che le era intercorsa, volle visitare il suo “eremo”; quando fu nella camera della sua amata, aprendone la finestra, sembra abbia esclamato: ““Avrebbe potuto essere un amor perfetto”.


NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)

NATALE SCHIAVONI (Chioggia, 1777 – Venezia, 1858), Ritratto di tre fanciulle (dettaglio)


Quando Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, re di Spagna con il nome di Carlo I, re d'Italia, Arciduca d'Austria e, a suo dire, re di un regno su cui non tramontava mai l sole, nel 1535 giunse in Sicilia vittorioso dopo la campagna di guerra in Tunisia, nel corso del suo giro per le città dell’isola sembra abbia incontrato una splendida fanciulla bionda ed eterea di origini normanne e che si sia perdutamente innamorato di lei. Carlo era certamente un uomo non bello come il padre Filippo, arciduca d' Austria, che venne descritto come: «bello di corpo, gagliardo e prospero, atto a giostrare, destro nel cavalcare», o come la madre, Giovanna di Castiglia, sembra piuttosto avesse ereditato tutti i difetti fisici degli Asburgo, che Tiziano cercò di minimizzare quando lo ritrasse, era invece ritenuto fin da giovane: «morbido e delicato a sedici anni, già debole e stanco come un vecchio». Quest’uomo di scarsa avvenenza, che a 35 anni sembrava quasi un vecchio, con uno sguardo e con la curvatura delle spalle tipica di chi sembra recare su di sé tutta la stanchezza del mondo, religiosamente bigotto e presumibilmente malinconico, riesce a conquistare e a far si che gli si conceda durante i sontuosi festeggiamenti in suo onore, una bella ragazza della primissima nobiltà siciliana di Randazzo, alle pendici dell’Etna, corteggiata dal miglior fiore della gioventù dell’isola. A ricordo del fiorire di questo strano amore i siciliani di allora, poeti e stornellatori, dedicarono le seguenti strofe in lingua: "Carlu Quintu ti ' ncurunau reggina/ quannu passava ' ntra la to Rannazzu/ ti vosi ' ntra lu sonnu pi vicina". [Carlo Quinto ti incoronò regina/quando passava nella tua Randazzo/ti volle avere vicina nel suo sonno (o nel suo letto)].


Genova

Luigi XII° re di Francia

Tiziano, Ritratto di Carlo V°


Il tepore del sole che ti scalda le ossa, mentre a tratti ondate di brezza fresca ti accarezzano la pelle, la vista del mare, l’odore di salsedine e di pollini di fiori che spandono nell’aria la loro fragranza quasi a celebrare la loro effimera potenza, l’eleganza del volo dei gabbiani e i loro tuffi improvvisi, in planata, che ogni tanto incontrano la fortuna di un pesce che si dibatte nel loro becco.
Ma non tutto è perfetto.

Melozzo da Forlì, Angelo che suona la viola

Tiziano (o Giorgione), Concerto campestre, 1510 ca., Louvre

Evaristo Baschenis, Strumenti musicali



Nisi Dominus ædificaverit domum
in vanum laboraverunt
qui ædificant eam.
Nisi Dominus custodierit civitatem
frustra vigilat qui custodit eam.
Vanum est vobis
ante lucem surger :
surgite postquam sederitis
qui manducatis panem doloris.
Cum dederit dilectis suis somnum :
ecce hæreditas Domini filii :
merces fructus ventris.
Sicut sagittæ in manu potentis :
ita filii excussorum.
Beatus vir qui implevit
desiderium suum ex ipsis :
non confundetur cum loquetur
inimicis suis in porta.
(Antonio Vivaldi, Nisi Dominus, Rv 608, dal Salmo 127 [126], Canto delle ascensioni, di Salomone)









Un buon bicchiere di vino giovane, rosso e giocondo che tinge un bicchiere, bagna le labbra e ti da immediatamente quella dolce euforia e quel senso di comunione con l’intero universo,  il pane brunito e dalla crosta croccante, ancora caldo dal forno che stimola il tuo appetito con la sua aroma, e prosciutto profumato e formaggi aromatici, e verdurine di campo, e pomodori rubicondi e saporiti, e l’olio d’oliva che insaporisce il pane e l’insalata e le rosse arance di Sicilia o del Portogallo strappate a morsi con tutta la buccia.
Ma non è ancora tutto perfetto.







Se il Signore non fabbrica la casa,
lavora invano chi la costruisce.
Se il Signore non veglia sulla città,
veglia invano chi la custodisce.
Invano vi levate di gran mattino
E protraete la veglia la sera,
mangiate un pane di duro lavoro:
tanto egli lo da ai suoi cari nel sonno.
Ecco: i figli sono dono del Signore,
mercede è il frutto delle viscere.
Come frecce in mano di un forte,
tali sono i figli dei giovani anni.
Beato colui che ne ha piena la faretra:
non sarà confuso quando tratterà
alla porta con i suoi nemici.
(Antonio Vivaldi, Nisi Dominus, Rv 608, dal Salmo 127 [126], Canto delle ascensioni, di Salomone).










La cantata sacra Nisi Dominus per contralto e archi in 8 movimenti sul testo del Salmo 126 [127], fu scritta da Antonio Vivaldi nel 1738, insieme ad altre tre, per l’Orfanatrofio di Santa Maria della Pietà di Venezia. Lo spartito vivaldiano fu rinvenuto nel 2003 nella Biblioteca di Stato di Dresda, pressoché sconosciuto e attribuito a Baldassarre Galuppi; nel XVIII° secolo la città era governata dai principi elettori di Sassonia ed era sede della corte più colta, illuminata e raffinata d’Europa, che aveva acquistato l’opera insieme ad altre dello stesso autore.






Eleganti posate decorate con arditi arabeschi, calici in vetro soffiato di Murano, candide e soffici tovaglie di Fiandra che odorano di sole e di fresco bucato, vassoi di deliziosa frutta proveniente da ogni angolo del mondo che è uno spettacolo cromatico a aromatico, prima di dire qualcosa al gusto.
Ma siamo ancora lontani dalla perfezione.






Questo Largo sui versi 10, 11 e 12 del Salmo 127 [126] ha la cadenza altalenante e ipnotica dell’unica, predominante figura musicale, il trocheo, che è un piede bisillabo di ritmo discendente, che nella sua forma più pura è raffigurato da  ̶ U, reso ancora più onirico e vibrante dalla sfuocatura delle sordine degli archi, sordine con piombi espressamente volute dallo stesso Vivaldi per conferire al timbro di questi strumenti la dimensione di irrealtà e di sogno più consona al tema dell’abbandono dell’uomo a Dio espresso dal salmista. Più che di mero e semplice abbandono si tratta di una continua tensione, delle corde tese degli archi sempre alla ricerca della perfezione e della piena armonia del suono, dell’uomo che cerca la sua perfezione in Dio, dei moti interiori dell’anima che anela all’assoluto. Una perfezione che però non vuole giungere a bearsi di se stessa, ma vuole essere perenne ricerca del meglio, appagata però della propria imperfezione, anzi, armonica e perfetta proprio in questa tensione e in questa imperfezione: per questo mi sono innamorato dell’ossimoro “imperfette armonie”.    





Le olive nere grosse di Sicilia, in salamoia, lisce e lucide, invitanti, profumate di spezie, polpose, gustose, che accompagnano il pane meglio dei più prelibati condimenti d’arabia, meglio delle carni e delle verdure speziate dell’India, meglio del caviale del Caspio accompagnato da coppe di champagne francese in cui sono dissolte poche gocce di vodka pura ben ghiacciata, meglio della tenera e saporitissima carne bovina wagyu proveniente dall’isola giapponese di Kobe, meglio di qualsiasi altra squisitezza ci giunga da oriente o da occidente, da meridione o da settentrione.
Ora è tutto perfetto.




Commenti

  1. Devo dedurre che più che dai sentimenti, con le loro mille sfacettature, dobbiamo buttarci sul cibo?...
    Per quanto i cibi che tu descrivi mi appaiano delle prelibatezze ormai quasi irraggiungibili, preferisco immaginare ancora le irraggiungibili
    fascinazioni dell'amore. Bellissimo post. Ciao :-):
    specchio.ilcannocchiale.it

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  2. @ Specchio,
    io mi butterei su tutto, così, per non sbagliare … d’altronde, come potremmo affrontare le dolci fatiche d’Amore senza nemmeno un panino al prosciutto? E il cibo da solo, per quanto prelibato sia, non nutre l’anima, né placa la fame d’amore e di sapere. E la musica, vogliamo dimenticarla? Ma di certo non potremmo vivere di sola musica, e anch’io a volte “A Beethoven e Sinatra preferisco l' insalata, a Vivaldi l' uva passa che mi dà più calorie”. L’ideale sarebbe un po’ di tutto, senza esagerare, un’imperfetta armonia insomma, godersi tutto quanto e rimanere sempre con un po’ di appetito per tutto, per la vita in generale. L’unica cosa che ti consiglio calorosamente però è: “Mai dimenticare le olive!”. ;-)
    Ciao, e grazie per i tuoi commenti, sei troppo buona nei giudizi.

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  3. Adoro le olive. Non ho mai assaggiato quelle siciliane ma trovo grandiose quelle greche, quelle che mangi sul posto e che sono state il mio pranzo insieme a pane, pomodori, olio, origano e timo durante tutte le mie vacanze. La colonna sonora era data dal silenzio intercalato dal canto delle cicale, la vista era deliziata dal giallo dei limoni sullo sfondo blu del cielo inghiottito dal mare.. Direi un'armonia quasi perfetta... :-)
    Ciao e buon tutto
    Julia

    Sto ascoltando Vivaldi, mi piace...

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  4. .Tu parli delle olive kalamata, e non posso che darti ragione, sono davvero eccezionali, le trovo anche qui in Veneto, abbastanza buone da ricordarmi le originali, ma non altrettanto da restituirmi quelle atmosfere greche, quei colori e quel frinire di cicale. Lo stesso accade con quelle siciliane che ho menzionato, sono più grandi e tondeggianti (mentre le kalamata sono oblunghe) e meno scure delle loro cugine greche, hanno un sapore molto diverso e ricordano atmosfere, climi, paesaggi, odori, sapori simili ma non coincidenti e non paragonabili, anche se quello è un mare che ti trascina, da quelle acque ti attendi davvero che possa sorgere venere dalla sua schiuma, sia che ti trovi a Milo, sia, invece, sulla spiaggia di Selinunte o di Lampedusa. Ti aspetti che Febo possa squarciare da un momento all'altro le nubi di un azzurro intenso che squarcia il cuore, e sorriderti; che Artemide con i suoi cani e la sua faretra sbuchi all'improvviso dalle foreste della Beozia o dal Mongibello e dalla Conca D'Oro. Anche questa delle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo, il loro mare, il loro cielo, animali, uomini, e dei fu un'imperfetta armonia che greci, siculi e latini cercarono di cingere nelle misure della perfezione delle loro veneri, nelle planimetrie e nell'acustica perfetta dei loro teatri, nella versatilità del loro pensiero.
    Ciao

    RispondiElimina

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