ETERNITÀ 2




Ora, di questa missiva colpisce subito e immediatamente il carattere maiuscolo usato, che ben difficilmente potrebbe essere dovuto a dei problemi con la macchina da scrivere, recente acquisto di Nietzsche, se non altro perché alla fine della missiva usa correttamente il carattere minuscolo; bensì all’evidenziarne il contenuto e ad amplificarne la drammaticità e la richiesta sottesa nel suo testo in apparenza innocuo e banale. Nietzsche, dopo il consueto e roboante saluto, introduce l’amena scenetta di un suo bagno al mare (era solito bagnarsi nelle acque ben più gelide dei laghi di montagna, in alta quota), ma spezza l’idillio e la piacevolezza del bagno con l’evocazione di un suo stretto congiunto che è recentemente morto affogato in circostanze simili, e non sarebbe morto tanto per il bagno in sé, quanto perché non c’era li qualcuno con lui che potesse soccorrerlo ... e anche Nietzsche è solo a Genova. Da una scena così drammatica, come la descrizione della morte di un parente, passa improvvisamente ad una più ridicola vicenda nell’ufficio postale, in cui egli può prelevare il denaro che il suo amico gli ha inviato senza esibire un documento e, subito dopo, informa l’amico di aver ricevuto la somma che gli occorre per vivere e dunque è tranquillo per un paio di mesi dal punto di vista economico. 



La “russa” sembra quasi un contraccambio di saluto buttato li per caso o quasi per dovere, in realtà non è difficile comprendere come fosse per Nietzsche la questione che gli premeva di più, e si tradisce in parte quando si dichiara “avido di tali anime” (in realtà è solleticato da lei, non vede l’ora di fare la sua conoscenza ... non certo dell’ “anima”), salvo poi subito dopo quasi minimizzare, se non proprio smentire, quest’interesse adducendo chissà quali progetti per i prossimi 10 anni. Anche la proposta di matrimonio sembra rientrare in questi progetti, ma allora come ora non esistevano matrimoni a tempo determinato “di due anni”, il fatto è che Nietzsche non sembra scherzare affatto su questo argomento, è terribilmente serio, non c’è ombra di ironia, e questa interpretazione è avvalorata dal fatto che proporrà davvero a Lou von Salomé di sposarlo tramite Paul Rée dopo solo qualche giorno dall’averla conosciuta e senza essersi reso affatto conto di non esserle poi tanto simpatico. Certo, Lou fu colpita dalla sua intelligenza e dalla sua stringente dialettica, Nietzsche sapeva parlare molto bene e aveva un timbro di voce dolce e caloroso che affascinava tanto le signore di una certa età (dalle quali era molto ricercato per il suo eloquio, per la sua cultura, per i suoi modi garbati), tutte virtù che le donne più giovani consideravano noiose. 



Infatti, dovette apparire molto solenne e prosopopaico quando nella Pasqua del 1882 nella Basilica di San Pietro in Roma Nietzsche esordì in questo modo nel salutare Lou che incontrava per la prima volta in quell’istante: “Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?” ... il tutto senza l’accenno ad un sorriso che facesse pensare a qualcosa di ironico e non venisse accolto come una forzatura e quasi con fastidio. Lo stesso senso di forzatura e di fastidio che accolse, solo qualche giorno più tardi, la sua richiesta di matrimonio tramite l’amico Paul Rée, i motivi che Nietzsche adduceva a giustificazione di questa insolita richiesta erano fondamentalmente di voler salvare il decoro e poter realizzare quella “santa trinità”, quella comunione di spirito e quella convivenza finalizzata allo studio e alla libertà di poter dialogare di filosofia liberamente, senza che la madre di Lou o la sua famiglia avessero da eccepire. Lou era furiosa, fu più volte sul punto di dirgli in faccia che trovava ridicola e patetica quella richiesta, i paladini della “trasmutazione dei valori” e della volontà di potenza contro ogni morale religiosa e borghese si precipitavano poi ad istituire un matrimonio farsa solo per salvare le apparenze e la loro rispettabilità (la stessa richiesta di matrimonio era stata avanzata solo qualche tempo prima dallo stesso Paul Rée, che si guardò bene dall’avvertire Nietzsche del suo tentativo ... e questa doppia proposta non fece altro che irritare ancora di più Lou). 



Lou, comunque, per Nietzsche era la vestale, la sacra vergine degna di ricevere fra le sue bianche mani dalle dita affusolate il mistero terribile dell’eterno ritorno, ma questa eredità mistica non si sarebbe realizzata neanche se non fossero sorte complicazioni sentimentali inestricabili nel triangolo fra Friedrich-Paul-Lou; quest’ultima era troppo libera e indipendente per essere semplicemente la discepola prediletta di chiunque (figuriamoci di un oscuro professore in pensione di cui era ben difficile in quel momento poter prevedere il successo che gli sarebbe arriso soltanto dieci anni dopo), né intendeva in alcun modo legarsi sentimentalmente con chiunque, neanche con Paul Rée che, seppure non fosse un adone, almeno era un uomo intelligente quasi quanto Nietzsche, intellettualmente stimolante e abbastanza scanzonato, divertente ed ironico da risultarle molto gradevole. 



In quanto al concetto di eterno ritorno, è addirittura raccapricciante sentirlo interpretato anche da studiosi autorevoli alla lettera come un ritorno eterno di tutto ciò che è il quale, all’interno dell’idea di circolarità del tempo, ritornerebbe infinite volte, come se l’universo tutto fosse un’enorme ruota girevole e noi umani dei criceti che camminano all’infinito per ritrovarsi sempre al medesimo punto. Credete davvero che un pensatore che si sia liberato dell’idea di Dio annunciandone la morte, si è liberato di ogni morale, di ogni valore, di ogni criterio e di ogni certezza, possa poi sostituire tutto questo con un improbabile e ineffabile ritorno eterno del tutto e di noi con esso? Credete davvero che possa aver tratto ispirazione, come scrivono alcuni, dalla filosofia greca? Quale eterno ritorno è possibile in Grecia dopo che Eraclito ha sentenziato che: “tutto fluisce” (DK 22 A6) e che: “Non è possibile entrare due volte nel medesimo fiume” (DK 22 B 91) ... certo, il discorso di Eraclito è più complesso di quanto possa apparire, perché in definitiva egli riduce ogni parte in conflitto ad una medesima sostanza, affermando che tutte le cose sono in realtà la medesima cosa, ed anche il tempo si annulla in un concetto cristallizzato, eterno, sospeso e immutabile ... un flusso perenne dove però niente ritorna com’era e com’è, ma in cui tutto cambia. Ma, più che da Eraclito (che pure apprezzava moltissimo) Nietzsche fu influenzato dalla lettura di Schopenhauer che nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione si era ispirato alle Upanishad, una summa della filosofia e della teologia indiana scritta in sanscrito e risalente, i testi più antichi, al IX° e all’VIII° secolo a.C.. 



Nel brano tratto dalla Gaia scienza trascritto sopra mi pare evidente che Nietzsche attribuisca più importanza al "cosa accadrebbe se...", non sta dicendo che tutto ritornerà, ma "prova a pensare che sia così, come ti sentiresti e come reagiresti a questo pensiero?". La valenza che da Nietzsche a quell’aforisma non è ontologica bensì puramente psicologica e vuole evidenziare quanto siano importanti per l’essere umano ciascun gesto che compie, ciascun sentimento, ciascuna emozione, ciascuna scelta, ..., perché in assenza di ogni valore, di ogni parametro esterno, in mancanza di ogni divinità che possa fare da giudice e da garante, ciascuna azione noi possiamo fare è tutto ciò che abbiamo, è tutto ciò che siamo ... ecco perché bisognerebbe soppesarla, valutarla, non perché potrebbe ritornare infinite volte, ma perché nel momento in cui compiamo la nostra azione, essa si iscrive nel nostro essere a caratteri di fuoco e diventa ciò che siamo. L’oltreuomo, così come Nietzsche lo configurerà meglio nello Zarathustra, non è un essere predeterminato dalla natura, dalla legge, dalla morale, da una qualsiasi verità ad egli esterna, non obbedisce a scopi o fini che lo trascendono, fossero pure divini, è la sua azione concreta a determinarlo, ciò che realmente fa, che si inscrive nell’ambito di una volontà di potenza, di una vita che vuole la vita, che non vuole altro che affermare se stessa, come libertà e invenzione, in un perenne gioco aggressivo e creativo. 



Egli non è immerso nel tempo, ma lo genera, è cronopoietico (è egli stesso il suo tempo), è il protagoreo pánton chremáton metron estìn ánthropos, l’uomo come misura di tutte le cose, che diventa nell’azione che esercita; molto diverso dal “soggetto trascendentale” kantiano per cui il tempo è si un estrinsecarsi della sensibilità che necessita di situare ogni cosa conosciuta all’interno di un diagramma spazio-temporale, ma il tempo stesso finisce per diventare un a-priori universale e necessario e non la creazione del singolo soggetto. Potremmo ancora aggiungere che mentre Kant fonda la ragion pratica sulla ragion pura e poi necessita della critica del giudizio per accordare le due ragioni precedenti, proprio come Cartesio necessitò della ghiandola pineale che facesse da tramite fra la res cogitans e la res extensa, in Nietzsche non c’è nessun cielo stellato sopra di noi (tranne quando incontra qualche bella ragazze) e nessuna legge morale dentro di noi, e la ragion pratica trova da sé il proprio fondamento in se stessa (l’azione, la decisione, l’affermazione trovano giustificazione solo nel soggetto che le attua, sono il soggetto) ... anzi, qualsiasi ragion pura al di fuori del soggetto, qualsiasi iscrizione nel trascendente o nel trascendentale, qualsiasi storia universale, qualsiasi idea scientifica della natura, qualsiasi concetto universale sarebbe un limite al soggetto e un elemento di negazione della vita. Poi c'è l'aspetto del ritorno ciclico dell'identico, cosa intenda Nietzsche è oggetto di varie e interessanti interpretazioni, è consigliabile leggere "La visione e l'enigma" nello Zarathustra, nella seconda parte trovate il più bel passo in cui descrive l'eterno ritorno, ma non è di facile comprensione: dovrete districarvi fra la figura del nano-talpa, fra i sentieri che sbattono la testa l’uno contro l’altro e convergono in una porta carraia su cui sta scritta la parola “attimo”, fra ragni e chiari di luna, fra cani ululanti e pastori aggrediti da neri serpenti, e che solo chi supera lo schifo e riesce a staccare la testa del serpente che lo aggredisce con un morso può diventare un uomo nuovo, da uomo ardito, che si imbarca su vele ingegnose per mari inesplorati, da solutore di enigmi qual’era. 



Oppure i Frammenti postumi, in cui si trovano perle come questa: "Non ci sono valori assoluti, non esiste nessuna struttura razionale e universale, non c’è nessuna provvidenza, nessun ordine cosmico. Il mondo non ha un senso. Contrariamente alla concezione che la tradizione ebraico-cristiana ha radicato nella cultura europea, l’universo non ha né un inizio né una fine, né un fine, ma è sostanzialmente eterno ritorno all’identico". O questa: «La misura della forza del cosmo è determinata, non è “infinita”: guardiamoci da questi eccessi del concetto! Conseguentemente, il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli sviluppi di questa forza è certamente immane e in sostanza “non misurabile”; ma in ogni caso è anche determinato e non infinito. È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito, cioè la forza è eternamente uguale ed eternamente attiva: fino a questo attimo, è già trascorsa un’infinità, cioè tutti i possibili sviluppi debbono già essere esistiti. Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre». (Frammenti postumi, 1881-1882, 11[316]). 




Alla fine della seconda canzone di danza Nietzsche recita una poesia scandita da dodici rintocchi, la vita aveva poco prima detto a Zarathustra di sapere che quando questi rintocchi rimbombavano la notte nella sua caverna, proprio quando batteva il dodicesimo rintocco che scandiva la mezzanotte, Zarathustra pensava di lasciarla ... l’idea della stanchezza della vita e del vagheggiare la morte è presente, Zarathustra stesso lo conferma, ma sussurra qualcosa di segreto nell’orecchio della vita, qualcosa che nessun uomo mortale sa e che molto probabilmente ha a che fare con l’eterno ritorno. La mezzanotte profonda, l’ora più buia e più tetra dell’intera giornata (ma anche l’ora in cui inizia il primo albeggiare del nuovo giorno e la candida aurora apre la sua strada fra le tenebre della notte), l’ora terribile in cui le streghe si riuniscono nei loro Sabbath, i morti viventi escono dai loro avelli, i fantasmi e gli spettri si manifestano liberamente, l’ora in cui si anela alla morte, dice all’uomo attento che lei dormiva (il termine “profondo” e il “dormivo” ripetuto servono a dare intensità ai concetti ... sia la mezzanotte che il suo sonno erano quindi molto intensi), nel senso che generalmente nell’uomo l’ipotesi della sua morte è profondamente sopita e quando si sveglia, quando comincia ad affiorare nella sua mente essa si risveglia sempre da un sonno profondo, in cui lo stesso mondo è profondo, più che nei pensieri del giorno. Profondo, certamente, è il suo dolore ma il piacere è più profondo ancora della sofferenza; l’ipotesi di Nietzsche era che il piacere (Nietzsche usa il termine Lust, che vuol dire anche desiderio) fosse più ancestrale del dolore, sul piacere si innesta la sua volontà di potenza e la vita prova piacere nell’affermare se stessa ... il dolore trova il suo statuto come piacere frustrato, piacere inappagato, la vita che stenta ad affermarsi, costretta entro limiti, confini e paludamenti artificiali che la mortificano e addirittura la negano. Tutto il contrario di ciò che pensa Freud, il cui lustprinzip (principio di piacere) non è necessariamente la ricerca attiva del piacere, come potrebbe sembrare, ma l’evitamento del dispiacere, del dolore; per Freud alla base dell’esistenza c’è il dolore, piacere è soltanto quell’attimo che consente di scaricare il surplus di eccitazione che provoca dispiacere e può rappresentare un pericolo per l’equilibrio stesso dell’individuo. Per Nietzsche piacere è uno slancio conativo e creativo, un tuffo nell’affermazione di sé e nella gioia di vivere; per Freud il piacere è un equilibrio precario sopra la condizione basale dell’uomo che è quella del dolore e dell’istinto di morte, l’impulso cioè della sostanza vivente a ritornare al suo primitivo stato di sostanza inanimata. 



Il dolore ci intima di perire, ci spinge verso la cessazione della nostra esistenza e, dunque, verso la morte; ma ogni piacere o desiderio esigono, invece, eternità, una profonda eternità; ogni azione, ogni affermazione di sé si inscrive nel raggio del perenne e dell’illimitato, supera ogni caducità, blocca l’attimo e lo proietta nell’eterno, arresta il carro del tempo sulle soglie di un abisso indicibile in cui il gesto è passato-presente-futuro, piacere e dolore, il soggetto che decide coincide con il braccio che esegue e in cui gli amanti sono una cosa sola, sospesi nelle gocce nebulizzate dei loro sospiri, nei mugolii felini del loro ansimare, nel movimento ciclico di marea che sincronizza la loro vicinanza e la loro distanza, nel rispecchiarsi nello scintillio degli occhi dell’altro che si rispecchia nei miei. Quando mi capita di parlare alle coppie di questo “non-tempo” dell’amore, di questa sete di eternità, di questo superamento del tempo personale per costruire un tempo duale, dove l’io-penso, l’io-faccio vengono sostituiti dal noi-pensiamo e dal noi-facciamo, e della dilatazione del tempo presente che si ramifica in una storia passata e in un futuro condivisi, dove non predomina la progettualità o gli obiettivi raggiungere, ma l’essere stati o lo stare insieme, mi stupisco spesso per il loro stupore. Sembra che non riescano ad immaginare l’eternità dell’amore, c’è chi la pensa come qualcosa di cui è bene non illudersi troppo, bisogna camminare con i piedi per terra, e la concretezza e l’esperienza dicono loro che gli amori finiscono (sia perché si spegne il sacro fuoco, sia perché saltano fuori crisi insolubili, la cui unica soluzione è quella di separarsi), c’è chi invece la vede addirittura come un vincolo e una costrizione, amare tutta la vita un’unica persona come un limitarsi riguardo a tutte quelle persone più brillanti, più interessanti, meno monotone, più intriganti che potrebbero conoscere. Comunque venga giustificato lo stupore, sia come disillusione, disincanto, non credere alle favole, sia come fluidità dei legami, libertà, indipendenza, resta sospesa comunque un’insoddisfazione di fondo, una mancanza di godimento, una frustrazione continua che ci insegue senza tregua, perché i legami così formati, che non osano volare verso l’infinito, sono carenti e non gratificanti, proprio perché il piacere e il desiderio si nutrono di eternità, di profonda profonda eternità. Questi pseudo-legami codificano piuttosto i propri limiti, le proprie paure, le proprie immaturità, l’incapacità di elevarsi e di osare sfidare il cielo con le nostre ali, di sentirci nella pienezza del nostro essere, divinità olimpiche che creano cose e legami e le consegnano all’eternità. Proprio come gli antichi greci, che erano pur coscienti dell’opera di corrosione esercitata dal tempo, avevano visitato le piramidi dei faraoni egizi, avevano visto crollare grandi imperi, avevano piegato potenze colossali ed erano consapevoli che un granello di sabbia può bloccare l’ingranaggio più sofisticato proprio come trecento spartani possono fermare un’armata immensa alle Termopili, o una minuscola città come Atene può battere sia in terra (a Maratona) sia per mare (a Salamina) l’esercito persiano, che nonostante tutto costruivano templi, opere d’arte, statue, leggi, sistemi filosofici, educativi, sociali, come se dovessero partecipare dell’afflato eterno. O un amore come quello Paolo e Francesca che i divini versi di Dante Alighieri hanno consegnato alla memoria immortale dell’umanità, un amore che sfida le convenienze, l’incesto, il pudore, la morte, la legge divina e la dannazione eterna; Paolo e Francesca preferiscono mille volte essere percossi e sbattuti dalla tempesta infernale, il non aver posa né tregua, pur di poter rimanere stretti l’un l’altro e di non esser mai divisi.



"Ich habe gehen gelernt: seitdem lasse ich mich laufen. Ich habe fliegen gelernt: seitdem will ich nicht erst gestoßen sein, um von der Stelle zu kommen. Jetzt bin ich leicht, jetzt fliege ich, jetzt sehe ich mich unter mir, jetzt tanzt ein Gott durch mich". (Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra, Vom Lesen und Schreiben). 



"Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo". (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Del leggere e scrivere).

Commenti

  1. Splendida sequenza di post, signor Garbo. Interessanti, coinvolgenti, emozionanti e densi. E per finire la bellissima canzone del Fabi a fare da ciliegina sulla torta. Grazie, anche per il bel corto Paperman: a suo tempo non riuscii a commentare, ne approfitto ora.

    Buona Pasqua.

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  2. Signora, Lei, anche ammantata del mistero dell'anonimo, ha uno stile inconfondibile e si palesa ancora una volta come la mia lettrice più attenta. Augurarle Buona Pasqua adesso, così in ritardo, sarebbe improprio, anche "pace e bene" seppure in linea con questi tempi di papi gesuiti-francescani "una volta si sarebbe detto "gesuiti-euclidei"), non trova il mio beneplacito, augurarle salute è troppo scontato, felicità? sarebbe come augurarle qualcosa che io stesso non so bene cosa sia ... le auguro allora una Nuova Luce (senza alcun significato mistico, esoterico o religioso).

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    1. Ma grazie! Naturalmente sarà a basso consumo energetico.

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