giovedì 28 marzo 2013

FUORI MACCARI DALLA POLIZIA


Franco Maccari è il segretario Generale del Coisp, il sindacato autonomo della Polizia di Stato, dopo l’indegna manifestazione di ieri sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia Moretti mostrandosi solidali ai poliziotti condannati per aver ucciso a manganellate e poggiandosi pesantemente sul torace fino a fracassargli le costole e a impedirgli di respirare Federico Aldobrandi, un giovane di diciotto anni e con vaghi intenti intimidatori degni più di una cosca mafiosa che di un sindacato di polizia, dichiara che la foto di Federico che la signora Patrizia ha mostrato coraggiosamente scendendo in piazza in una contro-manifestazione improvvisata, è un fotomontaggio.
Altro che la “stigmatizzazione” e la presa di distanza senza prendere alcun provvedimento del Ministro Cancellieri, io chiedo che Franco Maccari venga sbattuto fuori dal corpo di Polizia, perché uno che ha quelle idee non può tutelare i cittadini, è un lupo a guardia del gregge ... e con lui può accomodarsi alla porta chiunque voglia seguirlo o la pensi allo stesso modo. Non è concepibile l’aggressione a cui viene sottoposta una madre con atti intimidatori, questi sono sistemi mafiosi: ti ammazziamo il figlio e devi stare zitta!
In quanto a Potito Salatto euro-parlamentare eletto nelle liste del PDL, vergognati semplicemente per esserti presentato nella tua veste di rappresentante dell’Italia in Europa sotto le finestre dell’ufficio dove lavora una donna già duramente provata da tutta questa faccenda per intimidirla, una donna che ha già perso un figlio ucciso da una pattuglia di polizia, in solidarietà ai poliziotti che gliel’hanno ucciso, vergognati della gazzarra contro il sindaco che ti sta facendo notare che una manifestazione sotto le finestre è una provocazione e vergognati anche di esibire un patetico: “io rappresento i cittadini di tutta l’Europa...” nuova versione del: “Lei non sa chi sono io...”. Il fatto di essere stato eletto non da il diritto a nessuno di ritenersi al di sopra del decoro e non esime nessuno dal rispetto, e non è neanche automatico di questi tempi che il voto ti attribuisca l’epiteto di onorevole ... quello bisogna dimostrare di meritarselo.
Ah, qual’ora fosse sfuggito, la manifestazione del Coisp era di solidarietà ai colleghi condannati e contro la decisione di assoluzione di Patrizia Moretti dall’accusa di aver diffamato Maria Emanuela Guerra, il magistrato di turno quando accadde l’omicidio di Federico. Ora, è lecito manifestare per qualsiasi cosa, siamo in democrazia ma, che dei poliziotti protestino contro l’applicazione della Legge è singolare, che lo facciano sotto la finestra della madre della vittima è sconcertante e intimidatorio.

mercoledì 27 marzo 2013

A FIANCO DI PATRIZIA MORETTI, MADRE DI FEDERICO ALDOBRANDI


Aldobrandi: il massacro continua, cosche mafiose coperte da una divisa e da un distintivo di polizia intimidiscono una madre a cui hanno ammazzato il figlio ... sembra sconcertante, ma è così.
Non è tollerabile in un Paese civile che dei poliziotti, che dovrebbero far rispettare la Legge, degli agenti del Coisp, a Ferrara sostino provocatoriamente sotto la finestra dell’ufficio dove lavora Patrizia Moretti, madre di Federico Aldobrandi, il ragazzo barbaramente ucciso da alcuni agenti di polizia, esprimendo solidarietà ai colleghi che sono stati condannati per quest’omicidio. 
Io non mi sento tutelato da questi individui, non sono tranquillo nel sapere che esistono agenti che possono massacrare di botte un ragazzo e altri che esprimono solidarietà ai loro colleghi assassini, che facciano delle intimidazioni mafiose ad una persona che ha subito il peggiore dei crimini: gli hanno ammazzato un figlio, ma non sono stati dei criminali, sono stati agenti di pubblica sicurezza, gli stessi che dovrebbero proteggere i cittadini, non massacrarli di botte.
Sono schegge impazzite di anarchia, dove alla Legge si sostituisce la forza, la violenza, l’arbitrio e la faccia come il culo di osare intimidire una madre che ha già perso un figlio.
Chiedo da questa pagina ( ... e a chi che stanno tutti a litigare su cose futili e su questioni che dovrebbero lasciare spazio al fare immediatamente qualcosa perché la nave Italia è diventata davvero: “ ... nave senza nocchier in gran tempesta ...” o, peggio, nave guidata da Schettino?) il rispetto per una madre, che non sia costretta a difendere  il suo dolore e il rispetto della Giustizia da sola scendendo in strada a mostrare la foto del figlio tumefatto dal massacro (hanno persino spezzato i manganelli sul corpo del povero ragazzo quelle bestie).
Chiedo, inoltre, un provvedimento esemplare per quelle persone che hanno così vigliaccamente cercato di intimidire una persona e le scuse del Capo della Polizia e del Ministro dell’Interno ... per quello che possono servire.


martedì 26 marzo 2013

A VOLTE NUVOLA SEI ... 1







“Donna sei sete e vendemmia
  donna sei polvere, donna sei pioggia
  donna saggezza, donna follia
  a volte nuvola sei…”

(Angelo Branduardi, Donna ti voglio cantare).








“Io sono quella che cantano i poeti,
l’inesauribile sorgente dove palpita il genio,
l’apparizione, la madonna, l’egeria,
quella che suscita il sogno, che purifica l’acqua torbida,
io sono la cavità, la matrice,
la fontana da dove sgorga il verso trionfante,
dove risuona l’immagine di musica;
io sono quella che partorisce, che è materna,
quella che incanta, l’onnipresente.
Gli uomini mi piangono e mi desiderano,
i poeti mi gridano e mi sospirano,
tutti mi portano alle stelle…
Ma io non sono ascoltata.
Io sono parlata ma non parlo,
sono scritta, ma non scrivo,
io sono dipinta, ritratta, scolpita,
il pennello e lo scalpello mi sono estranei.
Nessuno ascolta le mie grida silenziose,
nessuno vede la mia bocca spalancata e muta,
le mie dita contratte, le mie mani aperte,
le mie lacrime di pietra, il mio cuore straziato.
Io sono quella che non ha linguaggio,
quella che non ha volto, quella che non esiste.
… la donna…”
(M. Bacchetti, Moizzi, a cura di, Nella donna c’era un sogno. Canzoniere femminista, 1976).








"Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano di avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con grandi cappelli e bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo di incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù che non sarà tanto facile vincere”.
(Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne, 1993).




Adesso che l’amore
è una strana abitudine,
estinta specie della quale parlano
antichi documenti,
e si censura l’abbandonato officio
del dono di sé;
adesso che il ventre
dimenticò di generare figli
ed il ginocchio la sua grazia
ed il capezzolo
la sua promessa felice
di miele ed essenza.
Adesso che la carne si annoda
e si spoglia,
va e si rivolta
sulla carne buona
senza lasciare profumi, semi
e battaglie vittoriose,
e raccogliendo in cambio
rotondi raccolti;
adesso che è vietata la tenerezza,
modalità perduta delle nonne;
che perse la carezza
la sua avena generosa;
adesso che la pelle
delle pareti si palpano
maschio e femmina
senza raggiungere il mirto
la brace commossa,
ardo semplicemente
incinta ed ubriaca.
Riscatto la parola primigenia
dell’ utero,
e classica e stravagante
intraprendo l’impegno
di spogliarmi.

E amo.

Ana Istarú






"Sono le donne difficili quelle che hanno più amore da dare, ma non lo danno a chiunque. Quelle che parlano quando hanno qualcosa da dire. Quelle che hanno imparato a proteggersi e a proteggere. Quelle che non si accontentano più. Sono le donne difficili, quelle che sanno distinguere i sorrisi della gente, quelli buoni da quelli no. Quelle che ti studiano prima di aprirti il cuore. Quelle che non si stancano mai di cercare qualcuno che valga la pena. Quelle che vale la pena. Sono le donne difficili, quelle che sanno sentire il dolore degli altri. Quelle con l'anima vicina alla pelle. Quelle che vedono con mille occhi nascosti. Quelle che sognano a colori. Sono le donne difficili che sanno riconoscersi tra loro. Sono quelle che, quando la vita non ha alcun sapore, danno sapore alla vita".

(Alma Gjini)






mercoledì 20 marzo 2013

ETERNITÀ 1




Eins!

Oh Mensch! Gieb Acht!

Zwei!

Was spricht die tiefe Mitternacht?

Drei!

"Ich schlief, ich schlief -,"

Vier!

"Auf tiefen Traum bin ich erwacht:-"

Fünf!

"Die Welt ist tief,"

Sechs!

"Und tiefer als der Tag gedacht."

Sieben!

"Tief ist ihr Weh -,"

Acht!

"Lust - tiefer noch als Herzeleid:"

Neun!

"Weh spricht: Vergeh!"

Zehn!

"Doch alle Lust will Ewigkeit -,"

Elf!

"- will tiefe, tiefe Ewigkeit!"

Zwölf!

Die sieben Siegel

(Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra, Das andere Tanzlied).





 «Uno!

Uomo! Sii attento!

Due!

Che dice la mezzanotte profonda?

Tre!

“Io dormivo, dormivo -,

Quattro!

“Da un sogno profondo mi sono risvegliata: -

Cinque!

“Profondo è il mondo,

Sei!

“E più profondo che nei pensieri del giorno.

Sette!

“Profondo è il suo dolore -,

Otto!

“Piacere – più profondo ancora di sofferenza:

Nove!

“Dice il dolore: perisci!

Dieci!

“Ma ogni piacere vuole eternità -,

Undici!

“ – vuole profonda, profonda eternità!”.

Dodici!».

(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, La seconda canzone di danza).





Chiunque abbia visitato almeno una volta il villaggio di Sils-Maria in Engadina rimane stupito dal fatto di non ritrovare quello che immaginava essere il paesaggio che ispirò lo Zarathustra di Nietzsche.

Ci si aspetterebbe un ambiente più impervio, più rude, più selvaggio, denso di baratri e crepacci, di abissi e paesaggi mozzafiato, dove l’aquila e il serpente trovano il loro habitat naturale e dove il profeta Zarathustra possa trovare rifugio e raccoglimento, e ci si ritrova davanti ad un tranquillo villaggio che fluttua fra due laghi, bagnato da un fiume, a cui fa corona il gruppo del Sella, dove sono ben visibili dal lago di Silvaplana il Piz Murtèl, il Piz Corvatsch, il Piz Grüschaint, il Piz Roseg e il Piz Bernina, con sentieri riposanti, che si staccano dall’abitato e si inoltrano dolcemente e gradatamente nella natura fra acque, rocce, alberi e montagne.




D’altronde, chi conosce bene la vicenda di Nietzsche sa che non poteva essere altrimenti che così; all’età di circa quarant’anni (egli compone lo Zarathustra in quattro parti fra il 1883 e il 1885) Friedrich era un uomo ancora vigoroso nel fisico, tanto da poter affrontare anche alcune ore di cammino sui sentieri di montagna, ma la sua vista era seriamente compromessa, al punto che riconosceva le persone solo quando queste gli erano molto vicine ... è impensabile che un uomo con un campo visivo così limitato potesse affrontare da solo (come era solito fare) passeggiate in sentieri che costeggiavano dirupi.




Tuttavia è da questo luogo che lo Zarathustra trae la sua linfa (e dal mare di Genova ... c'è qualcosa di salmastro, quell'odore del muschio bianco che si impregna di alghe stagnanti e di iodio reso frizzante dall'aria tersa che caratterizza questa città in quel libro), non furono tanto i paesaggi (che Nietzsche poteva vedere a stento) ad ispirarlo, forse contribuì tutto ciò che “sentiva” e quel senso di pace e di serenità che aleggiava in quei luoghi, ma la sorgente principale da cui sgorgarono quelle parole fu senza dubbio costituita dalle vicende stesse della sua vita: lo Zarathustra è frutto di uno sguardo interiore.

Certamente contò parecchio il fatto di essere stato costretto dal suo stato di salute a lasciare la sua cattedra a Basilea (la sua insoddisfazione per gli studi filologici e il suo non essere riconosciuto nella nuova veste di filosofo), la rottura dell’amicizia con Richard Wagner (che aveva conosciuto nel 1868), la catastrofica vicenda sentimentale con Lou von Salomé e la perdita del suo più caro amico Paul Rée che gli fu preferito (anche se solo come amico) da Lou, e l’abbandono o l’incomprensione da parte di alcuni fra i suoi amici più cari dopo la svolta del suo pensiero rappresentata da Aurora e dalla Gaia scienza.

Eppure sulla targa commemorativa quasi al centro del Lej da Segl, sulla punta estrema della penisola che si protende al suo interno, non potevano essere scritte parole più significative di quelle che ho trascritto io all’inizio di questo post; a Sils Nietzsche respirò l’eterno.




L’intuizione l’aveva avuta in precedenza ai primi di agosto del 1881 fra questi monti, a Sils-Maria: “a 6000 piedi sopra il livello del mare e assai più al di sopra di tutte le cose umane” (Epistolario,1850-1879, a cura di B. Allason, Einaudi, 1962, vol. III, p. 231) e l’aveva poi sviluppata a Genova nell’inverno del 1881-1882 nella Gaia Scienza dove scrive:



« Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna fra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi e forse ti stritolerebbe».

(Aforisma 341).





Per poco non rimaneva tramortito dalla sua drammaticità, l’idea che gli era germogliata era infatti terribile, egli lo definì in Ecce Homo “il pensiero più grave” o “il pensiero abissale”, Martin Heidegger (Nietzsche, Adelphi, 1994) ne parlò  come “il pensiero dei pensieri” della maturità del filosofo di Röcken, la porta aurorale della trasvalutazione di tutti i valori e della morte di Dio, l’usta dell’anticristo, la traccia iridata dell’übermensch, un lampo che si manifesterà a tratti nel suo pensiero e che sarà celato con orrore agli altri e a se stesso (con l’unica eccezione, forse, della Salomé e di Paul Rée) perché la sua visione era insostenibile.

E dire che il libro era partito pacificamente, i primi tre libri della Gaia scienza dovevano essere semplicemente la continuazione di Aurora ... poi ad un tratto la folgore, chi possiede elementi di psicopatologia si rende conto che dal quarto libro in poi la pacatezza degli aforismi precedenti lascia il posto ad una frenesia, ad uno stato alterato di coscienza, a un invasamento, quasi una possessione.




Nella sua vita quotidiana Nietzsche rimase quell’uomo profondamente timido, maldestro, ignaro di come gira il mondo, estremamente serio e solenne che era sempre stato, ma nel rapporto con le sue opere notiamo che inizia a perdere il senso critico e l’autoironia che fino ad allora l’aveva contraddistinto, e alterna periodi di ipomania a momenti di depressione profonda, come possiamo intravedere in una lettera che scrive a Peter Gast il 14 agosto 1881:



Sul mio orizzonte sono sorte idee di cui non ho mai visto l’uguale prima – per ora non voglio dirne niente, e voglio mantenermi io stesso in una calma imperturbabile. Dovrò ben vivere ancora alcuni  anni! Ah, amico, talvolta mi passa per la testa che sto vivendo una vita pericolosissima, perché appartengo alle macchine che possono scoppiare! L’intensità dei miei sentimenti mi fa rabbrividire e ridere - già alcune volte non ho potuto lasciare la stanza per la ridicola ragione che avevo gli occhi infiammati. Perché? Perché avevo pianto  troppe lacrime durante le mie passeggiate [...] non lacrime di sentimento, ma lacrime di gioia: mentre piangevo cantavo e dicevo assurdità, invaso da una nuova visione che sono il primo di tutti gli uomini ad avere” (Autobiografia attraverso le lettere, a cura di C. Buttazzi, Piemme, 1995, p. 238),



con tracce di megalomania che sfoceranno nell’autoesaltazione dell’Ecce Homo (quando proclama solennemente:



«Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che fin’ora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite.-» (Friedrich Nietzsche, Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è, 15, Perché io sono un destino),



fino alla catastrofe dell’abbraccio del cavallo e al delirio delle lettere della follia a Torino.




In ogni caso, preso da sacro furore nella primavera del 1882 , con una decisione fulminea si imbarca da Genova (dove risiedeva) alla volta di Messina su una nave mercantile di cui era l’unico passeggero, dimenticando nel suo fervore spirituale il suo stato di salute e il fatto che soffriva di mal di mare (quando giunse a destinazione dovettero farlo sbarcare mezzo svenuto trasportato in una barella.

Nonostante la disavventura, però, gli bastò risvegliarsi in una stanza piena di luce che si affacciava su piazza Duomo e sui filari di palme (si tratta della splendida Messina precedente al terribile terremoto che la devastò nel 1908) perché riprendesse il suo stato di esaltazione precedente all’imbarco e scrisse ai suoi amici Franz e Ida Overbeck:



Questa Messina sembra creata per me e anche i messinesi si mostrano verso di me di una tale amabilità e cortesia da farmi balenare alla mente i pensieri più strani. È forse possibile che qualcuno mi preceda nel mio viaggio per preparare la gente ad accogliermi con favore?”. Heinz F. Peters, 1962, Lou Andreas Salomé. Mia sorella, mia sposa, Odoya Editore, Bologna, 2011, p. 108).  



Nietzsche scambia probabilmente la straordinaria gentilezza, cortesia e ospitalità dei messinesi (e in generale della gente del sud Italia) per qualcosa che è rivolto solo ed esclusivamente a lui, come un omaggio e un riconoscimento della sua grandezza, tanto che si immagina come un imperatore o addirittura un Dio i cui messi lo precedono e ne annunciano la venuta.




Altrettanto strana è la lettera che scrive al suo amico Paul Rée quando questi gli annuncia di aver fatto la conoscenza di una giovane russa molto interessante che vorrebbe fargli conoscere e, forse (la lettera di Rée purtroppo non ci è pervenuta), gli annuncia pure il progetto di quest’ultima di una convivenza spirituale comune basata sullo studio, sullo scambio e sulla ricerca del sapere, magari facendogli presente la questione del “decoro” borghese che si richiedeva a tale convivenza, la riporto per intero e fedelmente:



Genova, 21 marzo 1882.



MIO CARO AMICO, QUALE PIACERE MI PROCURANO LE SUE LETTERE! – MI PORTANO LONTANO – IN TUTTE LE DIREZIONI, E ALLA FINE, IN OGNI MODO, VERSO DI LEI! – IERI HO FATTO IL BAGNO IN MARE, PROPRIO IN QUEL FAMOSO PUNTO IN CUI ---. PENSI CHE L’ESTATE SCORSA UN MIO PARENTE STRETTO [Si tratta dello zio materno di Nietzsche, Theobald Oehler, morto mentre prendeva un bagno nel luglio del 1881] È STATO COLTO DA UNO DI QUESTI ATTACCHI NEL BAGNO, E DATO CHE PER CASO NON C’ERA NESSUNO VICINO, È MORTO AFFOGATO. HO RISO MOLTO DEI SUOI 30 FRANCHI – ALLA POSTA MI HANNO CONSEGNATO QUELLA LETTERA SENZA NEMMENO CHIEDERMI IL PASSAPORTO – E IL GIOVANE IMPIEGATO LA MANDA A SALUTARE – ECCO! OVERBECK [il suo amico Franz Overbeck amministrava la sua pensione di professore in congedo] MI HA MANDATO IL MIO DENARO – ADESSO SONO A POSTO PER UN PAIO DI MESI. – SALUTI DA PARTE MIA QUESTA RUSSA, SE TUTTO CIÒ PUÒ AVERE UN SENSO: SONO AVIDO DI TALE SPECIE DI ANIME. ANZI, TRA POCO NE ANDRÒ A CACCIA – MI SERVONO PER CIÒ CHE INTENDO FARE NEI PROSSIMI 10 ANNI. UN CAPITOLO COMPLETAMENTE A PARTE È QUELLO DEL MATRIMONIO – AL MASSIMO POTREI CONSENTIRE UN MATRIMONIO DI DUE ANNI, E ANCHE QUESTO SOLTANTO IN VISTA DI CIÒ CHE DOVRÒ FARE NEI PROSSIMI 10 ANNI. – STANDO ALLE ESPERIENZE CHE VADO FACENDO CON KÖSELITZ, NON CREDO CHE RIUSCIREMO MAI A CONVINCERLO AD ACCETTARE DENARO DA NOI – SALVO NELLA FORMA PIÙ BORGHESE DELLA COMPRAVENDITA. IERI GLI HO SCRITTO CHIEDENDOGLI SE VOLEVA VENDERE A ME E A DUE MIEI AMICI LA PARTITURA DEL MATRIMONIO [Il matrimonio segreto, opera comica su libretto di Giovanni Bertati (1735-1815), musicata da Paisiello e da Cimarosa,  Heinrich Köselitz, in arte Peter Gast, amico e discepolo di Nietzsche intendeva musicare a sua volta il libretto che stava, nel frattempo, traducendo in tedesco]: GLI HO OFFERTO 6000 FRANCHI PAGABILI IN 4 RATE ANNUE DI 1500 FRANCHI. CONSIDERO QUESTA PROPOSTA UNA FINEZZA E UNA TRAPPOLA. – APPENA MI DIRÀ DI SÌ, LA AVVERTIRÒ; E LEI AVRÀ ALLORA LA BONTÀ DI TRATTARE CON GERSDORFF.-

Stia bene! La macchina per scrivere non ne può più, siamo al punto che il nastro è rattoppato. Ho scritto alla sig.na v. Meysenburg, anche a proposito di Pieve [Nietzsche aveva pregato la sua amica Malwida von Meysenburg di inviargli un suo scritto su Pieve di Cadore, città natale di Tiziano].

I miei più cordiali auguri di buona salute, di giorno e di notte.



                                                                   Suo fedele amico FN.



(In Friedrich Nietzsche Lou von Salomé Paul Rée, 1970, Triangolo di lettere, a cura di Ernst Pfeiffer, 2011, p. 82-83).




ETERNITÀ 2




Ora, di questa missiva colpisce subito e immediatamente il carattere maiuscolo usato, che ben difficilmente potrebbe essere dovuto a dei problemi con la macchina da scrivere, recente acquisto di Nietzsche, se non altro perché alla fine della missiva usa correttamente il carattere minuscolo; bensì all’evidenziarne il contenuto e ad amplificarne la drammaticità e la richiesta sottesa nel suo testo in apparenza innocuo e banale. Nietzsche, dopo il consueto e roboante saluto, introduce l’amena scenetta di un suo bagno al mare (era solito bagnarsi nelle acque ben più gelide dei laghi di montagna, in alta quota), ma spezza l’idillio e la piacevolezza del bagno con l’evocazione di un suo stretto congiunto che è recentemente morto affogato in circostanze simili, e non sarebbe morto tanto per il bagno in sé, quanto perché non c’era li qualcuno con lui che potesse soccorrerlo ... e anche Nietzsche è solo a Genova. Da una scena così drammatica, come la descrizione della morte di un parente, passa improvvisamente ad una più ridicola vicenda nell’ufficio postale, in cui egli può prelevare il denaro che il suo amico gli ha inviato senza esibire un documento e, subito dopo, informa l’amico di aver ricevuto la somma che gli occorre per vivere e dunque è tranquillo per un paio di mesi dal punto di vista economico. 



La “russa” sembra quasi un contraccambio di saluto buttato li per caso o quasi per dovere, in realtà non è difficile comprendere come fosse per Nietzsche la questione che gli premeva di più, e si tradisce in parte quando si dichiara “avido di tali anime” (in realtà è solleticato da lei, non vede l’ora di fare la sua conoscenza ... non certo dell’ “anima”), salvo poi subito dopo quasi minimizzare, se non proprio smentire, quest’interesse adducendo chissà quali progetti per i prossimi 10 anni. Anche la proposta di matrimonio sembra rientrare in questi progetti, ma allora come ora non esistevano matrimoni a tempo determinato “di due anni”, il fatto è che Nietzsche non sembra scherzare affatto su questo argomento, è terribilmente serio, non c’è ombra di ironia, e questa interpretazione è avvalorata dal fatto che proporrà davvero a Lou von Salomé di sposarlo tramite Paul Rée dopo solo qualche giorno dall’averla conosciuta e senza essersi reso affatto conto di non esserle poi tanto simpatico. Certo, Lou fu colpita dalla sua intelligenza e dalla sua stringente dialettica, Nietzsche sapeva parlare molto bene e aveva un timbro di voce dolce e caloroso che affascinava tanto le signore di una certa età (dalle quali era molto ricercato per il suo eloquio, per la sua cultura, per i suoi modi garbati), tutte virtù che le donne più giovani consideravano noiose. 



Infatti, dovette apparire molto solenne e prosopopaico quando nella Pasqua del 1882 nella Basilica di San Pietro in Roma Nietzsche esordì in questo modo nel salutare Lou che incontrava per la prima volta in quell’istante: “Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?” ... il tutto senza l’accenno ad un sorriso che facesse pensare a qualcosa di ironico e non venisse accolto come una forzatura e quasi con fastidio. Lo stesso senso di forzatura e di fastidio che accolse, solo qualche giorno più tardi, la sua richiesta di matrimonio tramite l’amico Paul Rée, i motivi che Nietzsche adduceva a giustificazione di questa insolita richiesta erano fondamentalmente di voler salvare il decoro e poter realizzare quella “santa trinità”, quella comunione di spirito e quella convivenza finalizzata allo studio e alla libertà di poter dialogare di filosofia liberamente, senza che la madre di Lou o la sua famiglia avessero da eccepire. Lou era furiosa, fu più volte sul punto di dirgli in faccia che trovava ridicola e patetica quella richiesta, i paladini della “trasmutazione dei valori” e della volontà di potenza contro ogni morale religiosa e borghese si precipitavano poi ad istituire un matrimonio farsa solo per salvare le apparenze e la loro rispettabilità (la stessa richiesta di matrimonio era stata avanzata solo qualche tempo prima dallo stesso Paul Rée, che si guardò bene dall’avvertire Nietzsche del suo tentativo ... e questa doppia proposta non fece altro che irritare ancora di più Lou). 



Lou, comunque, per Nietzsche era la vestale, la sacra vergine degna di ricevere fra le sue bianche mani dalle dita affusolate il mistero terribile dell’eterno ritorno, ma questa eredità mistica non si sarebbe realizzata neanche se non fossero sorte complicazioni sentimentali inestricabili nel triangolo fra Friedrich-Paul-Lou; quest’ultima era troppo libera e indipendente per essere semplicemente la discepola prediletta di chiunque (figuriamoci di un oscuro professore in pensione di cui era ben difficile in quel momento poter prevedere il successo che gli sarebbe arriso soltanto dieci anni dopo), né intendeva in alcun modo legarsi sentimentalmente con chiunque, neanche con Paul Rée che, seppure non fosse un adone, almeno era un uomo intelligente quasi quanto Nietzsche, intellettualmente stimolante e abbastanza scanzonato, divertente ed ironico da risultarle molto gradevole. 



In quanto al concetto di eterno ritorno, è addirittura raccapricciante sentirlo interpretato anche da studiosi autorevoli alla lettera come un ritorno eterno di tutto ciò che è il quale, all’interno dell’idea di circolarità del tempo, ritornerebbe infinite volte, come se l’universo tutto fosse un’enorme ruota girevole e noi umani dei criceti che camminano all’infinito per ritrovarsi sempre al medesimo punto. Credete davvero che un pensatore che si sia liberato dell’idea di Dio annunciandone la morte, si è liberato di ogni morale, di ogni valore, di ogni criterio e di ogni certezza, possa poi sostituire tutto questo con un improbabile e ineffabile ritorno eterno del tutto e di noi con esso? Credete davvero che possa aver tratto ispirazione, come scrivono alcuni, dalla filosofia greca? Quale eterno ritorno è possibile in Grecia dopo che Eraclito ha sentenziato che: “tutto fluisce” (DK 22 A6) e che: “Non è possibile entrare due volte nel medesimo fiume” (DK 22 B 91) ... certo, il discorso di Eraclito è più complesso di quanto possa apparire, perché in definitiva egli riduce ogni parte in conflitto ad una medesima sostanza, affermando che tutte le cose sono in realtà la medesima cosa, ed anche il tempo si annulla in un concetto cristallizzato, eterno, sospeso e immutabile ... un flusso perenne dove però niente ritorna com’era e com’è, ma in cui tutto cambia. Ma, più che da Eraclito (che pure apprezzava moltissimo) Nietzsche fu influenzato dalla lettura di Schopenhauer che nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione si era ispirato alle Upanishad, una summa della filosofia e della teologia indiana scritta in sanscrito e risalente, i testi più antichi, al IX° e all’VIII° secolo a.C.. 



Nel brano tratto dalla Gaia scienza trascritto sopra mi pare evidente che Nietzsche attribuisca più importanza al "cosa accadrebbe se...", non sta dicendo che tutto ritornerà, ma "prova a pensare che sia così, come ti sentiresti e come reagiresti a questo pensiero?". La valenza che da Nietzsche a quell’aforisma non è ontologica bensì puramente psicologica e vuole evidenziare quanto siano importanti per l’essere umano ciascun gesto che compie, ciascun sentimento, ciascuna emozione, ciascuna scelta, ..., perché in assenza di ogni valore, di ogni parametro esterno, in mancanza di ogni divinità che possa fare da giudice e da garante, ciascuna azione noi possiamo fare è tutto ciò che abbiamo, è tutto ciò che siamo ... ecco perché bisognerebbe soppesarla, valutarla, non perché potrebbe ritornare infinite volte, ma perché nel momento in cui compiamo la nostra azione, essa si iscrive nel nostro essere a caratteri di fuoco e diventa ciò che siamo. L’oltreuomo, così come Nietzsche lo configurerà meglio nello Zarathustra, non è un essere predeterminato dalla natura, dalla legge, dalla morale, da una qualsiasi verità ad egli esterna, non obbedisce a scopi o fini che lo trascendono, fossero pure divini, è la sua azione concreta a determinarlo, ciò che realmente fa, che si inscrive nell’ambito di una volontà di potenza, di una vita che vuole la vita, che non vuole altro che affermare se stessa, come libertà e invenzione, in un perenne gioco aggressivo e creativo. 



Egli non è immerso nel tempo, ma lo genera, è cronopoietico (è egli stesso il suo tempo), è il protagoreo pánton chremáton metron estìn ánthropos, l’uomo come misura di tutte le cose, che diventa nell’azione che esercita; molto diverso dal “soggetto trascendentale” kantiano per cui il tempo è si un estrinsecarsi della sensibilità che necessita di situare ogni cosa conosciuta all’interno di un diagramma spazio-temporale, ma il tempo stesso finisce per diventare un a-priori universale e necessario e non la creazione del singolo soggetto. Potremmo ancora aggiungere che mentre Kant fonda la ragion pratica sulla ragion pura e poi necessita della critica del giudizio per accordare le due ragioni precedenti, proprio come Cartesio necessitò della ghiandola pineale che facesse da tramite fra la res cogitans e la res extensa, in Nietzsche non c’è nessun cielo stellato sopra di noi (tranne quando incontra qualche bella ragazze) e nessuna legge morale dentro di noi, e la ragion pratica trova da sé il proprio fondamento in se stessa (l’azione, la decisione, l’affermazione trovano giustificazione solo nel soggetto che le attua, sono il soggetto) ... anzi, qualsiasi ragion pura al di fuori del soggetto, qualsiasi iscrizione nel trascendente o nel trascendentale, qualsiasi storia universale, qualsiasi idea scientifica della natura, qualsiasi concetto universale sarebbe un limite al soggetto e un elemento di negazione della vita. Poi c'è l'aspetto del ritorno ciclico dell'identico, cosa intenda Nietzsche è oggetto di varie e interessanti interpretazioni, è consigliabile leggere "La visione e l'enigma" nello Zarathustra, nella seconda parte trovate il più bel passo in cui descrive l'eterno ritorno, ma non è di facile comprensione: dovrete districarvi fra la figura del nano-talpa, fra i sentieri che sbattono la testa l’uno contro l’altro e convergono in una porta carraia su cui sta scritta la parola “attimo”, fra ragni e chiari di luna, fra cani ululanti e pastori aggrediti da neri serpenti, e che solo chi supera lo schifo e riesce a staccare la testa del serpente che lo aggredisce con un morso può diventare un uomo nuovo, da uomo ardito, che si imbarca su vele ingegnose per mari inesplorati, da solutore di enigmi qual’era. 



Oppure i Frammenti postumi, in cui si trovano perle come questa: "Non ci sono valori assoluti, non esiste nessuna struttura razionale e universale, non c’è nessuna provvidenza, nessun ordine cosmico. Il mondo non ha un senso. Contrariamente alla concezione che la tradizione ebraico-cristiana ha radicato nella cultura europea, l’universo non ha né un inizio né una fine, né un fine, ma è sostanzialmente eterno ritorno all’identico". O questa: «La misura della forza del cosmo è determinata, non è “infinita”: guardiamoci da questi eccessi del concetto! Conseguentemente, il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli sviluppi di questa forza è certamente immane e in sostanza “non misurabile”; ma in ogni caso è anche determinato e non infinito. È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito, cioè la forza è eternamente uguale ed eternamente attiva: fino a questo attimo, è già trascorsa un’infinità, cioè tutti i possibili sviluppi debbono già essere esistiti. Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre». (Frammenti postumi, 1881-1882, 11[316]). 




Alla fine della seconda canzone di danza Nietzsche recita una poesia scandita da dodici rintocchi, la vita aveva poco prima detto a Zarathustra di sapere che quando questi rintocchi rimbombavano la notte nella sua caverna, proprio quando batteva il dodicesimo rintocco che scandiva la mezzanotte, Zarathustra pensava di lasciarla ... l’idea della stanchezza della vita e del vagheggiare la morte è presente, Zarathustra stesso lo conferma, ma sussurra qualcosa di segreto nell’orecchio della vita, qualcosa che nessun uomo mortale sa e che molto probabilmente ha a che fare con l’eterno ritorno. La mezzanotte profonda, l’ora più buia e più tetra dell’intera giornata (ma anche l’ora in cui inizia il primo albeggiare del nuovo giorno e la candida aurora apre la sua strada fra le tenebre della notte), l’ora terribile in cui le streghe si riuniscono nei loro Sabbath, i morti viventi escono dai loro avelli, i fantasmi e gli spettri si manifestano liberamente, l’ora in cui si anela alla morte, dice all’uomo attento che lei dormiva (il termine “profondo” e il “dormivo” ripetuto servono a dare intensità ai concetti ... sia la mezzanotte che il suo sonno erano quindi molto intensi), nel senso che generalmente nell’uomo l’ipotesi della sua morte è profondamente sopita e quando si sveglia, quando comincia ad affiorare nella sua mente essa si risveglia sempre da un sonno profondo, in cui lo stesso mondo è profondo, più che nei pensieri del giorno. Profondo, certamente, è il suo dolore ma il piacere è più profondo ancora della sofferenza; l’ipotesi di Nietzsche era che il piacere (Nietzsche usa il termine Lust, che vuol dire anche desiderio) fosse più ancestrale del dolore, sul piacere si innesta la sua volontà di potenza e la vita prova piacere nell’affermare se stessa ... il dolore trova il suo statuto come piacere frustrato, piacere inappagato, la vita che stenta ad affermarsi, costretta entro limiti, confini e paludamenti artificiali che la mortificano e addirittura la negano. Tutto il contrario di ciò che pensa Freud, il cui lustprinzip (principio di piacere) non è necessariamente la ricerca attiva del piacere, come potrebbe sembrare, ma l’evitamento del dispiacere, del dolore; per Freud alla base dell’esistenza c’è il dolore, piacere è soltanto quell’attimo che consente di scaricare il surplus di eccitazione che provoca dispiacere e può rappresentare un pericolo per l’equilibrio stesso dell’individuo. Per Nietzsche piacere è uno slancio conativo e creativo, un tuffo nell’affermazione di sé e nella gioia di vivere; per Freud il piacere è un equilibrio precario sopra la condizione basale dell’uomo che è quella del dolore e dell’istinto di morte, l’impulso cioè della sostanza vivente a ritornare al suo primitivo stato di sostanza inanimata. 



Il dolore ci intima di perire, ci spinge verso la cessazione della nostra esistenza e, dunque, verso la morte; ma ogni piacere o desiderio esigono, invece, eternità, una profonda eternità; ogni azione, ogni affermazione di sé si inscrive nel raggio del perenne e dell’illimitato, supera ogni caducità, blocca l’attimo e lo proietta nell’eterno, arresta il carro del tempo sulle soglie di un abisso indicibile in cui il gesto è passato-presente-futuro, piacere e dolore, il soggetto che decide coincide con il braccio che esegue e in cui gli amanti sono una cosa sola, sospesi nelle gocce nebulizzate dei loro sospiri, nei mugolii felini del loro ansimare, nel movimento ciclico di marea che sincronizza la loro vicinanza e la loro distanza, nel rispecchiarsi nello scintillio degli occhi dell’altro che si rispecchia nei miei. Quando mi capita di parlare alle coppie di questo “non-tempo” dell’amore, di questa sete di eternità, di questo superamento del tempo personale per costruire un tempo duale, dove l’io-penso, l’io-faccio vengono sostituiti dal noi-pensiamo e dal noi-facciamo, e della dilatazione del tempo presente che si ramifica in una storia passata e in un futuro condivisi, dove non predomina la progettualità o gli obiettivi raggiungere, ma l’essere stati o lo stare insieme, mi stupisco spesso per il loro stupore. Sembra che non riescano ad immaginare l’eternità dell’amore, c’è chi la pensa come qualcosa di cui è bene non illudersi troppo, bisogna camminare con i piedi per terra, e la concretezza e l’esperienza dicono loro che gli amori finiscono (sia perché si spegne il sacro fuoco, sia perché saltano fuori crisi insolubili, la cui unica soluzione è quella di separarsi), c’è chi invece la vede addirittura come un vincolo e una costrizione, amare tutta la vita un’unica persona come un limitarsi riguardo a tutte quelle persone più brillanti, più interessanti, meno monotone, più intriganti che potrebbero conoscere. Comunque venga giustificato lo stupore, sia come disillusione, disincanto, non credere alle favole, sia come fluidità dei legami, libertà, indipendenza, resta sospesa comunque un’insoddisfazione di fondo, una mancanza di godimento, una frustrazione continua che ci insegue senza tregua, perché i legami così formati, che non osano volare verso l’infinito, sono carenti e non gratificanti, proprio perché il piacere e il desiderio si nutrono di eternità, di profonda profonda eternità. Questi pseudo-legami codificano piuttosto i propri limiti, le proprie paure, le proprie immaturità, l’incapacità di elevarsi e di osare sfidare il cielo con le nostre ali, di sentirci nella pienezza del nostro essere, divinità olimpiche che creano cose e legami e le consegnano all’eternità. Proprio come gli antichi greci, che erano pur coscienti dell’opera di corrosione esercitata dal tempo, avevano visitato le piramidi dei faraoni egizi, avevano visto crollare grandi imperi, avevano piegato potenze colossali ed erano consapevoli che un granello di sabbia può bloccare l’ingranaggio più sofisticato proprio come trecento spartani possono fermare un’armata immensa alle Termopili, o una minuscola città come Atene può battere sia in terra (a Maratona) sia per mare (a Salamina) l’esercito persiano, che nonostante tutto costruivano templi, opere d’arte, statue, leggi, sistemi filosofici, educativi, sociali, come se dovessero partecipare dell’afflato eterno. O un amore come quello Paolo e Francesca che i divini versi di Dante Alighieri hanno consegnato alla memoria immortale dell’umanità, un amore che sfida le convenienze, l’incesto, il pudore, la morte, la legge divina e la dannazione eterna; Paolo e Francesca preferiscono mille volte essere percossi e sbattuti dalla tempesta infernale, il non aver posa né tregua, pur di poter rimanere stretti l’un l’altro e di non esser mai divisi.



"Ich habe gehen gelernt: seitdem lasse ich mich laufen. Ich habe fliegen gelernt: seitdem will ich nicht erst gestoßen sein, um von der Stelle zu kommen. Jetzt bin ich leicht, jetzt fliege ich, jetzt sehe ich mich unter mir, jetzt tanzt ein Gott durch mich". (Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra, Vom Lesen und Schreiben). 



"Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo". (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Del leggere e scrivere).

martedì 12 marzo 2013

UVEITE BILATERALE AD OROLOGERIA

L’uveite è un’infiammazione del tratto uveale dell’occhio (iride, corpo ciliare e coroide), anche l’infiammazione della retina (retinite) appartiene alla categoria delle uveiti; di per sé, se opportunamente curata, non è una malattia grave e invalidante, ma potrebbe avere (specie se trascurata o mal curata) delle complicanze anche gravi, come un glaucoma, una cataratta o il distacco della retina.



 In genere si cura con somministrazione di corticosteroidi e un’accurata pulizia degli occhi; insomma, l’uveite in sè, per quanto bilaterale, comporta sintomi fastidiosi come una diminuzione e offuscamento della vista, delle macchie nere flottanti, arrossamento, dolore anche intenso e fotofobia, ma non giustificano un ricovero, se non interviene o non si sospetta qualcosa di ben più grave e preoccupante in aggiunta (questo è ancora più vero se teniamo presente la condizione dei nostri ospedali, dove c’è gente gravissima che aspetta per ore, e talvolta per giorni, su una barella parcheggiata in corridoio di ricevere visite a attenzioni da parte del personale ospedaliero). Se volete la mia opinione da non medico, ma da psicologo, a me pare questo un caso rarissimo (nel senso che non è contemplato nella letteratura medica) di uveite bilaterale ad orologeria, si tratta di una malattia che si manifesta in alcuni soggetti a rischio (a rischio di finire dentro) nel momento in cui devono rispondere di accuse molto gravi in un tribunale. 



In altri casi può manifestarsi per evitare una seccatura, come ad esempio un comizio nella città di Napoli in chiusura di una campagna elettorale. Le malattie ad orologeria non sono rare, vanno da alcuni sintomi psicosomatici che in genere possono verificarsi negli adolescenti alla vigilia di un esame o di una interrogazione particolarmente temuta (e di interrogazione si tratta anche nel caso di Berlusconi), alle malattie più strane (perfino quelle esotiche, in base alla fantasia dell’interessato) che intervengono per evitare qualcosa di spiacevole. C’è un’evenienza che deve darsi necessariamente perché le malattie ad orologeria si manifestino, e cioè che sia impossibile o inappropriato scappare (e la fuga, invero, è stata evocata da Berlusconi col riferimento alla fine di Craxi e ad Hammamet); ma se ancora puoi giocarti la carta del ricatto e se disponi di 190 parlamentari che fanno a gara per dimostrare la loro fedeltà al capo, senza il quale probabilmente non sarebbero nessuno o non avrebbero il potere, i privilegi e le possibilità politiche che hanno, allora te la giochi diversamente: con una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia di Milano.



Talvolta le malattie non accadono alla persona interessata, ma a qualche suo congiunto che lui non si sente di lasciare da solo o che non può esimersi dall’essergli accanto; ad un mio amico medico, ad esempio, accade uno strano caso di appendicite multipla della figlia, nel senso che ogni qualvolta gli si presenta una situazione noiosa e seccante a cui, per motivi diplomatici non riesce a dire di no, alla figlia viene l’appendicite acuta ... poveretta, l’avrà avuta da che so io almeno sei o sette volte, per fortuna è bastata una serata a casa con i suoi e tutto si è risolto senza intervento del bisturi. Ora dovrà cambiare malattia, anche perché in ambiente medico tutti sanno che di appendicite ce n’è una sola e che lui ha una figlia unica, oppure potrà finalmente liberarsi (come gli suggerisco da tempo) dicendo finalmente di no a questi inviti, ma teme di rischiare la sua carriera ... poveretto, è ancora legato alla catena della carriera, delle promozioni. 



Comunque, non vorrei mai aver dato l’idea di insinuare il sospetto che Silvio Berlusconi abbia utilizzato una malattia per sottrarsi ai suoi obblighi giudiziari, per trarne un profitto o per logorare l’accusa, io credo perfettamente che: 1) la sua uveite bilaterale sia gravissima e che non gli consenta, come vorrebbe, di presentarsi alle udienze; 2) che necessiti di una suite imperiale al San Raffaele, anzi, la consiglio caldamente a chiunque abbia una uveite in questo momento, recatevi al San Raffaele, in fondo gran parte di quell’edificio è stato sovvenzionato da soldi pubblici e quella suite è soprattutto nostra (ma poi, che diavolo ci fa una suite di 200 mt² in un ospedale a Milano, chi pensavano di curare il Sultano del Brunei? Al massimo può capitare il Bauscia dell’Isola ... e chi è di Milano mi ha già capito); 3) che soffre di un pauroso scompenso pressorio per cui non si può non accogliere il legittimo impedimento (come infatti è saggiamente accaduto). In fondo stiamo parlando di un vecchietto di 76 anni che ha abusato di sé e delle sue risorse fisiche durante l’ultima campagna elettorale e che deve aver fatto un uso smodato di viagra (che potrebbe si giustificare gli sbalzi pressori più della congiuntivite), per cui più che vedere rosso adesso vedrà tutto blu come se fosse nel villaggio dei puffi. 



Ma io non volevo parlare né di Silvio né della sua malattia, anzi colgo l’occasione qui per fargli i miei più cari auguri di pronta guarigione, che possa ristabilirsi al più presto per affrontare tutti i processi che lo attendono. E vada sereno, perché alla sua età anche se venisse condannato ovunque, non farebbe un giorno di carcere e se non bastasse la sua età c’è sempre una grazia disponibile in Napolitano: ha graziato Sallusti molto sollecitamente, ha dato il suo assenso perché i due marò accusati dalla giustizia indiana di aver ucciso due pescatori non venissero rimandati in India, figurati se ti nega la grazia, in fondo le accuse sono bazzeccole, concussione e prostituzione minorile, rivelazione di informazioni coperte da segreto istruttorio, compravendita di diritti televisivi, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita, creazione di fondi neri, corruzione di senatori per far cadere il governo in carica. Volevo piuttosto parlare dell’opportunità di manifestare in piazza contro i giudici stalinisti che mandano i medici fiscali fascisti (erano i giudici fascisti che mandano i medici fiscali stalinisti); non riesco nemmeno a capire come si possa scendere in piazza per un semplice accertamento da parte dei medici fiscali a cui è passibile ogni cittadino ed è l’arma migliore per combattere contro l’assenteismo ingiustificato nei posti di lavoro e per esigere tutela in caso di malattia, mentre sette milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà, aumenta la disoccupazione soprattutto giovanile, c’è chi per la disperazione si uccide e l’agenzia Finch ci ha declassati ... come si fa ad impegnare un partito a scendere in piazza per i problemi giudiziari o di salute del suo leader, come ci si può dire democratici se si demolisce l’autorità e la credibilità della magistratura e di tutto il sistema giudiziario? 



Ma il mio vero scopo è quello di proporvi una colletta per l’acquisto di alcuni volumi di storia dell’Italia (in occasione del centocinquantenario sono uscite delle edizioni speciali) da regalare ad Angelino Alfano, o almeno l’abbonamento a qualche buona rivista di storia. Io scarterei i volumi di Montanelli-Cervi, senz’altro ottimi per chiunque, ma non per un berlusconiano, vista la simpatia che gode Montanelli da quelle parti e scarterei pure ogni testo universitario (per quanto pregevole e stimato), visto che vanno dicendo che l’università è in mano alla sinistra, proporrei quella di Renzo de Felice (che non può avere preclusione alcuna dalla destra e che ha il merito di focalizzarsi sul periodo in questione), ma sono aperto ad ogni altra proposta. Perché non si può invocare l’ “aventino” con la leggeresse con cui l’ha fatto Alfano, prima di parlarne bisognerebbe capire ciò di cui si sta parlando; l’Aventino fu una secessione parlamentare il 27 giugno del 1924 che attuarono i deputati antifascisti all’indomani dall’uccisione di Giacomo Matteotti per mano dei fascisti. Matteotti aveva accusato i fascisti di brogli elettorali e per le violenze perpetrate dalle loro squadre d’azione verso gli operai in sciopero, i deputati socialisti e antifascisti ancora presenti alla Camera si rifiutarono di entrare in aula se prima non fosse stata abolita la milizia e ripristinata la piena autorità della Legge nel territorio italiano. Paragonare Berlusconi a Matteotti e assurdo oltre che ridicolo, sarebbe come paragonare un assassinio ad una uveite bilaterale, il cadavere di un uomo ritrovato nella campagna romana presso la Macchia Quartarella, a 25 km da Roma, colpito a morte da un coltello, con un uomo che se ne sta comodamente in una suite imperiale di 200 mt², dotata di ogni comfort, con sala riunioni (qualora volesse riunire i vertici del partito o giocare a tressette col malato o col morto), tavolo, sedie, telefono, cucina, stanza per un’infermiera privata (e ti pareva!), cabina armadio e bagno dotato di doccia idromassaggio e di vasca ovale (come lo studio di Bill Clinton ... a buon intenditor ...) in una stanza sagomata intorno alla vasca (questa non l’ho capita, ma così scrive l’ANSA). Non si può paragonare Silvio Berlusconi, un miliardario inquisito che è in politica con tutto il suo peso economico e mediatico con Matteotti che coraggiosamente denunciò e combattè il regime fascista, fino a sacrificare la propria vita in questa battaglia. Angelì, nun se po’ fa’!!! Nun se ponno senti’ ste bestialità!!! 



Prendo atto che Giorgio Napolitano ha ricevuto comunque stamani Angelino Alfano, dopo un atto grave contro la democrazia come quello di spiegare la propria forza politica nel tentativo di intimidire e di ricattare la Procura di Milano e indirettamente tutta la Magistratura, e che poi ha rilasciato questo tiepido commento indegno di chi dovrebbe essere il garante delle Istituzioni: “Il Capo dello Stato – scrive in una nota il Quirinale – nel fare appello a un comune e generale senso di responsabilità perché non appaia messa in questione né la libertà di espressione di ogni dissenso né l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ha auspicato un immediato cambiamento del clima venutosi a creare”. 
Infine, sottopongo alla vostra attenzione le dichiarazioni dei politici presenti e parlanti e dei simpatizzanti che si trovavano al Palazzo di Giustizia di Milano durante la manifestazione contro i giudici “stalinisti”; mi preoccupano le dichiarazioni rilasciate da qualcuno evidentemente rimbecillito da decenni di televisione berlusconiana e da un cinismo rivoltante, ma teniamo ben presente che molti di questi sono parlamentari della Repubblica Italiana e che non ci sono state le reazioni incandescenti che avrebbero meritato. Io ho provato solo schifo nel vederlo, non so se prevale l'imbecillità, l'ignoranza o la perdita di ogni valore morale, e sono talmente incazzato che mi pare persino poco dire che queste persone sono moralmente inferiori e non dovrebbero partecipare a nessun titolo al governo del Paese. 

 IL VIDEO DELLA MANIFESTAZIONE: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/pdl-a-milano-fan-di-berlusconi-anche-pasolini-andava-coi-minori-e-allora/224284/